| l’Arte, la grande finzione che serve alla vita” |
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| Scritto da laetitia | |
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Critico d’arte e scrittore, Gabriele Tinti si è laureato presso l’Università di Bologna. Attualmente insegna Lettere nelle scuole di I e II° e tiene degli stages in varie Accademie - tra le quali l’Accademia di Brera, Milano -, Istituti d’Arte ed in Associazioni riguardo le Ultime tendenze dell’arte e Storia della Fotografia. Come curatore indipendente collabora con gli spazi AOCF58 e Sala1 di Roma, con la Galleria Piazza delle Erbe di Macerata, con la Galleria PaoloRomani di Jesi e con il Museo Civico di Villa Colloredo Mels di Recanati per il quale recentemente ha curato la doppia personale Pia Pizzo-Terry Braunstein dal titolo „Conversation with time“. Nel 2005 ha curato la manifestazione d’arte “Un taxi per l’arte” per la rassegna musicale MUSICULTURA tenutasi presso lo Sferisterio di Macerata (prima apertura della Rassegna musicale nei confronti dell’arte). Si è poi occupato - in occasione del “V Festival Internazionale della Fotografia” di Roma 2006 - dell‘evento “Universal Embassy”. Per il VI Festival della Fotografia (2007) curerà invece per la Galleria Sala1 la mostra personale di Tatsumi Orimoto “Wandering in Rome”. E’ direttore artistico delle attività espositive dell’Antica Fornace Laterizi di Serra dè Conti. Da tre anni interviene regolarmente con recensioni critiche nella rivista d’arte Exibart con incursioni pure in Segno, Juliet ed Extrart. Ha pubblicato (2006) presso Federico Motta Editore, Milano il testo scritto a più mani “Le Marche e l’arte del XX secolo“. Per i tipi della casa editrice Affinità Elettive ha scritto e progettato con Carlo Cecchi il testo in immagini “Francesco - mio padre ha una storia comune”. Con la giornalista e scrittrice Emanuela Audisio – sull’artista Patrizia Molinari - ha pubblicato “I luoghi e l’origine”. Ha scritto per artisti importanti dell’arte contemporanea italiana ed internazionale. Numerose le mostre e le pubblicazioni seguite in Italia e all’estero. Vive e lavora a Senigallia e a Roma. Per cominciare, cosa è l’arte per te? L’arte è un’urgenza ed una necessità, è qualcosa di fondamentale perchè mette in campo la differenza, costringe al confronto e alla riflessione su ciò che fa paura, su ciò che si cerca di rimuovere, di evitare. E’ l’attivante, la grande finzione che serve alla vita, il reattivo contro l’anestetico del quotidiano. Achille Bonito Oliva ha inventato una figura che in Italia non esisteva, quello del “critico d’arte creativo”. Ti piacerebbe se ti definissero così? Senz’altro Achille Bonito Oliva ha indicato la direzione della critica d’arte attuale determinandone l’identità. Per quel che mi riguarda non riuscirei a concepire nient’altro oggi al di fuori di una critica creativa, che si ponga cioè come commento amplificatorio, quindi poetico, piuttosto che nei termini di un filtro introduttivo, didattico, all’opera. Mi riesce difficile pensare ancora ad una critica militante impegnata in attività tassonomiche e storiografiche. Quindi sì, definirmi critico d’arte creativo è se non altro l’unico modo possibile e corretto di nominare me e credo tutti gli attuali addetti ai lavori. Sei nato in una città che ha dato i natali ad un genio della fotografia, Mario Giacomelli. Che rapporto hai con quest’arte? Di grande passione. E’ il linguaggio che amo e che sento vicino. Da quando Daguerre ha diffuso la scoperta e nel momento in cui Talbot ha inventato il procedimento di trasformare l’immagine negativa in una positiva è cambiato il modo di produrre e di fruire l’arte tutta oltre che il modo stesso di relazionarci con le cose. Ciò è nelle cose e dobbiamo farci i conti. Oggi la fotografia è diventata sempre più il linguaggio della contemporeanità, un’altra realtà artificiale attraverso la quale riceviamo gran parte delle informazioni e attraverso la quale conosciamo il mondo. Scuola e arte: una lunga storia di inadempienze e disamori o un binomio che funziona? Purtroppo il rapporto tra scuola ed arte rimane tuttora un binomio che sembra lontano dall’essere concepito come fondamentale. Non si è mai capito, o non c’è mai stata la volontà politica come pure pedagogica di impegnarsi al riguardo, che attraverso l’arte, le immagini, è possibile alzare ed ampliare il livello della qualità didattica. C’è da dire che per riuscire ad inserire la storia dell’arte come disciplina in tutti gli Istituti - cosa che sarebbe assolutamente auspicabile - dovrebbe corrispondere una offerta ed una preparazione in questo ambito degli insegnanti - che dovrebbe passare attraverso luoghi di formazione deputati - che io purtroppo non riscontro. Non parliamo poi di inserire l’arte - altra cosa doverosa ma credo allo stato attuale utopica - come strumento interdiscplinare, al servizio e come chiave di lettura della storia, della letteratura ma anche, ad esempio, della scienza. Così giovane e già con diverse esperienze alle spalle sia come critico d’arte che come scrittore. Se potessi proiettarti più in là nel tempo che consiglio ti daresti come giovane critico e a tutti i giovani in genere che vogliono avvicinarsi all’arte? Innanzi tutto direi loro di prepararsi ad una vita irregolare, perchè non basta ricevere informazioni attraverso la rete o attraverso le fonti testuali - che rimangono naturalmente strumenti fondamentali ed imprescindibili - ma è importante stabilire dei contatti diretti con gli artisti, avere la loro stima, vedere le opere dal vivo, girare negli studi, vivere di frequentazioni con gli attori del mondo dell’arte. Certo senza una adeguata preparazione filosofica, storica, estetica non si è in grado di commentare e fare della critica che abbia la forza di determinare un consenso e soprattutto non si è in grado di costruirsi un gusto, uno stile personale. Certo è anche il fatto che se non ci si trova a proprio agio nel mondo dell’arte, se non ci si sente davvero artisti o critici d’arte, come in tutte le cose, è meglio rinunciare e passare ad altro. A differenza di molti che asseriscono l’esatto contrario qualcuno afferma che stiamo vivendo in un’epoca di eccezionale risveglio culturale e artistico. Cosa ne pensi? Il mio pensiero è che rimane condivisibile ciò che affermava oramai settant’anni fa nel suo famossissimo saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” il filosofo tedesco Walter Benjamin. Egli - rispetto a chi come Baudelaire prevedeva la morte dell’arte proprio in conseguenza dell’ingresso della fotografia nell’immaginario artistico, quindi di uno strumento meccanico che negava l’unicità del prodotto estetico - egli, dicevo, asseriva che la funzione estetica non sarebbe venuta meno ma sarebbe stata ridefinita in relazione alle mutate condizioni storiche e alla nascita della società di massa. In questo nuovo contesto sociale la fruizione e la produzione dell’opera d’arte sarebbe diventata tanto un’esigenza quanto un’opportunità collettiva. Per questo, a suo avviso, il fondamento dell’arte sarebbe passato dalla sfera del sacro a quella della politica e della comunicazione sociale.Oggi possiamo dire che ciò si è avverato e che gli assunti fondamentali del suo pensiero sono tuttora validi: cioè l’asse tra arte e tecnologie di comunicazione di massa è divenuto effettivamente l’asse centrale di gran parte della sperimentazione artistica. Il concetto di opera d’arte si è ulteriormente desacralizzato integrando al suo interno una serie di attività e fenomeni comunicativi sempre più vasti rendendo di conseguenza sempre più labili i confini tra arte colta e cultura di massa. Ogni nuovo strumento tecnico di produzione e di riproduzione è stato assunto nell’ambito dell’attività artistica portando con sè nuove capacità espressive e nuovi modi di vedere e di rappresentare. Tutti questi processi e le vicende storico politiche che li hanno generati hanno portato ad una socializzazione dell’attività estetica sia sul versante della fruizione sia su quello della produzione. E’ vero poi che l’arte, anche nella socializzazione della produzione e della fruizione, rimane un fatto sostanzialmente aristocratico. Quindi non è un’epoca di maggiore o minore contenuto e capacità creative. Soltanto è un’epoca differente dalle precedenti, con un suo modo particolare di vivere, realizzare e fruire l’arte. Sei spesso in viaggio tra Senigallia, Roma, Milano…Quale il miglior posto per lavorare? Esiste un posto ideale per “sfondare” in campo artistico? Il consiglio che mi sento di dare ai ragazzi marchigiani che fanno arte o che lavorano come me attorno all’arte è quello di andare a Milano o a Roma. Assieme rappresentano le uniche città italiana dove avvengo davvero le cose e gli incontri importanti e dove si è quindi nelle condizioni migliori per crescere, per informarsi e quindi eventualmente per proporsi. Per concludere, quali mostre allestite in questo periodo non possiamo perderci? Nelle Marche, mi spiace enormemente dirlo, c’è davvero poco. A Roma in questo periodo c’è una bella mostra retrospettiva di Enrico Prampolini al Parco della Musica e poi naturalmente tutte le proposte private che vi invito a seguire (trovate informazioni sugli appuntamenti d’arte su www.exibart.com). A Milano vale lo stesso: bella mostra alla Fondazione Pomodoro di Jannis Kounellis e poi tutte le mostre allestite nelle gallerie private. Non perdetevi poi, se capitate in aprile-maggio a Roma, il Festival Internazionale della Fotografia, uno dei pochi appuntamenti italiani di grande qualità. |
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