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L’incontro con Carlo Cecchi PDF Stampa E-mail
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Scritto da laetitia   

Carlo Cecchi sembra uno col cappotto di cashmere, ma sporco di vernice; uno che ti porta a mangiare in un’osteria, ma poi vuole comprarsi una Porshe; Un po’ scavezzacollo, ma con la collezione di scarpe di Vic Matie. Un “trasversale” poeta delle immagini. Lo abbiamo intervistato.

Carlo Cecchi, di origine toscana, nasce a Jesi nel 1949. Alle scuole medie è sempre bocciato in disegno, all’epoca la sua passione principale è la musica. Inizia a suonare la batteria, fonda diversi gruppi frequentando contemporaneamente l’Istituto d’Arte dove si diploma nel 1969. Qui conosce lo storico dell’arte Vittorio Rubiu che lo presenta a Burri e Mannucci. In quello stesso anno si iscrive all’Accademia diplomandosi nel 1973. Tra i suoi docenti figurano personaggi importantissimi per le vicende dell’arte contemporanea quali Calzolari, Pozzati, Boatto, Bruscaglia e Trini. In quegli anni realizza le prime esperienze espositive. Il suo lavoro risulta in prossimità di certo concettuale e poverismo; sono gli anni Settanta e Cecchi cerca il proprio autonomo modo di esprimersi. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Il 5 Maggio opening della mostra “Riassunti” presso lo spazio espositivo Piazza delle Erbe di Montecassiano (Mc) a cura di Roberto Rossini. “Riassumere per leggere leggero tra le pieghe del mondo, per dissolverlo in estratti d’immagine risparmiate all’ostinazione presente all’obbligo d’una qualsiasi gravitazione (…) conformi all’eventualità d’una determinazione di poesia” scrive sulla mostra che terminerà il 31 Maggio, Gabriele Tinti, critico d’arte.

Ma l’Arte cos’è? La tua personale definizione di concetto di Arte…

“Può essere una definizione difficilissima o facilissima. L’arte è il contrasto di tutto, è il paradosso. Non ho sempre la stessa idea sull’Arte - irregolarità temporale nella definizione - mi sembra giusto non affezionarsi ad una sola. L’Arte è un modo dell’essere umano per resistere. L’Arte è un’esperienza esistenziale che non appartiene purtroppo, o per fortuna, a tutti. E’ un movimento aristocratico che resiste. In questo mondo di oggi è particolarmente importante questo aspetto resistente. Sì, direi che più che all’esistenza guarda alla resistenza”

O. Wilde scrisse: “Possiamo perdonare ad un uomo di fare una cosa che miri all’utile finchè non l’ammira. L’unica giustificazione per fare una cosa che non miri all’utile è che la si ammira profondamente. L’ARTE NON MIRA ALL’UTILE”. Cosa ne pensi?

“Sono d’accordo. C’è una frase di O.Wilde che ho fatto un po’ mia, si trova ne “Il ritratto di Dorian Gray” e riprende proprio questo concetto, in forma ridotta: “Tutta l’arte è perfettamente inutile”. Aggiungerei: tutta l’arte è assolutamente inutile in quanto necessaria. In questo momento particolare del percorso dell’uomo si tende a codificare le cose come utili ed inutili e la parola  inutile assume un significato tutto proprio. Io credo, ad esempio, che anche l’Amore sia inutile proprio perché è necessario. Credo che l’uomo è inutile perché necessario, persino gli dei sono inutili in quanto necessari. Cioè l’utilità significa funzione. L’Amore, l’Arte, le divinità, non sono funzione. Pertanto l’inutilità è molto riconducibile al concetto di Arte. Non credo alla sua utilità, credo alla sua necessità, al suo bisogno”

Docente presso la Scuola d’Arte di Jesi. Il rapporto Scuola e Arte funziona?

“Io stesso cominciai ad insegnare, nel ’75, per uno stato d’animo di emulazione nei confronti dei miei insegnanti dell’Accademia. Il rapporto fra Scuola ed Arte era molto stretto. La Scuola d’Arte era vicina agli artisti, chi insegnava era lui stesso un artista. Oggi questo avviene meno in virtù di certi meccanismi burocratici che hanno allontanato gli artisti dalle scuole. E questo è un danno, sia per la Scuola che per l’Arte. Nonostante tutto individualmente sostengo questa necessità e tengo molto stretto il legame con i miei studenti. Loro come risposta mi danno un buon prodotto. E’ uno scambio, anzi sono più loro che insegnano a me. Qui rivendico proprio una posizione di provincia. Spesso sono i ragazzi della provincia –luoghi lontani dalla sapienza, dall’aggiornamento artistico– in grado, per la loro freschezza, di darmi degli stimoli autentici. Lo stesso non vale per le città dove c’è un vizio di fondo per cui parlare con uno studente del quinto anno di un liceo artistico è come parlare con un artista e quindi sufficientemente noioso.”

Prima di pensare di poter diventare un artista hai pensato di fare il musicista. La tua formazione musicale in qualche modo ha contaminato la scelta artistica?

“In quegli anni eravamo tutti musicisti. La grande passione dei giovani era la musica. Periodo in cui nacquero tutti i gruppi che hanno segnato la storia della musica. Eppure non credo che la mia formazione musicale abbia influito sulla scelta di fare l’artista. Mi sono trovato in un periodo – fine anni ’60 – in cui un cantante italiano mi diede la possibilità di fare il professionista, ero piuttosto bravino come batterista. Ero ad un bivio o terminare la scuola-fui bocciato alle medie e persi diversi anni-o continuare con la batteria. Siccome avevo fatto lo scavezzacollo, decisi di accontentare mio padre e quindi prendermi un diploma. Poi, col passare del tempo, capii che tutto sommato le bacchette della batteria erano il pennello.(Ha ancora la batteria nel suo studio e tutti i giorni suona per almeno 5 minuti)

Nessuna influenza con la musica, ma nelle tue opere c’è una forte commistione con la scrittura.

“Mi piace scrivere. Ricordo un aneddoto che mi divertii molto. Intorno agli anni ’70 feci una specie di scommessa di scrittura. Portai dei miei scritti ad un critico d’arte, che era allora il mio padre putativo, che mi disse: tu non sai scrivere, la tua scrittura non vale niente. Da quell’istante imparai e credo oggi di riuscire a farlo anche benino. Mi piace molto la letteratura. Il mio lavoro non nasce direttamente dalle immagini, ma le mie immagini sono direttamente riconducibili alla letteratura della realtà, non alla realtà stessa. Cioè io parto per dipingere dalla parola, non parto dalla figura”

Nasci a Jesi e continui, con parentesi esterne, a lavorare abitualmente qui. Il  rapporto con il tuo territorio è saldo. Non è allora vero che le Marche sono una regione di scarsi stimoli culturali-artistici?

“Sulle Marche si può dire tutto o niente. Il territorio marchigiano è un territorio di salute fisica, mentale non lo so. Nel senso che è un territorio, almeno per quel che riguarda le arti visive, dove sono nati e continueranno a nascere diversi talenti, ma questi non nascono per felicità, ma per disperazione. Gli artisti bravi nelle Marche sono tutti nati per disperazione e di questo ne sono straconvinto, anche perché è la mia condizione tutto sommato. Posso parlare di Licini che saliva sul tetto incazzato nero e non credo che dovesse contemplare il cielo, di Enzo Cucchi, il mio amico, di Gino De Dominicis e di tanti altri. Probabilmente la loro bravura dipendeva da un eco che non avevano in questa regione. E’ un territorio assolutamente bello e piacevole, ma sicuramente sordo. Forse è anche giusto che sia così, non si può avere la pretesa che tutti si occupino d’arte. D’accordo (come detto sopra) che l’arte è resistenza, che l’arte è civiltà, ma ci sono persone a cui la civiltà non piace, gente a cui non piace resistere, visto che oramai tutti quanti emuliamo le veline e i velini. Ho la sensazione che le Marche siano un luogo di riposo, speriamo non di eterno riposo”  

 

 
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