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Home arrow Cultura arrow Arte arrow OMAGGIO ALLA STRAORDINARIA POETICA DI OSVALDO LICINI
OMAGGIO ALLA STRAORDINARIA POETICA DI OSVALDO LICINI PDF Stampa E-mail
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Scritto da Elena Piaggesi   
Dopo aver frequentato l’Accademia a Bologna insieme con Morandi, dopo essersi abbeverato delle temperie futuriste, dopo aver soggiornato a lungo a Parigi, dalla seconda metà degli anni Dieci del Novecento, Osvaldo Licini scelse il distacco dalle più ferventi città artistiche. Monte Vidon Corrado, suo paese natale, diverrà l’eremo nel quale si rifugerà, dalla metà degli anni Venti, fino alla sua dipartita avvenuta nel 1958. Anno in cui ricevette anche l’ambito premio alla Biennale di Venezia, ed è proprio in occasione del cinquantenario dalla sua morte, che il Comune di Ascoli Piceno, in concerto con quello di Monte Vidon Corrado, dedicano alla memoria di Osvaldo Licini due retrospettive di ampio interesse. Due mostre che ripercorrono l’intero percorso poetico dell’artista, dividendosi il compito di presentare i suoi primi lavori figurativi, insieme con un’ampia sezione di disegni, a Monte Vidon Corrado e il successivo dispiegamento dell’intera opera pittorica nella retrospettiva a lui dedicata nell’omonima galleria civica ad Ascoli Piceno. Il carattere schivo, che porterà Licini al ritorno definitivo nel paese allora dell’ascolano, viene comunemente letto come un rifiuto di partecipazione ai grandi movimenti dell’epoca; a Parigi, in quel momento, si contendevano l’egemonia il cubismo e il surrealismo nel mentre che si stava affacciando l’astrattismo, tale distanza è in realtà voluta e necessaria per la maturazione di una propria coscienza artistica. Quella di Licini è tutta un’arte che dialoga costantemente con la cultura letteraria, con quella filosofica, con quella storica e non ultima con quella artistica dal lui assorbita negli anni della formazione. Le opere che succedono alla sua stravagante decisione di ammodernamento figurativo, che lo portò a ridipingere un buon numero di quadri, in quella svolta cruciale che avvenne alla fine degli anni Venti poco dopo il suo rientro nelle Marche, sono tutti ripensati in chiave astratta. E l’astrattismo Licini l’aveva certamente conosciuto a Parigi in primis, ma anche sulle riviste che periodicamente si faceva spedire da Oltralpe; da cui riprese stimoli e nodi di ragionamento mai trascritti senza concedergli un vaglio autoriale. Licini ha dialogato con il proprio tempo, l’ha reso immagine ma così fortemente poetica, così interiorizzata, e così alta che non rientrò in alcuna identificazione categoriale. Non fu futurista, pur avendone sposato la carica dissacrante, e fu lui stesso a dichiararlo “Resta inteso che io non aderisco ufficialmente al futurismo”, scriveva Licini nel 1939 al suo amico e critico Marchiori; non fu surrealista “I segni esprimono la forza, la volontà, l’idea. I colori la magia. Abbiamo detto segni e non sogni” (Licini, Natura di un discorso, 1937); e non fu neanche completamente astrattista, la sua fu un’arte astratta con “qualche ricordo”, come si è detto anche di Klee. Eppure se si ripercorre la ricerca artistica di Licini, dall’inizio, quello che affiora all’istante è un termometro coltissimo della sua contemporaneità, rivisitata, però, tramite una poetica circolare che trova le sue vere ragioni d’essere nell’indagine interna a se stessa. Dai suoi primi lavori in ambito futurista, che non furono dei dipinti, ma una serie di racconti, “Racconti di Bruto”, all’imagerie provocatagli dalla visione di Parade a Parigi, non a caso i soldati danzanti de “Soldati italiani”, sono dello stesso anno del balletto parigino,1917; agli “Arcangeli”del 1919 che anticipano i futuri “Angeli ribelli”, al tema del “dono del cuore” che fa da sfondo nei Racconti di Bruto e che ritornerà dirompente in tutta la serie delle Amalassunte; e infine il triangolo, la figura geometrica che indagherà lo spazio nelle opere astratte e che invece si farà corpo nei Missili Lunari e negli ultimi angeli “Angelo di Santo Domingo” e “Angelo di Santa Rosa”. L’influenza della prima ora, quella della formazione, partiva da un movente estraneo ma subito rientrava in quella vorticosa indagine autoreferenziale che nulla più doveva al contingente, per dichiararsi, nelle opere mature, come un continuo ripensare ipnotico alle figure che popolano i suoi cieli; non a caso, capita spesso, che i suoi quadri siano frutto di un rimaneggiamento di anni successivi, dove si ritrovano a dialogare figure nate postume con immagini di molto tempo prima. Le ultime opere, quelle delle serie, quelle più conosciute si aprono invece a campiture di colore omogeneo, dove trovano sede quelle figure che nascono dall’originario, che nascono dalle “viscere della terra”; come si trovò a dire lo stesso artista. Ed è questa la vera realtà per Licini, quella in cui è celato “il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo”; quella che è ora, alla fine della sua vicenda artistica, la vera realtà indagabile; dopo lunghe peregrinazioni nel regno del visibile si accinge infine a far emergere quei segni eidetici siti nel mondo primigenio, in quello stadio ove ancora la vita esperienziale doveva compiersi. E molto altro vi è nella straordinaria poetica dell’artista, molto altro che ha goduto dell’ammirazione di una esigua nicchia di estimatori; che ha permesso di conservare quasi intatto quel capitale culturale già in buona parte posseduto in questo territorio e che in occasione della sopraccitata ricorrenza viene ampliato ed esibito, con l’aggiunta di qualche inedito, nelle due mostre fino al 4 novembre.
 
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