|
Scritto da laetitia
|
Presso il teatro comunale “La Vittoria” di Ostra - evento incluso nella rassegna culturale “Vivere il 900” ideata dal professor Giovanni Martines Augusti - si è tenuto un importante incontro con uno dei più grandi storici dell’arte italiani, Stefano Papetti che ha incentrato la sua lunga e chiara esposizione sull’artista marchigiano, Osvaldo Licini, scomparso 49 anni fa.
Licini, ci dice Papetti, tra il ’30 e il ’40 è entrato a far parte del gruppo degli “astrattisti” milanesi, con Soldati, Melotti, Fontana. Nella sua opera i motivi geometrici, da Kandinsky e da Mandrian, si alternano e si mescolano con l’iconografia dell’inconscio di Mirò e di Klee, soprattutto a quest’ultimo si è sentito più vicino. Osvaldo Licini, nato a Monte Vidon Corrado, Ascoli Piceno nel 1894 ha letto e approfondito il meglio della pittura europea del suo tempo, è stato uno dei più colti e meno illusi tra gli artisti italiani. La ricerca pittorica di Osvaldo Licini si divide in due periodi: una fase iniziale figurativa e un’altra allegorica e di pura astrazione, durante la quale ricorre una figuralità del tutto lirica ed essenziale. Studia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove tra gli altri conosce Giorgio Morandi, con il quale divide lo svecchiamento del linguaggio pittorico, aspirazione alimentata da una forte simpatia per le battaglie futuriste e per le correnti cubiste. Dalla sua “periferia” italiana sapeva di non poter e in fondo non voleva uscire. Dopo un periodo passato a Parigi dove incontra anche Modigliani - dato il temperamento irrequieto di entrambi, ci rivela Papetti, ci sono stati tra i due anche vari “scontri verbali” – decide di tornare al suo paese di origine, Monte Vidon Corrado e ne diventò, una curiosità, anche sindaco. Fino alla morte, che avverrà nel 1958, Licini si lascia trasportare nel suo mondo immaginario, lo abborda, lo circuisce, lo tallona senza dargli tregua. Mette in campo i suoi “angeli ribelli” e le sue “Amalasunte” attraverso una lettura fantastica, che non concede pause, ma si allarga a dismisura come investito da una forza occulta.Un punto su cui si è soffermato più volte Papetti è il “furore” che invadeva Licini permettendogli di buttarsi a capofitto in nuove esperienze, ma facendogli ripudiare quanto era riuscito a produrre precedentemente. La sua natura di artista “errante, erotico, eretico” – come egli stesso amava definirsi – lo indusse a rimetter mano a dipinti già compiuti, trasformandoli profondamente. Le difficoltà di lettura e di datazione che questo metodo di lavoro comporta hanno finora ostacolato la chiarificazione del catalogo delle sue opere. Tali difficoltà sono state superate attraverso la riflettografia infrarossa, indagine fisica non invasiva che permette di leggere eventuali pentimenti, nonché il disegno sottostante gli strati superficiali della pittura. Un prezioso riconoscimento, sia pur tardivo - per ironia della sorte arrivatogli poco prima della morte nel 1958 - fu il Premio Internazionale della Biennale a Venezia che lo ha restituito alla storia dell’Arte del nostro Novecento, e ci auspichiamo che il prossimo anno, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, possa dargli il giusto merito con l’allestimento di mostre e l’organizzazione di incontri che lo ricordino e lo restituiscano nella sua pienezza al pubblico italiano e a quello marchigiano. |