| IMMIGRAZIONE: OPPORTUNITA’ E RISCHI |
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| Scritto da Andrea | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Molti giornalisti raccontano in toni tragici gli arrivi di immigrati, i loro numeri e i lavori che fanno. Taluno teme che la loro presenza faccia crescere la disoccupazione fra gli italiani o che si diffondano tradizioni e culti alieni o che siano perpetrati atti terroristici ormai endemici in vari Paesi orientali. Cercando “immigrati” su Web, troviamo soprattutto siti che parlano della loro immagine, della difficoltà di integrazione, della criminalità e del cozzo fra le culture. Pare che oggi in Italia vivano circa 3 milioni di immigrati(3,6% della forza lavoro): in maggioranza extracomunitari o provenienti dall’Est europeo – in minoranza illegali. I dati non sono certi, ma l’immigrazione è un fenomeno meno massiccio che altrove. In Francia gli stranieri sono 6 milioni (6% della forza lavoro), in UK 4 milioni (4,4% della forza lavoro), ma in questi Paesi risiedono da decenni milioni di immigrati naturalizzati. In Germania ci sono 10 milioni di stranieri (8,8% della forza lavoro). [Fonti: Banca Mondiale e www.migrationpolicy.org] Per capire meglio il fenomeno analizziamo come si svolse la migrazione verso gli USA, la più massiccia dei tempi moderni. A parte l’importazione di alcuni milioni di schiavi, fino all’inizio del secolo XIX, dal 1820 al 1940 entrarono 38 milioni di immigrati: 8 milioni dall’Inghilterra, 6 dalla Germania, 4,5 dall’Italia, 4 dall’Austria e 3,7 dalla Russia. Per un secolo il 40% dell’aumento della popolazione era dato dagli immigrati.
Stati Uniti d’America: dati e fattori socio-economici e culturali dell’immigrazione dal XIX al XX secolo La tabella riporta le cifre chiave. Per oltre un secolo in USA si sono sviluppati con rapide crescite parallele: la popolazione, l’immigrazione, la forza lavoro e il prodotto interno lordo. Gli Stati Uniti godettero, quindi, di un robusto aiuto internazionale costituito dall’immigrazione. Quella degli europei già dotati di cultura e professionalità fu una iniezione di ricchezza di pronto impiego a costo zero. Gli immigrati di bassa cultura soprattutto dall’Europa meridionale e dalla Cina inizialmente fornirono mano d’opera a basso costo. Si potrebbe osservare che lo straordinario sviluppo economico degli USA fu determinato dall’enorme estensione di terre vergini che favorì l’agricoltura – fonte dominante di ricchezza fino all’inizio del secolo scorso. Il governo federale cedeva quasi gratis terra ai volonterosi: a ciascuno un quarto di miglio quadrato (a quarter section – 64 ettari), alla sola condizione che dentro l’anno vi costruissero una casa e cominciassero il lavoro di coltivazione. I più arditi prendevano un miglio quadrato e fabbricavano la casa sull'incrocio dei 4 lotti. Si potrebbe sostenere che l’immigrazione in Italia non potrebbe avere conseguenze positive così marcate, perché il territorio e le risorse naturali sono scarse e offrono opportunità molto minori. In USA, però un fattore determinante fu costituito dalla creazione di scuole di buon livello. La densità di college e università crebbe rapidamente fino a superare la nostra di un ordine di grandezza. Così gli immigrati impararono a lavorare a livelli sempre più elevati. Molti divennero eccellenti nelle professioni e nella scienza. Nel secolo scorso e a tutt’oggi è marcato l’effetto positivo dei community college, creati dai governi locali. Questi danno diplomi brevi (di associato) di tipo tecnico, economico o umanistico e permettono ai giovani che escono dalle superiori di compiere un primo salto professionale in avanti.Oggi la disponibilità di terre coltivabili ha importanza molto minore che non la cultura avanzata: tecnica, scientifica, informatica. Dunque un impatto positivo dell’immigrazione si potrebbe verificare in Italia, se avessimo una cultura viva, scuole e università eccellenti e se le industrie investissero energicamente in ricerca e sviluppo. Questi fattori sono assenti. Quindi i migliori fra gli immigrati si sposteranno verso nazioni che progrediscono meglio in Nord Europa, USA e Oriente.Integrare gli immigrati nella nostra società immobilista e con una cultura zoppicante, piena di credenze medioevali o peggio (magiche, gratuite, primitive) e di interesse smodato per l’intrattenimento non ha molto senso e non serve a creare sviluppo civile ed economico. Non ha senso difendere la nostra cultura, affermarne il primato e preservarla da contatti con le altre. Dovremmo considerarle come interessanti argomenti di studio, ma soprattutto dovremmo rinnovare la cultura nostra: liberarla dalle componenti deteriori – come l’idealismo crocio-gentiliano, le astrologie, le controversie religiose – e mirare a raggiungere livelli più elevati privilegiando scienza, tecnica, informatica avanzata, logistica, epistemologia. Dovremmo attrarre (pagandoli il giusto e offrendo un clima libero) immigrati di alto livello, rastrellando in tutto il mondo i migliori scienziati e professori universitari. Ha fatto così, ad esempio, l’università di Singapore – ora a livello eccellente, favorendo sviluppo di industrie hitech e di prosperità fiorente. Non serve aumentare produttività e flessibilità del lavoro, senza definire e creare i settori nuovi di attività in cui lavorare.. Produrre più efficientemente roba antica, dà scarsi vantaggi. I nostri giovani, indigeni o immigrati, dovrebbero imparare a fare mestieri difficili, ben remunerati, mirati a creare o risparmiare risorse materiali, energetiche, umane. Contribuirebbero anche a salvare il paese. di Roberto Vacca, Nòva IlSole24Ore, 2/2/2007. pubblicato col consenso dell'autore, per altri articoli o scritti vedi: http://www.printandread.com |
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