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Lettera al prof. Pallante sulla sua ricetta di decrescita Felice.
Gentile professor Pallante,
Le scrivo a seguito della Sua visita a Senigallia con presentazione a San Rocco della sua Decrescita Felice in cui Lei, invitato dalla locale associazione GSA, ci ha indicato quelli che sono i masochistici paradossi autodistruttivi della civiltà contemporanea e di come molti problemi potrebbero essere corretti con un rifiuto del mito della crescita economica e anzi un avvio verso una decrescita.
In brevissimo riassunto Lei dice che la nostra società producendo quel che produce inquina e di più la maggior parte dei beni prodotti sono cose inutili e comunque prodotte in modo antieconomico e antiecologico su tale linea una crescita ulteriore è un semplice e inutile suicidio.
Su questa questione sono assolutamente daccordo con Lei.
Sulle possibilità di invertire la tendenza alla crescita sono molto più scettico e espongo qui i miei ragionamenti non per compiacermi di uno sterile pessimismo ma perché ponendo obiezioni anche forti ma che mi paiono sensate spero stimolare una riflessione che aiuti a migliorare il suo programma e renderlo, semmai sia possibile, più attuabile concretamente.
La nostra civiltà è in progredire e animo del progresso è una certa ricerca del benessere e della comodità, non esistono civiltà che, di libera scelta, regrediscano; sono innumerevoli le civiltà passate che si sono fermate e sono involute ma mai per scelta consapevole bensì sempre per cause di forza maggiore, questo dovrebbe darci una costante sociologica che nega la possibilità di interromepere un processo economico-sociale senza una coercizione che non sia meramente verbale.
Ammesso però che fosse possibile reindirizzare volontariamente la nostra civilizzazione a un regresso economico in cui si tornasse per la maggioranza all'autoconsumo (o all'autoconsumo cooperativistico, il che mi pare più attuabile) questo cosa comporterebbe? Se la maggioranza si dedicasse alla coltivazione del proprio orticello (o all'orticello del colcoz) non ci sarebbe più tempo per avere operai specializzati e tecnici adetti alla tecnologia il che porterebbe ad un rapido regresso della civiltà ad uno stadio preindustriale. Niente più medicina moderna, comunicazioni veloci, informazioni, ecc ecc. E' ben vero che l'unica cosa veramente importante dell'elenco è la prima, ma quanti sarebbero disposti a rinunciare a tutto, dove tutto vuol dire dalla salute alle comodità, e sempre volontariamente e non per cause di forza maggiore? Un popolo di filosofi platoniani sì forse, il popolo di gente comune con cui convivo io, ho dei dubbi.
Espresse queste perplessità poniamo ora il caso che la decrescita venga imposta con la forza da uno stato (o da tutti gli stati) per accordo internazionale come un rigido protocollo di Kyoto (Il protocollo di Kyoto è purtroppo un ottimo esempio di incapacità di far valere imposizioni ecologiste, sia pur non gravi, sull'egoismo dei singoli o delle lobby).
Ma ove fosse possibile che lo Stato costringa con successo la sua popolazione ad una decrescita e magari la imbellisca anche con una propaganda che ne magnifica i vantaggi e sminuisca le difficoltà, così da indorare la pillola con quel metodo che in passato ha dimostrato di poter indirizzare le masse anche in direzioni apparentemente contrarie ai propri interessi al limite del masochismo,
in questo caso che accadrebbe?
Uno stato come quello moderno, che deve il suo potere alla liquidità economica derivante soprattutto dalla tassazione, se riuscisse a frenare l'economia si troverebbe in breve ad avere sempre minor liquidità e quindi minor potere politico, economico e coercitivo. In pratica smetterebbe di poter continuare ad obbligare i singoli a certi comportamenti che, se sentiti come innaturali, verrebbero poi presto abbandonati. L'anarchia che seguirebbe all'assenza di uno stato forte, un po' come accadde un Unione Sovietica, porterebbe ad un abuso di pochi forti e poi pian piano si addiverebbe ad una ricostituzione di un'entità statale.
Premessi questi due scenari, semplicistici ma plausibili, mi permetto allora di sostenere che una decrescita felice più fattibile sarebbe quella di una riduzione della popolazione mondiale attraverso una politica di rientro rapido della natalità a livello globale. Una società ridotta, anche se inquinante, non sarebbe una minaccia grave all'ecosistema come lo è l'attuale popolazione mondiale bramosa di raggiungere nel suo complesso la stessa impronta ecologica di europei e americani. Desiderio comprensibile che può essere esecrato ma difficilmente contrastato altrimenti che con la riduzione dei desideranti.
Sperando che queste semplicistiche obiezioni di un semplice cittadino non Le siano di fastidio ma, come premesso, siano prese come spunti riflessivi.
porgo un cordiale saluto,
un senigalliese. |