| L'OPINIONE/ Welby e il Manfredi dantesco |
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| Scritto da Walter Tomassoni | |
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Mentre Dante camminava a fianco dell’anima di Virgilio scalando il Colle del Purgatorio, Manfredi sorridendo svelò la sua identità, ben lontano Dante, dal supporre che l’anima di uno scomunicato in vita dalla Chiesa cristiana possa trovarsi in Purgatorio anziché all’Inferno. Manfredi fu figlio naturale di Federico e di Bianca Lancia, nipote di Costanza Imperatrice. Dopo che il suo corpo fu colpito in battaglia, il 26 febbraio 1266 presso il ponte di Benevento, fu sepolto sulle rive del fiume Colore, sul territorio dello Stato Pontificio di Napoli dove non poteva stare avendo avuto la scomunica, in vita, dalla Chiesa per i suoi peccati. Per ordine del Papa Clemente IV fu inviato il Vescovo di Cosenza (Bartolomeo Pignatelli) per fare riesumare le ossa di Manfredi, di notte a torce spente (come si usava fare per le anime scomunicate dalla Chiesa) e gettarle al di fuori del confine del Regno della Chiesa sulle rive del Fiume Liri (oggi Garignano) un tempo chiamato Verde, senza rispettare le righe del Vangelo che è sempre pieno di misericordia divina e pietà infinita. “Il mio cadavere poteva essere lasciato in pace nella prima sepoltura poiché alla mia morte mi ero rivolto, versando lacrime di pentimento, alla bontà infinita del Signore Iddio che è sempre pieno di misericordia e raccoglie tutti quanti si rivolgono a Lui”. Tuttavia per la Chiesa chi muore scomunicato, anche se si è pentito in punto di morte, deve rimanere al di fuori della montagna del Purgatorio 30 volte il tempo che ha peccato, senza aver chiesto in vita un umiliante perdono alle autorità ecclesiastiche cristiane. Solo le preghiere dei vivi ora possono accorciare il tempo per la via della salvezza. Il Pastore di Cosenza ha negato le pagine del Vangelo e della Bibbia; Dio si trova nominato migliaia di volte, è al centro di ogni avvenimento, è alla radice di ogni concezione. Questo Dio, chiamato con un nome particolare: Jahvè (Colui che è) non è un’astrazione della filosofia ma un essere personale che agisce nella storia, è il Dio di Israele che invisibilmente marcia alla testa delle tribù confederate, ne scompiglia i nemici, ma è anche il Dio che si interessa del fanciullo Ismaele che muore di sete. Le autorità ecclesiastiche romane, oggi, hanno negato, alla famiglia di Piergiorgio Welby una funzione religiosa contrapposta ad una reazione politica. Nel III Millennio sarebbe stato più logico adoperare la bontà infinita “cha ha sì gran braccio” e raccoglie tutto quanto si rivolge a Lei, per non farsi ripetere dalla folla credente e da illustri teologi che, in fatto di religione, siamo ancora quelli “della pietra e della fionda”. |
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