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Sostiene Pereira che il più delle volte per comprendere il significato dei fatti è necessario controllare i presupposti. Un simile pensiero gli è venuto in mente mentre stava leggiucchiando un articolo a firma del dottor Bavosi sul Resto del Carlino, una copia del 27 dicembre ormai molto sfogliata e rimasta in un angolo del bar, nell’attesa che gli fosse portata una frittata alle erbe aromatiche.
L’articolo aveva per titolo: “Undicimila interventi non sono serviti. Anche chirurgia conquistata dall’esterno”; sottotitolo: “L’amaro sfogo del medico Mauro Bavosi: siamo solo pedine spostate dal sistema”.
Pereira aveva aggrottato la fronte e mandato giù un sorso d’acqua al limone. “Per quanto non sia mai tanto facile tenere distinti presupposti e fatti”, commentò per completare il suo pensiero. E gli tornava in mente quella volta che era andato a pranzo con un collega inglese: ordinato il pollo, in due secondi l’inglese, con tagli sapienti, aveva messo la polpa da una parte e la carcassa dall’altra.
Pereira si provava adesso a tagliuzzare l’articolo in questione come fosse quel pollo e lui un giornalista inglese fornito di scettico discernimento: per vedere innanzitutto se ce la faceva, e poi per controllare se l’assunto dei fatti spiegati dai loro presupposti riuscisse a dimostrarsi operativo.
Nell’elenco dei fatti poteva collocare al primo posto le qualifiche del medico Bavosi: “30 anni all’ospedale di Senigallia, due specializzazioni, due idoneità a primario, undicimila interventi eseguiti, responsabilità nella Chirurgia d’urgenza”; al secondo il risultato del concorso per primario: a dispetto di un simile curriculum, la commissione gli aveva preferito un altro che veniva da fuori.
Il terzo posto spettava senza dubbio al medico stesso, alle sue ragioni e alla sua protesta venata di ironia: ma qui anche l’inglese avrebbe avuto i suoi problemi per staccare la carne dall’osso. Perché, certo, Bavosi dichiarava espressamente che la gara per il primariato era stata influenzata da interessi politici; e che la commissione non aveva scelto bene; che non riusciva a capire perché “un ospedale in cui operano più di cento medici non riesca ad esprimere quasi mai un primario ma tutti vengano presi sistematicamente da fuori”, precisando addirittura da dove: “da Ancona”.
“Perché non fa ricorso”, s’era chiesto Pereira sul momento. “Se la commissione non ha considerato bene i meriti che vanta, si vadano a rivedere gli atti, che saranno pure forniti di dati oggettivi”.
“Oppure non è la corretta esecuzione delle pratiche concorsuali che Bavosi mette in discussione, o non solo quella, ma i criteri stessi prescelti per la selezione, che non rendono merito al valore effettivo. In questo caso un ricorso non sarebbe possibile”.
“Rivediamoli, allora. Se non altro per cambiarli la prossima volta”. In fin dei conti era lo stesso che chiedevano i medici del reparto, scrivendo anche loro sul Carlino qualche giorno dopo, il 4 gennaio esattamente: “E’ lecito chiedere alle forze politiche che avevano pubblicamente affermato la volontà di garantire la trasparenza e il criterio della meritocrazia nell’espletamento del concorso, di prendere visione degli atti pubblici del concorso stesso e di trarne le conclusioni?”.
“E’ lecito sì”, si convinceva Pereira. “E’ lecito ai politici ed anche ai cittadini. Ed è lecito anche ai medici. Allora si vedrebbe un po’ meglio quali meriti vengono richiesti per scegliere il primario, diversi da quelli vantati dal nostro concittadino; si potrebbe valutarne la validità, e in questo modo evitare di pescare nel torbido degli interessi particolari e delle trame supposte anconetane: la verità verrebbe a galla da sé, come un fatto oggettivo”.
Invece sia il mancato primario, sia i suoi colleghi, preferivano chiudersi nell’orticello dei loro presupposti - Pereira aveva tratto un certo elenco dalle loro dichiarazioni e raccolto sotto il titolo, appunto, di “Hortus clausus” - senza accorgersi che il recinto di canne di quell’orto non reggeva più, malgrado avesse retto per anni egregiamente.
Certamente era giusto rimpiangere l’avvenuta fuga di tanti bravi medici da Senigallia verso altri lidi, motivata dal fatto che “al momento opportuno non veniva riconosciuta la loro professionalità e competenza”: “Si faranno onore altrove”, immaginava Pereira, “e qui verranno altri a farsi onore”.
In ogni caso l’antidoto non era citare Quagliarini come “l’unico ad avere il diritto ad esprimere giudizi sul merito della sua successione”: a cosa serviva richiamarlo alle armi se non a risvegliare nostalgie dinastiche e di cooptazione? Il rapporto dei medici con la comunità poteva avere anche una grande importanza, ma non doveva assolutamente implicare questa specie di autarchia cittadina che a volte si intuiva.
A che serviva poi il sarcastico commento che “il primario che viene da fuori è sempre il meglio”, seguito da più di un accenno all’esistenza di un “sistema”, quanto tutti sappiamo quali accenti sinistri trascini con sé il solo pronunciare la parola? Meglio allora far parlare i fatti e poi che ognuno si faccia un’idea di come è fatto il mondo nel quale viviamo.
“Se il medico senigalliese ha ragione”, si trovò a questo punto a concludere Pereira, “la difenda coi buoni argomenti che, a quanto ho capito, non gli mancano, e non con i vecchi arnesi della corporazione locale e delle barriere doganali travestite da tipicità locali. Tanto più che in questo mezzo viene proprio a mancare il diretto interessato, l’utente del “sistema” sanitario e potenziale paziente, ossia noi tutti noi, ai quali importa più che altro di guarire e stare bene.
Ma la frittata adesso si trovava lì sul tavolo e Pereira la andava rigiranto insieme con i suoi ragionamenti. Gliel’avessero portata prima, avrebbe concentrato in quest’ultima considerazione tutto il suo pensiero.
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