Giovedì, 23 Maggio 2013

L'INCONTRO CON STEFANO BENNI

La domanda è di quelle che ci accompagnano dalla notte dei tempi: se dovesse finire il mondo, che cosa vorreste salvare per testimoniare la storia dell’umanità? La risposta di Stefano Benni è forte e chiara: è l’arte la migliore biografa dell’uomo. Seguendo un percorso che parte dai graffiti di Lascaux, attraversa il rinascimento di Leonardo e ci conduce al post – moderno, lo scrittore bolognese traccia le tappe della vicenda umana sulla Terra. Sul palco, tre leggii posti a triangolo e su piani diversi, tra i quali si muove continuamente la chioma bianca del “Lupo”, soprannome con cui Benni è conosciuto dai suoi fedelissimi; sullo sfondo, un megaschermo bianco su cui si rincorrono riproduzioni di opere famose, trompe l’oeil e citazioni disneyane; appoggiata allo scrittoio in primo piano, illuminata per tutto lo spettacolo, la busta che contiene la data fatidica della fine del mondo, che Benni promette di svelarci a fine spettacolo. Ci accompagna nel viaggio il pianista Umberto Petrin, che dialoga con Benni a colpi di jazz e battute.

Dopo un’introduzione semiseria, con punte di comicità pura, Benni ci racconta le vicissitudini dei grandi artisti di tutti i tempi: dai toni esilaranti della dissertazione sull’arte di Pelosone da Corinaldo, mammut graffitista particolarmente ispirato, si passa al sorriso della Gioconda e alle più improbabili spiegazioni che ne sono state date nei secoli. Da questo momento in poi, il monologo di Benni assume toni più intimi, tormentati. D’altronde ci aveva avvertiti: tutta l’arte non è che la tensione continua “tra sorriso e grido”. Bosch, Velazquez, Monet, Van Gogh, Klee: tutti questi artisti hanno dovuto affrontare la sofferenza di chi ha visto il mondo oltre il mondo ed ha provato a raccontarlo con le sue opere. Come durante la seconda guerra mondiale, quando “la scienza si fece complice e la religione chiuse gli occhi”: solo l’arte continuò a testimoniare. Benni prova a porre rimedio alla solitudine dei grandi maestri, immaginando epistolari e dialoghi tra pittori e rispettivi maestri, colleghi e muse ispiratrici. La parentesi disneyana, con la riproposizione dei Rosaelefanti di Dumbo, ci restituisce risate e leggerezza; allo stesso fine si prestano le “tre performances estemporanee” del maestro Petrin e la disquisizione del critico d’arte franco – ratzingeriano.

Alla fine, Benni non ci rivelerà l’ora esatta della fine dei giochi per il Pianeta, lasciandoci in sospeso tra dramma ed ironia, tra riso e riflessione, “tra sorriso e grido”, appunto.

E, così come egli ha immaginato lettere e dispute tra artisti e mecenati, anche noi abbiamo realizzato un’intervista quasi “virtuale”: domande e risposte sono reali, ma sono frutto di uno scambio di posta elettronica tra Stefano Benni e chi ha scritto questa breve recensione, reso possibile grazie alla gentile collaborazione dell’ufficio stampa del Teatro la Fenice di Senigallia.

Tra i personaggi che hanno popolato i suoi romanzi (Elianto, Saltatempo, Margherita Dolcevita, Achille Piè Veloce) chi le assomiglia di più? Perché?

S.B. Ovviamente Saltatempo. Il paesaggio di Saltatempo è quello della mia infanzia.

Nonostante ironia e sagacia siano comunque presenti sullo sfondo, “La grammatica di Dio” ci ha fatto conoscere uno Stefano Benni particolarmente cinico, virulento, crudele. Sembra quasi che non sia riuscito a trattenere la rabbia di fronte all’inarrestabile deriva sociale e culturale del nostro tempo. Con “Pane e Tempesta” sembra invece esser tornato ad un registro più comico. Era necessario descrivere un mondo di orrori per ricominciare a riderci su?

S.B. Tra tragico e comico non c’è nessuna opposizione. Sono due modi di essere attenti alla realtà.

 

Nei suoi scritti si rileva una costante attenzione all’ambiente, tramite la personificazione di piante ed animali ed il contatto dei suoi personaggi con la natura. Cosa pensa dei disastri causati dall’edilizia selvaggia, ad esempio in Sicilia e Calabria?

S.B. Che io, ed altri, li descrivevamo già trent’anni fa. Il disastro del territorio italiano è cominciato subito dopo la guerra, non da pochi mesi.

Il suo alter ego francese, Daniel Pennac, ha recentemente pubblicato il suo “Diario di scuola”. Com’era lo Stefano Benni studente?

S.B. Ero un pessimo scolaro, distratto, e leggevo solo quello che non era in programma. Però se mi piaceva il professore, ad esempio quello di greco, diventavo quasi studioso.

Come vive il rapporto con la tecnologia? E’ un animale pericoloso da cui difendersi che, prima o poi, prenderà vita autonoma e, nostro malgrado, ci dominerà, oppure c’è modo di domarla?

S.B. Le invenzioni non sono buone o cattive, buono  o cattivo è il modo di usarle, diceva Einstein. Quindi è il modo avido e distruttivo con cui prolifera la tecnologia che mi spaventa. Ma tutto può ancora succedere. Internet ad esempio è un’invenzione  recente, potrebbe diventare un mondo di spionaggio o un grande mondo di libertà.

Genio della satira italiana, Stefano Benni è conosciuto dai lettori più informati per i brillanti e sapidi articoli che nell’arco della sua ormai lunga carriera sono periodicamente apparsi su vari quotidiani e periodici italiani. La sua produzione rappresenta un impietoso ritratto dei vizi e dei difetti dell’Italia degli ultimi decenni, con i suoi aspetti grotteschi e surreali, tali da superare talvolta le stesse capacità della satira.

Con il suo sguardo rigorosamente di sinistra è riuscito a farci ridere delle pochezze tipiche della politica più meschina e abborracciata, così come degli episodi più eclatanti che ci assediano dalle pagine dei giornali. Benni però è anche uno scrittore coi fiocchi, una penna dall’abilità sconcertante. 

scritto da Elena Starna

 

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