Se a Pietro Perugino, la bellezza soave e l’armonia della composizione, hanno aperto le porte ad un successo immediato, riconosciuto e soprattutto duraturo, quello che è toccato a Pintoricchio è invece legato alla sua particolarissima abilità narrativa, capace di tenere lo spettatore sospeso per tutta la durata della visione.
Se in Perugino tutto quadra e l’occhio ne esce pago da quella figurazione che più nulla ha da dire, in Pinturicchio è il continuo incidente visivo che spiazza la consuetudine del passo lento in favore di una rapida e minuziosa rappresentazione.
Saranno stati gli anni passati nelle botteghe di Caporali e Bonfigli a Perugia dove, oltre all’arte pittorica si praticava anche l’arte della miniatura, che avranno condizionato il suo fare verso una attenzione al dettaglio e agli impercettibili, come segno, ma fondamentali nell’economia del dipinto, punti cromatici.
Nell’unico esemplare, delle opere dell’umbro, che abbiamo nelle Marche, le leggere ma fittissime virgolettature di color oro sono un chiaro e distintivo esempio di come l’arte di Pinturicchio trovi nel dettaglio un’eco universale.
Nelle Marche Pinturicchio non è mai venuto, almeno così sembra, ma una sua opera intitolata “La Madonna della Pace” è sita ormai, da più di cinquecento anni a San Severino Marche, oggi nella Pinacoteca “Tacchi Venturi”.
Bernardino di Betto detto per l’appunto Pintoricchio, nasce a Perugia intorno al 1456, in una città che stava radicalmente cambiando il suo aspetto grazie alla lungimiranza, ma forse è più corretto chiamarla ambizione, di una nobile famiglia dell’epoca, i Baglioni.
Entra, Perugia, in quel circuito di corti e di città satellite collocate lungo le maggiori vie di transito, motivo per il quale, assieme alla politica espansionistica dei Baglioni, vive un florido periodo di ricchezza per quasi tutto il Quattrocento.
Non a caso lo stesso Raffaello di lì a poco arriverà nella città umbra per lavorare nella più importante bottega dell’epoca, quella di Perugino.
L’egemonia del divin pittore non rende certo la vita facile a Pintoricchio, anche se, forse, si è rivelata una spinta utile per andare a cercare committenze fuori da Perugia.
Seppur si crede che la partecipazione di Pinturicchio alla decorazione della Cappella Sistina sia dovuta all’intercessione di Perugino, che l’avrebbe chiamato come aiuto, in realtà Bernardino era già stato incaricato di affrescare la Cappella di San Girolamo a Santa Maria del Popolo nel 1479 dei cardinali Cristoforo e Domenico della Rovere, nipoti di quel Sisto IV che, pochi anni dopo, commissionerà la decorazione della propria straordinaria cappella.
Ma Sisto IV è solo il primo di una lunga serie di committenze religiose ricevute dal nostro pittore; venne chiamato da ben cinque papi, il primo fu appunto quello suddetto, a seguire Innocenzo VIII, il quale gli commissionò la decorazione del Casino del Belvedere, sua residenza estiva.
Fu inoltre chiamato dal successore di Innocenzo VIII, un papa tanto odiato dalla storia per le sue esplicite nefandezze, Alessandro VI Borgia, per decorare le stanze del suo appartamento papale.
La critica dell’epoca ha legato l’opera di Pinturicchio al nome Borgia, motivata anche dal fatto che, Giulio II, si rifiutò di abitare nelle stanze che narravano le gesta del suo predecessore e che, di conseguenza, chiamò un altro pittore, Raffaello, per affrescare l’ala degli appartamenti papali dove decise di soggiornare.
Non è stato un rifiuto nei confronti dell’arte di Pinturicchio, visto che tra i cinque papi committenti che si annoverano uno è proprio Giulio II, quand’era ancora cardinale chiamò l’umbro per decorare le pareti del suo palazzo.
Solo uno ne manca alla lista ed è quel Pio III che rimase al soglio pontificio per una manciata di giorni, ma che volle rendere omaggio al suo predecessore e zio, Pio II al secolo Enea Silvio Piccolomini.
Chiamò Pinturicchio a Siena, dove egli si trasferì e ivi morì, per affrescare la Libreria Piccolomini, glorificando la figura di Pio II attraverso la narrazione delle vicende del suo pontificato.
Le committenze legate al nome del pittore umbro sono moltissime, sia pubbliche, al tempo soprattutto religiose, che private, lavorò per i Bufalini ma anche per Costantino Eroli, vescovo di Spoleto, per Troilo Baglioni che gli commissionò quella che oggi è rimasta come uno dei suoi più importanti capolavori, “La Cappella Bella” a Spello, ma lavorò anche per un canonico di Santa Maria in Trastevere, tale Don Liberato Bertelli che nel 1488 divenne priore di San Severino Marche.
Don Liberato Bertelli, colui che si inginocchia a mani giunte ai piedi della Madonna, aveva portato come dono a San severino questo dipinto, un dono che, oltre alla gratitudine per la carica concessagli, aveva anche, probabilmente, un significato di prestigio, egli che veniva da Roma portava con sé un esempio di arte così tanto innovativa e moderna da non essere conosciuta nella provincia marchigiana.
Si potrebbe tracciare un perfetto profilo caratteriale di Don Bertelli solamente studiando attentamente il poderoso ritratto che Pintoricchio ne fece; di tutto il dipinto, il committente, è davvero la parte più umana e terrena. La vena sopra la tempia sembra che pulsi, realistica come le rughe marcate da uno sguardo concentrato e intenso.
Anche il paesaggio sullo sfondo, risente di una presa diretta dalla realtà, potrebbe essere San Severino, magari è la resa pittorica del racconto della città che Don Liberato fece al maestro. Il resto è pura bellezza.
scritto da ELENA PIAGGESI
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