La didattica sociale che ogni giorno ci viene impartita a proposito dell’acqua sembra prendere di mira in particolar modo i ragazzi delle medie e i bambini delle scuole elementari. Quante volte abbiamo visto professori e maestre prodigarsi per spiegare come l’acqua dolce non sia infinita, e come potrebbe esaurirsi se noi la sprechiamo; di modo che che ogni bravo scolaretto sa che questa risorsa è indispensabile alla vita e un bene comune dell’umanità. Ma nessuno di loro, insegnanti e alunni, si sofferma di solito a pensare che questa didattica non ha solo attori animati da spirito civico e da preoccupazione per una risorsa che abbiamo scoperto assai vulnerabile, ma è anche spinta da soggetti interessati alla promozione di un prodotto commerciale; soggetti per i quali le affermazioni sul valore dell’acqua sono il contenuto di una campagna camuffata da pubblicità progresso, della quale i nostri figli sono solo il target. Messaggi e paradossi Le autorità politiche territoriali e i responsabili manageriali anch’essi si danno da fare per propagandare quelle che chiamano “le buone pratiche”. La rivista “Noi per voi” – per non andare lontano – con la quale la S.p.A. interamente pubblica Multiservizi mantiene i suoi contatti con gli utenti (clienti?), spiega “a tutte le famiglie” che “l’acqua potabile è un bene esauribile” e che però “l’acqua di Gorgovivo è buona” ed è “acqua medio-minerale come le acque vendute in bottiglia al supermercato”, solo “più conveniente”. Tutto tutto vero, tutto giusto, tutto santo; ma come togliersi dalla mente – quando uno lo sa – che nello statuto del consorzio che gestisce Gorgovivo c’è scritto fin dal suo costituirsi – art. 5 - che la ragione sociale è “vendere l’acqua”? Non è difficile allora annusare un qualche odore di bruciato: avete mai sentito un venditore che disprezza la sua merce e raccomanda di comprarne poca? E perché poi, se Multiservizi vende, non dovrebbe confrontarsi col mercato? Un bene prezioso Al momento la cosa non va oltre il paradosso; perché in realtà nessun commerciante ha sopra di sé un’autorità pubblica che decide e controlla quanto, come e a quale prezzo va venduta la sua mercanzia. Per questo abbiamo dato la parola a Marisa Abbondanzieri, che è presidente dell’Autorità che regola il servizio idrico di questa provincia. Tuttavia resta viva l’impressione che stiamo percorrendo una strada segnata e imboccata già da molto tempo. Se l’acqua verrà privatizzata come ha stabilito il nostro parlamento con eccesso di unanimità, ci si può aspettare un processo di concentrazione; e allora non sarà più tanto facile per un’autorità pubblica, elettiva o nominata, tenere alla briglia cavalli potenti e scalpitanti come le multinazionali dell’acqua. Detteranno loro i programmi e tratteranno loro il prezzo, e cercheranno di spuntare il miglior prezzo per loro, aiutate dal fatto che l’acqua è un bene “prezioso”, ossia ha un prezzo, influenzato dal rapporto tra domanda e offerta. Tra bisogno e spreco La regolazione pubblica dell’acqua – bisogna riconoscerlo – nella nostra regione è riuscita finora a mantenere le tariffe a un livello abbastanza accettabile, anche se in crescita, in ragione degli investimenti che ha disposto per migliorare il servizio e integrarlo di funzioni come, smaltimento e fognature e ammodernamento; ma il criterio col quale ha ritenuto di gestire la risorsa ai nostri occhi appare semplicemente disastroso. Lasciandosi guidare da modi volutamente riduttivi di concepire il “controllo dell’intero ciclo dell’acqua” e da criteri privatistici come la rincorsa a un livello crescente di domanda per persona (impropriamente chiamata “fabbisogno”), ha accentuato la propria dipendenza dalla fonte di Gorgovivo fin quasi ad azzerarne i tempi di ricarica. La concomitante tendenza del clima verso inverni più secchi e minori precipitazioni nevose è stata solo il contesto sul quale si è determinata una forte riduzione della risorsa, attestata da una crescente durezza dell’acqua che ne sgorga. Per converso non si è fatto niente per ridurre la dipendenza del nostro sistema idrico da Gorgovivo; e quello che si è fatto – acquedotti duali che sono costati miliardi – non ha funzionato, soprattutto a causa di carenze legislative sovraordinate. La crisi non riguarda gli stock idrici Possiamo affermare senza tema di smentita, con molte prove e per un sacco di ragioni, che la “crisi idrica” denunciata da “Noi per voi” non riguarda se non molto parzialmente gli stock idrici complessivi, ma piuttosto il nostro modo di tutelare le acque e di servircene.
Un’occhiata alla storia degli ultimi trent’anni ne renderà ragione. A un certo punto – inizio anni ottanta - una direttiva europea sulla qualità delle acque costringeva la legge italiana a porre limiti alla presenza di inquinanti nell’acqua da bere. Questo ha messo fuori combattimento tutti i pozzi di pianura e di media collina, inquinati da varie sostanze tra le quali prevalevano i nitrati. Quei pochi comuni che potevano già contare sull’acqua di Gorgovivo non hanno sofferto nessuna apparente conseguenza, ma la gran parte dei comuni marchigiani è rimasta per parecchi anni senza acqua potabile. Il nuovo ordinamento territoriale del servizio idrico ha poi spinto ciascun ambito ottimale a fornirsi dell’acqua di montagna e a lasciare nell’inquinamento e nella trascuratezza tutti i pozzi vallivi. L’illusione di abbondanza e di freschezza montana che sgorga dal rubinetto ci ha fatto dimenticare la realtà di un territorio complessivamente inquinato. La rete fornita da Gorgovivo è stata estesa, e per questo non si è proceduto in nessun modo al disinquinamento. In questo modo le autorità si sono defilate dall’impegno che risulterebbe decisivo: risanare l’agricoltura che inquina le falde coi nitrati. L’acqua avulsa L’altra illusione è che potrebbe sviarci è quella che riguarda il controllo dell’“intero ciclo dell’acqua”. Il ciclo che il gestore del servizio idrico controlla è è quello dell’acqua avulsa dal territorio che dovrebbe fecondare, che passa nei tubi anziché nei fiumi, che non rifornisce le falde di subalveo, che non irrora le campagne, che non dà vita alla fauna fluviale, che non svolge la sua funzione di depurazione naturale e che non compie nemmeno l’azione di trasporto solido così indispensabile alla formazione delle spiagge e alla difesa della costa dall’erosione marina. Non solo: la forzatura dell’acqua avulsa verso il rifornimento idrico delle città e dei centri produttivi interferisce anche coi tempi di scorrimento e, per eccessiva pretesa, anche quelli di ricarica dellle falde profonde. Questo modo di distogliere le acque dalla loro funzione naturale è destinato a esaurire rapidamente la risorsa e a disorganizzare il territorio del quale era fulcro ed elemento regolatore e vitale. Il sillogismo industrialista che orienta le scelte il servizio pubblico è invece questo: l’acqua di Gorgovivo non dà più garanzia di copertura della rete che noi abbiamo steso? Allora andiamo a cercare altra acqua in montagna. Questo modo di pensare e di operare loro chiamano “politiche lungimiranti”: non la tutela delle acque nel territorio da esse attraversato, non il risanamento dei pozzi esistenti, non la diversificazione degli usi, non la decrescita del consumo idrico, ma l’incremento delle captazioni in montagna e in profondità. Operando in questo modo, la strategia idraulica procede a vele spiegate verso la separazione stabile, e dunque non complessivamente migliorativa, dell’acqua buona da quella inquinata. Il risultato di tanta lungimiranza non potrà essere altro che una proiezione della crisi pantografata nel tempo. Fontamara Non solo: questo modo “non-ecologico” di concepire la funzione idrica è il viatico ideale del passaggio di poteri dall’esercizio pubblico, condotto per l’interesse pubblico, verso quello privato e asservito ad interessi privati. Coloro che da Istambul fanno sapere al mondo che “il business non è un optional”, trovano già spianata la strada verso il modo per loro più congeniale di gestire l’acqua pubblica: come un consumo. Ci stanno già abituando anche al linguaggio quando dicono che noi “consumiamo l’acqua”. Noi non consumiamo l’acqua: noi la utilizziamo. Alla fine dell’uso la restituiamo tutta. Un cattivo utilizzo però rende l’acqua progressivamente indisponibile e tende ad alterare il ciclo in modo da ridurne la rinnovabilità. Non è questo il processo di “petrolizzazione” che abbiamo sempre temuto? Mettere acqua al centro del riequilibrio territoriale È evidente che tutto questo non può essere ascritto esclusivamente all’opera del servizio idrico – sul quale sembra giusto riporre le speranze di una buona regia nell’interesse pubblico - ma rappresenta una metalità altrettanto diffusa quanto perniciosa.
Ci sono tuttora incomprensioni nell’amministrazione pubblica; ci sono ritardi. Il Piano degli investimenti, consistente e lusinghiero sotto l’aspetto industriale, ma dichiaratamente sviluppista, è stato messo a punto dall’Autorità di Ambito prima che venga approvato da parte della Regione un Piano per la tutela delle acque. Gli impegni assunti con l’Unione Europea, per il miglioramento della qualità delle acque e per il ripristino del flusso vitale dell’acqua nei fiumi, sono rispettivamente onorati a fatica o non ancora definiti. Non sembra nemmeno che si sia compreso a pieno, malgrado il prodigarsi di tanta convegnistica e di non poche azioni meritorie, l’importanza di mettere l’acqua al centro dell’intera pianificazione territoriale. Tornare all’acqua come elemento organizzatore del territorio equivale a recuperare concetti che ci sono stati familiari per secoli: se non quello di spartiacque come confine nazionale, che abbiamo superato svalicando nell’Unione Europea, certamente quello dell’ambito territoriale. Il fiume è anche fulcro di luoghi abitati, asse di mobilità, dislocazione onomastia e dialettologia, fattore di produttività agricola, elemento microclimatico, chiave della distribuzione di materiali da ripascimento della costa e cento altre cose. Però un fiume non è un fiume se non porta acqua, e non può esserci acqua se la facciamo passare tutta dentro i tubi. Il diritto all’acqua e il principio di cittadinanza che deriva dalla sua condivisione devono essere in primo luogo affermati in ambito internazionale e nelle politiche europee e nazionali: questo ha sottolineato Petrella sostenendo per anni la necessità di un contratto mondiale. Vorrei dire però che non tutta la nostra energia deve concentrarsi sulle questioni gestionali, quando non abbiamo ben chiara la microfisica delle politiche dell’acqua. C’è in Italia un’eclissi totale di rappresentanza di queste prospettive e, in quanto all’esperienza diretta, quella dell’acquedotto pugliese ha messo a nudo uno iato che forse di poteva comporre. Ma è sul piano culturale che queste battaglie possono essere vinte. Le proposte espresse dal movimento per l’acqua pubblica non sono così tanto ideologiche come altri le fanno apparire. Quella del minimo gratuito d’acqua per ogni cittadino cozza evidentemente non solo con l’organizzazione del Servizio Idrico Integrato e con quella delle multiservizi, ma anche con la mentalità politica che li ispira. Se paragonata per analogia di obiettivi e funzioni al regime dei farmaci di prima fascia, risulta più comprensibile. Il problema per ora si presenta quando c’è qualcuno che non paga la tariffa: il servizio idrico non può, non deve essere sospeso. Quando l’acqua dovesse salire di prezzo – il che probabilmente avverrebbe con la gestione interamente privata – toccherebbe allo stato pagare il minimo idrico vitale a chi non paga o non può pagare. Una nuova narrazione dell’acqua per i nostri bambini Occorre conoscere bene i processi e precisare gli obiettivi. Il viatico per arrivare alla privatizzazione non sono le leggi sulla concorrenza, ma il modo di stabilire il nostro rapporto con l’acqua. La sua rarefazione non è tanto il risultato dei cambiamenti climatici quanto quello di una cattiva gestione del territorio e di una sbagliata mentalità nel gestire la risorsa. Anche oggi sotto il controllo pubblico l’acqua è tuttora trattata come un prodotto commerciale. Non deve esserlo, perché il mercato (il rapporto tra domanda e offerta) non è in grado di regolare la disponibilità delle risorse naturali; anzi, paradossalmente più l’acqua è inquinata e più quella buona vale.
Non credo che si potrebbe ritornare all’acqua del sindaco: però la gestione associata delle risorse dovrebbe rendersi più responsabile della risorsa che si trova in loco e passare a bonificare tutti i pozzi che ci sono nel teritorio. Se poi vuole anche mantenere il rapporto preferenziale con il gestore a sola partecipazione pubblica che è stato prescelto nella nostra provincia, faccia almeno una cosa: chieda a Multiservizi di togliere via quell’articolo nel quale è scritto che la ragione sociale di Gorgovivo è “vendere l’acqua”. Non sottovaluti il significato di questo gesto se vuole mantenere il sevizio idrico nell’ambito pubblico. E poi venga a spiegarlo ai bambini: è il servizio che deve essere pagato, non l’acqua venduta.
Scritto da leonardo Badioli
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