MARCHE

INTERI BORGHI CANCELLATI IN POCHI SECONDI, CHI SI E’ SALVATO HA SOLO UNA COPERTA

 

Nel buio quelli che scavano a mani nude tra le macerie sono poco più che sagome. Gli uomini della protezione civile invitano al silenzio, per quanto possibile: “Dobbiamo sentire se c’è qualcuno là sotto”. Dal basso salgono le urla di chi è rimasto intrappolato.

Arquata del Tronto, nemmeno duemila anime ai piedi del monte Vettore: alle 3 e 36 di ieri notte (art. apparso sul Manifesto del 25 agosto ndr) la terra ha tremato fortissimo e il borgo di pietra si è sgretolato, è venuto giù e ha travolto i suoi abitanti. La polvere ha reso l’aria torbida, si è posata sulle macchine e sulle persone fino a renderle quasi irriconoscibili. Quelli che chiamano aiuto e non si trovano, quelli che spuntano da sotto le macerie, quelli che cercano disperati un figlio, un padre, una madre, un fratello, un amico e non lo trovano. E non sanno nemmeno dove cercarli davvero.

A fine giornata i morti da queste parti saranno almeno venti, mentre il numero dei dispersi è incalcolabile, con speranze sempre più tenui di trovare qualcuno in vita tra le case abbattute. La polizia ferma il traffico sulla Salaria, per le strade sopravvissuti camminano senza meta o stanno seduti a piangere e fissare il vuoto, tutti con una coperta sulle spalle ad aspettare il sorgere del sole per trovare un po’ di calore dopo il freddo pungente della notte in cui tutto è crollato.

 

Un cumulo di calcinacci 

La frazione di Pescara del Tronto semplicemente non esiste più: un cumulo di calcinacci, case sventrate, travi che sono rimaste in piedi come scheletri nel nulla. Cento abitanti censiti e, ad oggi, zero case rimaste. Ancora più in alto, verso le strade e i sentieri che conducono sulle vette degli Appennini, Borgo di Arquata, Piedilama e Pretare pure sono cadute a pezzi: il terremoto ha aperto squarci negli edifici, le strade sono state invase dai sassi, il panorama è una frana continua.

A intervalli irregolari le scosse sono andate avanti per tutta la giornata di ieri in maniera più o meno intensa, e ogni volta è stata una frustata sui nervi: impossibile prevederne la forza e nei lunghissimi secondi di tremore i pugni si tengono stretti e si aspetta che tutto passi in fretta, anche se il tempo pare sempre sul punto di fermarsi. Il buio non aiuta: le strade sono impervie, strette e piene di curve, l’elettricità è andata via con il terremoto e distinguere le forme è un’impresa difficilissima in queste condizioni.

Con le prime luci del giorno i lavori vanno avanti a ritmo sempre più spedito, quasi febbrile, più passa il tempo e più è difficile trovare chi è ancora vivo. Scavare alla ricerca di chi ce l’ha fatta a scampare al terremoto: i numeri di ora in ora si sono fatti sempre più incerti, le previsioni cadono una dopo l’altra, malgrado la tanta prudenza con cui le autorità tirano fuori i numeri: dieci, quindici, venti morti, in continuo aumento. Più i dispersi. E le linee telefoniche intasate di chi cercava informazioni sui propri cari, e i lunghi sospiri e le braccia allargate di chi non sa bene cosa dire per descrivere il disastro.

Al lavoro si alternano i vigili del fuoco, la protezione civile, la polizia, i carabinieri e tanti volontari, tra cui venti richiedenti asilo nordafricani del Gus (Gruppo di Umana Solidarietà), direttamente da Monteprandone, paese in collina che si affaccia sull’Adriatico, quaranta chilometri abbondanti più a est.

Ad Arquata dalle macerie viene tirato fuori il cadavere di una bambina di pochi mesi, i suoi genitori invece sono stati estratti vivi e portati all’ospedale. I feriti si contano a decine: codici gialli e codici rossi diretti a Rieti, ad Ascoli Piceno, a San Benedetto del Tronto e a Pescara per le cure del caso. Qualcuno si riprende, altri non sopravvivono. A Pescara del Tronto sono stati salvati due bambini di 4 e 7 anni: la nonna li aveva messi sotto al letto insieme a lei, che pure alla fine è stata riportata incolume verso la superficie. Il nonno non è tornato su, il suo corpo è rimasto tra i calcinacci. Come lui altre decine di persone: l’impatto del terremoto è stato devastante, non c’è stato neanche il tempo di provare a scappare.

Centinaia gli sfollati. Nessuna casa è più agibile, neanche le poche che sono miracolosamente rimaste in piedi, e per primo il sindaco di L’Aquila Massimo Cialente – che nella notte si aggirava tra i luoghi del disastro come in preda ad un continuo deja vu – ha offerto ospitalità nelle casette costruite per il terremoto abruzzese del 2009. A seguire hanno offerto la propria disponibilità a dare una mano anche altri sindaci da ogni parte d’Italia, mentre sui social network in tanti dalle province di Ascoli e Rieti hanno deciso di lasciare la porta di casa aperta a tutti.

 

L’ospedale collassato

Intanto, più a nord, verso il fermano e il maceratese, la situazione è appena migliore, ma comunque drammatica: Ad Amandola  l’ospedale è collassato su se stesso e i pazienti sono stati evacuati, senza tuttavia che si siano registrate vittime, a Montefortino il santuario del Lambro è stato danneggiato e il sindaco ha firmato in mattinata un’ordinanza di chiusura, a Gualdo i crolli sono stati ingenti, così come a Mogliano. Piccoli centri abitati che si sono svegliati di soprassalto nella notte, mentre ogni cosa intorno si agitava impazzita e non ha smesso finché non si è spaccata in mille pezzi.

Il terremoto si è fatto sentire forte fino alla costa. Uomini, donne e bambini in piedi prima dell’alba, scesi in strada più per esorcizzare la paura tutti insieme che per un qualche reale pericolo: code di macchine parcheggiate sul lungomare, nei piazzali, ai lati delle strade lontane dai palazzi. Si dorme sui sedili, qualcuno scende e cerca di razionalizzare l’accaduto: un terremoto è qualcosa che non si può fermare, quando arriva l’unica speranza è di essere abbastanza lontani dall’epicentro. Ad Ascoli Piceno la botta ha crepato alcuni edifici, mentre nelle case i libri sono caduti dalle librerie, i quadri si sono staccati dai muri e i lampadari hanno dondolato parecchio.

Verso la montagna, intanto, mentre la conta dei vivi continuava con la forza della disperazione, si sono fatti vedere prima la presidente della Camera Laura Boldrini, accompagnata dal governatore marchigiano Luca Ceriscioli, e poi il presidente del consiglio Matteo Renzi, che ha promesso di non lasciare soli le vittime de sisma. Perché il giorno dopo la tragedia può essere peggiore della tragedia stessa: chi è riuscito a salvare la pelle si ritrova da un giorno all’altro senza più niente e la propria vita precedente sepolta sotto tonnellate di pietra.

I pochi superstiti che trovano la forza di parlare hanno quasi tutti la voce piatta di chi è sprofondato in un incubo senza fine e ancora prova a trovare una spiegazione che non c’è. Intorno la terra continua a tremare.

                                                                                           Mario di Vito

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