In che mondo vivremo?

di Paolo Perulli, www.doppiozero.com

È possibile una teoria sociale della pandemia? Non una teoria epidemiologica ma sociale: come la società si ammala, come la società reagisce, come eventualmente guarisce. Se questa teoria è possibile, essa deve incrociare dimensione macro e dimensione micro. A scala macrosociale la pandemia colpisce tutto il popolo (pan demos) del mondo, e soprattutto quello riunito nei grandi assembramenti umani delle città.  È lì che il contagio più che altrove circola grazie al contatto sociale. Quel “con” che ci tiene insieme nelle comunità urbane si traduce in un “dis”-valore che ci allontana, e richiede una “dis”-tanza fisica. Occorre allora esplorare la dimensione micro, psicosociale. Quella più interna alla persona, la sua nervenleben.

Si tratterebbe di una teoria assai complessa perché l’incrocio tra le due dimensioni macro e micro è essenziale, eppure difficilissimo. In passato pochi l’hanno fatto, l’ultimo è stato Talcott Parsons a metà Novecento. Da allora ci accontentiamo di teorie di medio raggio.

Si capisce allora perché finora gli scienziati sociali abbiano evitato di trattare quel che è stata la pandemia, e soprattutto che cosa succederà dopo la pandemia. Per approccio metodologico di chi non prevede ma solo analizza (ma anche le analisi scarseggiano, nessuno ha montato un campione rappresentativo di popolazione o un focus group sul post-pandemia). O per mancanza di argomenti. O perché è ancora troppo presto, con la pandemia che è entrata in una nuova fase di diffusione. 

Invece Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, entrambi sociologi all’Università Cattolica di Milano, autori di recente di La scommessa cattolica (Il Mulino 2019) questa trattazione l’hanno fatta in tempo reale – correndo il rischio di intervenire in piena corsa – come un piccolo esperimento entro una grande mutazione. Ne è uscito Nella fine è l’inizio (Il Mulino 2020). 

È il primo mattone di una necessaria, ma difficile teoria sociale della pandemia. È un libro importante, cui auguro una circolazione e discussione allargate oltre la sfera degli specialisti. La sua lettura ci aiuta a capire la fase, le sfide, le poste in gioco. I due autori hanno seguito un approccio più micro che macro, più psicanalitico che macroscopico, questo è un valore perché viene da un pensiero personalista, attento alla società. Richiederà, questo primo mattone, di essere completato da un secondo mattone, quello macrosociale. Ma andiamo con ordine.

La pandemia è definita dai due autori una catastrofe vitale (“ed è il pensiero della morte che, infine, aiuta a vivere”, è la frase di Umberto Saba posta ad esergo del Prologo) che può aprire nuove vie. Al rischio e all’emergenza può seguire la resilienza: il resiliente è definito chi, dopo aver visto la morte da vicino, diventa capace di ospitare più vita. Perché oggi è davvero questione di vita e di morte. Una definizione personalistica quella dei due autori, mentre in genere si considera resiliente un sistema sociale, una città, una società intera che si attrezzano per resistere a uno shock che viene dall’esterno. Occorrerà combinare le due dimensioni, ma questa prima è essenziale. 

Ma la chiave personalistica torna anche nel secondo tema considerato nel libro. Dall’iperconnessione senza limiti da cui veniamo, una modalità che è stata voluta dal globalismo cosmopolitico che è alle nostre spalle, si è infine prodotta come un doloroso contrappasso la necessità del lockdown e del confinamento. Da esso può ora derivare una maggiore “interindipendenza”, termine che viene da Raimon Panikkar a indicare insieme libertà e legame. Si può così passare dall’inter-esse all’ulter-esse, definito un orizzonte comune al di là delle urgenze materiali.

Un terzo aspetto considerato è proprio quello della libertà che stiamo perdendo a causa della pandemia, e su cui la società si interroga: come rinunciare alla libertà, quanta nostra libertà (di movimento, di espressione, di convivialità etc.) concedere al potere che protegge e obbliga. Ma qui si tratta della libertà illusoria del neoliberismo che gioca con i nostri desideri per imporre il suo modello di iperconsumismo (cui Magatti aveva dedicato anni fa il suo lavoro maggiore e che ora scopriamo profetico, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli 2009).

A quella libertà apparente ha fatto ora seguito la società della sorveglianza ipertecnologica, analizzata spietatamente da Shoshana Zuboff che ne é la principale studiosa contemporanea: siamo entrati nell’età delle macchine intelligenti, che ampliano il “dislivello prometeico” (il termine è di Günther Anders, L’uomo è antiquato, un testo del 1956). Siamo entrati in un’epoca post-umana. Ma di nuovo, suggeriscono i due autori, da questa impasse potrà derivare una maggiore responsività, in cui il soggetto rispondente non è più auto-centrato ma definito da ciò-a-cui-risponde (un’idea di Sergio Manghi). 

Cui segue la quarta tappa del libro. Alla volontà di potenza delle élites globalizzate, cui ha fatto da contraccolpo una reazione nazionalista e difensiva di massa, può ora rispondere il nuovo orizzonte della cura: una parola di cui gli autori esplorano la radice che viene da saggezza e sapienza, cioè conoscere con la totalità di sé stessi, mente e corpo e non solo intelletto. Cura di sé quindi e degli altri, spinta fino alla custodia e valorizzazione del mondo, ma consapevoli che nella fase precedente sono venute meno le condizioni psichiche e sistemiche che tenevano in qualche modo insieme il mondo. Affermazione drammatica questa, che contrasta con la sottovalutazione da parte di molti. Perfino il rimando all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (brevemente evocata a p. 136) sembra paradossalmente misurare la distanza tra quell’urgenza drammatica di cura e la retorica dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile globale, sul cui effettivo raggiungimento crescono i dubbi anche alla luce della stessa emergenza pandemica.

Infine, l’ultima tappa del percorso. L’insicurezza produce angoscia, quella che Ernesto De Martino nel suo La fine del mondo ha definito l’Erlebnis (il vissuto) del divenire che perde la sua fluidità, la sua operabilità secondo valori. A questa condizione di angoscia si può rispondere con una pro-tensione, termine ripreso da Husserl a indicare il protendersi del nostro corpo, fare della vita un’avventura e del divenire un avvenire. Una tensione che diviene, nelle conclusioni ispirate a Goethe (“Fa che il principio con la fine si trasfonda in un unico tutto”) nella bella immagine finale del ponte. Questa figura, che è così importante nel pensiero mistico di Simone Weil (lo spazio che sta in mezzo e mette in relazione), è qui quella che Georg Simmel ha visto come simbolo dell’espandersi della nostra volontà sopra lo spazio, verso l’unificazione dei punti separati su cui il ponte stesso poggia.

La tastiera come si vede è molto ricca, gli autori convocati sono molti e importanti, tra essi i filosofi francesi Simondon e Stiegler sulla tecnica e l’individuazione (e il possibile “reincantamento” che le nuove tecnologie permettono), i tedeschi Arendt e Anders sulla vita activa e sull’uomo antiquato, e poi i sociologi maggiori di fine secolo scorso come Giddens, Bauman e Beck su intimità, liquidità e rischio; e molti altri.

Una vera galleria del miglior pensiero sociologico e filosofico sull’uomo nell’età della tecnica. Forse ci aspettiamo ora, da Giaccardi e Magatti, un ulteriore sforzo teorico: una altrettanto ricca analisi degli attori e dei processi, delle strutture e dei sistemi entro cui il soggetto “conoscente” da essi identificato si muove. La società a causa della catastrofe pandemica sarà più divisa in contrapposizioni: tra chi ha perso molto (i lavoratori manuali sopratutto) e chi ha guadagnato molto (le imprese del digitale soprattutto), tra anziani da proteggere sanitariamente e giovani da promuovere economicamente, etc. Non abbiamo una precisa radiografia dei fenomeni contrapposti a cui i diversi soggetti sociali sono confrontati. Gli autori peraltro sono anche esperti di sociologia dell’economia e dei media, cioè dei meccanismi funzionali e dei dispositivi empirico-pratici di tipo comunicativo e relazionale attraverso cui la società si costruisce e si costituisce. Sono questi che forse andrebbero ora smontati e rimontati nella prospettiva indicata dal libro. 

Come tutto questo possa avvenire, su quali basi, sulla scorta di quali riserve di fiducia e di condivisione resta un tema aperto all’ulteriore ricerca. Come si risponde alla “società della sfiducia”, un tema reso attualissimo dalla società pandemica ma che viene da autori di inizio Novecento come Max Scheler; quali forme di governo sociale potranno dominare e persino “domare” l’intrinseca anarchia delle società di mercato globalizzato che la pandemia ha reso più evidenti; sono queste alcune tra le grandi domande che restano aperte. Se la società è un tutto secondo la lezione di Durkheim, allora un “fatto sociale totale” come la pandemia non può che essere analizzato tutto intero, soggetto e oggetti, attore e sistemi, azione e re-azioni.

Un punto chiave a questo proposito è quello dei sistemi politici che si confrontano in questo scorcio di inizio XXI secolo. Tema non espressamente presente nel libro, ma sollevato brevemente a pag. 107, in cui gli autori vedono in corso nella pandemia la sfida rinnovata tra mercato/democrazia e pianificazione/totalitarismo. Sapranno le società dell’Occidente fare ricorso alle tecnologie digitali senza finire nella società della sorveglianza? E le democrazie avranno la forza di scommettere ancora sulla persona? Non lo sappiamo. In questo momento le società di mercato non ce la fanno ad affrontare l’emergenza pandemica, mentre in Cina il tracciamento individuale con codice sanitario verde-giallo-rosso e i limiti che negano la libertà delle persone stanno portando l’immenso Paese fuori dalla pandemia. Un bel paradosso. Ma anche la democrazia in realtà vaccina, come mostra Sloterdijk citando il Nietzsche della Gaia Scienza. Anch’essa cioè è un regime disciplinare, e anche noi, Occidentali, non siamo più mattoni per una società come suona la profezia nietzschiana. Non sarà che i due regimi avversari, democratico e totalitario, soffrono entrambi – in forme certo diverse – dello stesso male che i due autori mostrano, la mancanza di un sistema centrato sul soggetto “capace” di fare la società, di fare la storia?

Spread the love
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *