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Scritto da laetitia
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“Mio buon signore, dovrei riferire ciò che dico di aver visto, ma non so come farlo. Mentre montavo la guardia sulla collina ho guardato verso Birnan ed ecco che il bosco ha cominciato a muoversi. Possa subire la vostra ira se non è così. Si può vederlo avanzare nel raggio di tre miglia. Un bosco che si muove, dico”.
Con queste parole, nel Macbeth (atto V, scena V), un atterrito ed esitante messaggero annuncia al suo re che un’intera foresta si sta avvicinando al suo castello e con essa si approssima (come vaticinato all’inizio della tragedia) la fine del suo re usurpatore: “I say, a moving grove” (Shakespeare). L’idea che la vegetazione possa avere un suo movimento spontaneo e quasi volontario, e che questo sia immancabilmente fonte di smarrimento per gli esseri umani serpeggia da sempre nelle etnoculture e l’arte sovrana del drammaturgo inglese non fa che sedimentare in termini letterari una suggestione universalmente diffusa. Lo stormire delle fronde di un grande albero che sembra quasi generare il vento (e non invece da esso generato) così come l’apparente mutevolezza di un bosco, dove ad ogni momento la vegetazione sembra mutare posizione, spostandosi in modo magmatico e ingannevole per confondere il cammino dei viandanti (portandoli cioè a perdersi in una fascinazione vegetale) sono solo due degli esempi di come il muoversi delle piante influenzi profondamente la psiche umana. Nelle Marche, terre in antico di foreste sterminate e inestricabili, la presenza culturale e cultuale dell’albero (e quindi della sua autonoma e potente influenza magica) è attestata come ben noto sia sul versante nord della nostra regione (quello celtico) che in quello sud (quello piceno), e numerosi dati della tradizione e della favolistica popolare lo documentano fino a tempi relativamente recenti. Informazioni orali marchigiane, pubblicate di recente (Salustri), confermano come questa suggestione di smarrimento (il “perdersi della presenza” di fronte al muoversi di una pianta, il shakespeariano “moving grove”) agisca anche oggi in modo potente. “C’era stata la sensazione di rami che si abbassavano, si, come se in quel posto li… come se fosse stato un alito di vento. Però non c’era vento. Solo li, in un punto preciso; è durato qualche secondo, questo me lo ricordo perché mi ha dato molta paura, una sensazione di molta paura, qualche cosa, una presenza che io non riuscivo a capire cosa fosse … riferita a quel gruppo d’alberi: non ai lati della strada, un cespuglio d’alberi …. Mi ricordo le foglie piccoline piccoline e vedevo che si muovevano. Ma non si muovevano molto, c’erano dei movimenti lenti, però ampi, non svelti, come se fosse stato il vento dall’altra parte che spirasse verso di me … però il vento non l’ho sentito.” L’arcaicità e l’universalità di queste sensazioni (etnograficamente defininte latah) dove l’io sembra risucchiato dalla primordialità della natura è testimoniata dall’antropologia culturale: “L’indigeno perde per periodi più o meno lunghi, e in grado variabile, l’unità della propria persona e l’autonomia dell’io, e quindi il controllo dei suoi atti. In questa condizione, che subentra in occasione di un’emozione, o anche soltanto di qualche cosa che sorprende, il soggetto è esposto a tutte le suggestioni possibili. Una persona (in condizioni) latah, ove la sua attenzione sia attratta dal movimento oscillatorio dei rami scossi dal vento, imiterà passivamente tale movimento” (De Martino).
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