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Un Marchese libertino nella Senigallia del ’700 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Flavio e Gabriela Solazzi   

Nell’Archivio Baviera, che è conservato presso la Biblioteca Antonelliana di Senigallia, figurano due grossi volumi manoscritti (uno del  1744 e l’altro del 1766): essi ci documentano l’opera poetica di Crescentino Baviera, figlio di un nobile senigalliese.

Il primo Baviera a mettere piede a Senigallia fu Gian Giacomo, che il 23 ottobre del 1474 venne a prendere anticipatamente possesso della rocca di Senigallia a nome di suo nipote Giovanni della Rovere, il quale arrivò dopo cinque giorni. Subito annoverati tra le famiglie nobili della città, i Baviera acquisirono il titolo di Marchesi nel 1665, per concessione di Carlo Emanuele I, Duca di Savoia. Un Baviera senigalliese, Vincenzo, si accasò a Pesaro con una nobile di Urbino, Elisabetta Staccoli. Il loro primo figlio, nato a Pesaro l’8 aprile del 1737, fu chiamato Crescentino come il nonno materno e il Santo protettore di Urbino. La sua vita fu piuttosto movimentata.

Di lui l’ultimo Marchese Baviera, Alessandro, così scrisse:

“Figlio dell’epoca, fu uno strano e contraddittorio impasto di genialità e di scioperataggine, di amore allo studio e di dissipazioni […]. La sua sbrigliata fantasia e la sregolatezza della vita si erano manifestate fin da giovane. Le conversazioni, i festini, il teatro lo avevano frequentatore assiduo[…]. Aveva anche molto viaggiato: amava vestire con signorilità e ricercatezza[…]”.

Questa descrizione di un brillante e gaudente dandy va a sovrapporsi e ad interconnettersi con quello che sappiamo della vita “seria” del giovane.

Gran parte della sua esistenza si articolò alla corte del Duca di Modena, di cui godette certamente la protezione e con il quale ebbe anche dimestichezza, a giudicare dalla corrispondenza intercorsa tra i due e dalle onorificenze successivamente concesse: quella di Ciambellano (nel 1744) e quella di Consigliere di Stato. Crescentino era stato in forza al Reggimento di  Reggio con il grado di Colonnello Brigadiere. Nel 1766 era di stanza a Cesena, da dove inviava una lettera al Duca, lamentandosi di alcuni sgarbi che aveva subito al Reggimento: “[…] questo mi fa conoscere il poco incontro da me fatto nei subalterni della corte, cosa assai compensata quando solo l’Altezza Vostra abbia gradita la mia servitù.”

La sua attività poetica  gli assicurò nel 1778 l’ingresso nella  Ducale Accademia dei Dissonanti, che era sorta nel 1683. Ovviamente Crescentino elevò il suo canto nel giardino di Arcadia e il suo nome pastorale fu quello di Norisbo Laodiceo.

Nel 1785 in una lettera di fine d’anno inviata al Duca si dispiaceva con questi di non potergli formulare gli auguri di persona ed esprimeva la speranza e il proposito di poterlo fare presto. Credeva di “essere risorto da una mortal malattia a dispetto della più sublime medicina”. In realtà la sua salute non rifiorì ed egli si spense a Modena nel settembre del 1786. Della malattia che lo portò a morte  non conosciamo la diagnosi. Potrebbe essere la stessa di cui parla in una sua poesia, che figura nella raccolta del 1744: il medico Gianantoni lo ha guarito da “un gran male febbrile” con l’”Americana scorza”, cioè con il chinino, medicinale febbrifugo e anti-malarico ricavato dalla corteccia della china, un tipo di piante spontanee del centro-America.

Ad attrarre la nostra attenzione su Crescentino non sono state né la sua carriera alla corte di Modena né le sue rime, che sostanzialmente ignoravamo. Ci aveva invece incuriosito un resoconto di quel brillante giornalista, più che raccoglitore di notizie, che fu  Francesco Pesaresi.

A Senigallia Crescentino era di casa, nel senso letterale del termine, poiché disponeva ancora della casa paterna e della presenza di familiari. Delle sue origini e dei legami  con Senigallia egli era ben conscio e fiero, come si legge anche in un suo componimento, celebrativo della nomina a cardinale di Leonardo Antonelli, altro personaggio legato a Senigallia: “[…] Serbo gli onor fastosi/ del felice soggiorno/ dove mia stirpe germogliò più viva;/ da Sena il ben deriva,/ dunque, suo figlio sono […]”.

Oltre a questi legami Senigallia, d’estate, offriva all’intraprendente giovane quella attrattiva in più, che era la grande Fiera con tutte le manifestazioni che essa comportava: balli, festini, incontri, spettacoli lirici e di danza al teatro “La Fenice”. E proprio La Fenice fu galeotta per Crescentino, ardente venticinquenne. Il Pesaresi annota in data 2 agosto 1762:

“Il signor Marchese Crescentino Baviera si pigliò l’amicizia della prima ballerina Anna Brezzani e l’ha tenuta spesso in suo palazzo. Andava con essa lei a spasso al molo la sera. Le ha fatto un bell’abito di broccato. Questa mattina l’ha condotta a spasso in abito da uomo similissimo al suo, di lustrino gallonato d’argento, con spada orologio d’oro e scatola simili e parevano appunto due fratelli similissimi nell’abito”. Il Monti Guarneri ci informa che in quella stagione era in programma l’opera in musica “Viriate” (l’autore non è indicato) e che “prima ballerina era la celebre Anna Brezzani”.

Viriate, chiamato anche Siface, è un personaggio storico: re di Numidia, primo marito di Sofonisba, alleato dei Cartaginesi, fu sconfitto dai Romani e portato in Italia dove morì intorno al 205 a.C. Esistono dieci melodrammi ispirati a questa storia: il libretto in tutti è di Pietro Metastasio, la musica ovviamente è di autori diversi. Otto di questi melodrammi si intitolano “Siface” e solo due “Viriate”: uno, con musica di Johann Adolf Hasse, fu rappresentato per la prima volta a Venezia nel 1739; la prima rappresentazione dell’altro, con musica di Baldassarre Galuppi, ebbe luogo a Venezia nel maggio del 1762. Tenendo conto dei giri delle compagnie liriche, che naturalmente aspiravano nei teatri al “tutto esaurito”, e che il Teatro di Senigallia era non solo prestigioso, ma anche frequentatissimo in tempo di Fiera e quindi esigeva novità nel cartellone, è probabile che  l’opera nella quale ballò la Brezzani sia stata il “Viriate”di Galuppi.

La nota di cronaca del Pesaresi in data 3 agosto 1762 riferisce:

“Detto Marchese questa mattina è partito alla volta di Pesaro con la ballerina e dicesi che l’accompagni fino a Rimini e poi si separeranno perché la suddetta è impegnata a ballare all’opera di ….” ( la località non è indicata).

Un anno dopo  Crescentino è a Senigallia in tempo di Fiera. Il Pesaresi scrive in data 12 luglio 1763:

“È tornato il Marchese Crescentino Baviera che partì l’anno passato su li primi d’agosto con una ballerina del teatro”.

Non ci sono ulteriori commenti. Della ballerina non si parla più. Forse ne è rimasto solo il ricordo, che ci è consegnato dai versi di Crescentino, in espressioni quale “se il piede o l’occhio gira, i più soavi affetti tutti per lei si attira”: una maliarda che non solo con la leggiadria, ma anche con gli sguardi conquistava il suo pubblico.

 

 

 
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