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Il potere della parola PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Fata   
Il termine parola originariamente si riferiva all’insegnamento, al discorso, alla sacra parabola del Vangelo. La parola era intrisa di un senso di sacralità nonché di spiritualità: il Verbo si è fatto carne. La parola, quindi, ben lungi dall’essere qualcosa di astratto, aveva con sé in potenza una capacità di materializzarsi, di rendersi concreta, visibile agli occhi di chiunque fosse stato disposto a coglierla. Nel tempo tale termine si è laicizzato, si è depurato sempre più dalle componenti religiose. Purtuttavia il potere della parola data è rimasto immutato, come testimoniano i contratti sulla parola, gli impegni presi (quali quelli negli ambienti cavallereschi), in cui onorare quanto detto significava rispettare se stessi e il proprio interlocutore e consentiva di offrire un’immagine sociale di sé come uomo in grado di tenere fede ai suoi impegni. Oggigiorno le parole abbondano: le troviamo dappertutto, dagli spot pubblicitari, agli slogan televisivi, dagli sms alle video chiamate. Ogni luogo e momento pare essere buono per proferir parola. Ma a quando un po’ di silenzio? L’eccesso, infatti, inflaziona, fa perdere il valore dei beni, anche di quelli più importanti, proprio come accade nell’economia: quanto più aumenta l’offerta, tanto più il prezzo cala. Forse dovremmo reimparare a dare il giusto valore alle parole. Con esse possiamo accarezzare, coccolare, addolcire, oppure tagliare, schiaffeggiare, ferire. Possiamo creare aspettative, attese, fantasie, che laddove non vengono poi realizzate suscitano un gran senso di delusione e di vuoto, come quando si scarta un bel pacco dono e dentro non vi è alcunché. Parlando possiamo adulare, irretire, cercare di raggiungere obiettivi ‘altri’, che vanno ben al di là del contenuto oggettivo della comunicazione. Possiamo ri-costruire noi stessi, la nostra storia, la nostra vita, possiamo abbellirla, svalutarla, innalzarla o sminuirla e lo stesso fare con gli altri. Quando (re)impareremo ad ascoltare, prima ancora che a parlare? Fin da piccoli abbiamo prima ascoltato, già fin nell’utero materno e via via nei primi mesi di vita e solo dopo, con impegno, tempo, fatica, abbiamo cominciato ad articolare i nostri pensieri e vissuti in parole. Nel tempo, questo meccanismo è divenuto automatico, al punto che abbiamo perso il contatto con noi stessi, con quello che sentiamo, che percepiamo, prima ancora che col pensiero. E’ lì la chiave di tutto. Il come mi sento, e poi, di riflesso, il come si sente il mio interlocutore. Che aspettative sto creando in lui? Che cosa gli sto trasmettendo? Sto veicolando il messaggio in modo tale che venga correttamente recepito? Non è un processo semplice né immediato: ci vogliono impegno, consapevolezza, tempo. Tutti beni che oggi ci ostiniamo a credere che siano così scarsi. Ma, forse, li abbiamo resi scarsi noi, occupando tutto il nostro spaziotempo interiore con cose, azioni, impegni che, in realtà, non sono così prioritari. Ci possono magari co-involgere, ma ancor più spesso ci tra-volgono, e ci dis-tolgono da noi stessi, dal contatto intimo con noi e poi anche di tutto ciò che ci circonda. Per rendersi conto del potere della parola, è sufficiente chiedere a due amanti la differenza tra un ‘ti voglio bene’ e un ‘ti amo’, a due neo-genitori che si accingono a scegliere il nome di battesimo per il loro figlio (laddove come affermavano i latini: ‘nomen omen’, cioè il nome che ciascuno porta è un presagio, di cui possiamo essere più o meno consapevoli, e come tale opporci o favorire, atteggiamento che influenza l’intero corso della nostra esistenza), a chi si accorda telefonicamente per un colloquio di lavoro. Piccoli gesti semantici quotidiani a cui non siamo più abituati a dare un peso e un valore. La parola forgia il nostro mondo interno ed esterno: si provi a pensare alla descrizione di una situazione effettuata da due persone diverse, una ottimista e una pessimista. Classico è l’esempio del bicchiere che contiene la medesima quantità di liquido, che il primo definirà ‘mezzo pieno’, il secondo ‘mezzo vuoto’. Piccoli dettagli che possono cambiare il mondo. In ogni situazione, gli opposti possano aiutare a riscoprire il reale valore delle situazioni: in questo caso è il silenzio che va recuperato. Se non hai nulla da dire, taci: questo è uno dei consigli più diffusi che gli antichi tramandavano. Ascoltarsi, ascoltare, e sentire quel che si ha dentro, da lì sgorga tutto, la reale autenticità del comunicato. Se manca questo contatto, quel che ne deriva è una gran quantità di fumo, che acceca, che devia, che copre, anziché scoprire. Ritrovare l’importanza e l’autenticità della parola è riappropriarsi della nostra sacralità interiore, dell’impegno e della responsabilità nei confronti nostri, oltre che verso l’altro. La libertà di parola esige la responsabilità di farne buon uso. Ogni forma di libertà, infatti, comporta delle regole per poter essere esercitata, altrimenti diventa anarchia, in questo caso comunicativa. Tante parole che aleggiano, svolazzano, alcune si posano pesantemente sulla nostra anima, altre la sfiorano, ma la sensazione è la confusione, al limite a volte il soffocamento, mentre, invece, obiettivi di una sana comunicazione dovrebbero essere lo svelamento e l’autosvelamento, la messa in comune, la chiarificazione e la costruzione congiunta di significati nuovi, sempre più profondi e autentici che veicolano la nostra natura, il nostro essere, il nostro esserci e il nostro fare. .
 
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