Le violenze di gruppo perpetrate da giovani su minorenni sono sempre più frequenti, purtroppo stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo e inquietante su cui tutta la società deve interrogarsi.Gruppi di ragazzi tra i 12 e i 18 anni violentano ragazze adolescenti o le costringono con il ricatto. Ma non basta, spesso gli stupri vengono filmati con il telefonino e fatti passare tra i ragazzi come fossero dei trofei, come se al posto delle ragazze ci fossero bestie.
Colti in flagrante, alcuni partecipanti a uno stupro di gruppo hanno ammesso di non essersi potuti dissociare dai compagni per paura del loro giudizio e della loro vendetta. Hanno così evidenziato, implicitamente, come il giudizio del gruppo valga assai più della dignità e del rispetto di una persona.Tenendo conto del fatto che ogni individuo ha un proprio carattere e quindi un suo modo di introiettare l’educazione ricevuta, mi chiedo però che tipo di educazione noi (società, genitori, familiari, insegnanti, istruttori, mezzi di comunicazione, ecc) stiamo trasmettendo.Da alcuni anni a questa parte stiamo assistendo ad un rimpallo di responsabilità enorme fra famiglia, scuola e mezzi di comunicazione. La famiglia sembra aver scambiato l’educazione con l’impegno, i ragazzi di oggi probabilmente passeranno alla storia come quelli più impegnati in assoluto, generalmente la loro settimana prevede la scuola al mattino e al pomeriggio: pallavolo o calcio, scherma, danza, compiti scolastici, piscina e/o altro ancora. Il compito genitoriale in molti casi si è tradotto in una sorta di trasporto dei figli da un posto all’altro con il vissuto, a volte, di non sapere cosa dirsi dentro la macchina oppure di utilizzare quel poco tempo rimasto per ricordare al ragazzo le cose da fare e non. Il pranzo e la cena sono divenuti, spesso, per gli adulti, i soli momenti di tempo per riposarsi e guardare la televisione, perciò difficilmente si instaurano discorsi costruttivi con i figli senza farli sfociare in interrogatori o liti.La scuola, a sua volta, sembra aver dimenticato che educare significa occuparsi sia dello sviluppo delle potenzialità del ragazzo, sia della formazione della sua personalità. L’educazione morale sembra dimenticata e una prova lo sono i filmini, che girano su internet, fatti dai ragazzi a scuola mentre giocano a rompere i banchi.Sui mezzi di comunicazione penso che ci sia anche troppo da affermare, se da un lato propongono documentari e programmi intelligenti (almeno, così li chiamano!) dall’altro forniscono una visione degli adulti come persone che non hanno valori se non quelli dei soldi e della notorietà, magari a spese del rispetto di qualcuno (se poi lo si dimostra litigando e picchiandosi in diretta è anche meglio!). Il risultato è che, in un modo o nell’altro, gli adolescenti di oggi stanno crescendo senza valori, annoiati e con la convinzione di poter fare ciò che vogliono perché anche nel male comunque loro vincono, si fanno sentire, ci sono. Forse è il caso che ci facciamo tutti un “mea culpa” e che “ci rimbocchiamo le maniche”, questi tremendi avvenimenti sono troppo frequenti e sparsi in tutto il nostro territorio (anche nella nostra regione) per poter pensare che la colpa sia solo di quei ragazzi, e/o di quella famiglia, e/o di quella scuola. L’adolescenza è un’età molto difficile anche per gli adulti che con i ragazzi ci si rapportano, ma non è con i divieti o con i permessi che li aiutiamo a crescere. Cerchiamo di essere presenti, nel vero senso della parola, ascoltiamoli e non giudichiamoli; evitiamo di fare gli educatori troppo autoritari, ma nello stesso tempo non diventiamo i loro amici, soprattutto se siamo i genitori. Ricordiamoci che i ruoli sono importanti ed essere amici comporta delle mutue confidenze, determinate reciprocità che tra un figlio e un genitore non devono e non possono esserci.Se ci mettiamo ad ascoltare i nostri figli, o i nostri studenti, senza interromperli e senza giudicarli ci rendiamo conto di quanto non sia affatto facile ascoltare, ma allo stesso tempo, di come sia importante per noi e per loro e del messaggio di interesse reale che in quel momento gli stiamo comunicando. |