| RUBRICA sul mondo dei cocktail |
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| Scritto da Francesco Francolini | |
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Visita guidata a Singapore Cari i miei lettori di Baricentro, in questo mese di festività e sorprese la nostra rubrica cercherà di soddisfare la vostra curiosità mettendo sotto l’albero la storia di un drink internazionale che da sempre ha suscitato grande interesse e controversie tra gli operatori e gli amatori del settore, per l’appunto il caso “Singapore sling”. Ma il motivo per cui il Singapore sling è diventato un caso lo scoprirete ripercorrendo con me quella che è stata la mia avventura con questo cocktail. Innanzitutto devo ammettere che il Singapore nonostante fosse da sempre iscritto nel ricettario dei cocktail internazionali raramente veniva richiesto o proposto nei bar dove io maturai le prime esperienze professionali. Erano sicuramente altri tempi e i pochi barman in circolazione generalmente “scomparivano” in prestigiosi hotel, o andavano a dirigere discoteche, ambienti questi ultimi più propensi al lavoro di massa che alla presentazione di nuovi cocktail. Non ricordo di aver mai assaggiato un Singapore fino a quando non lo preparai io stesso. Fu probabilmente l’entusiasmo di giovane barman, o la pietà per quella bottiglia di cherry brandy dimenticata nell’angolo più oscuro e polveroso della bottigliera, che mi spinse ad addentrarmi nella terra sconosciuta del Singapore sling, con esito devo ammettere alquanto discutibile. Per la preparazione di quel mio primo Singapore avevo utilizzato la ricetta IBA (international bartender association) che si presentava, e si presenta ancor oggi così: 3/10 gin, 1/10 cherry brandy, 2/10 succo di limone, 4/10 soda water. Chissà, forse l’esito negativo di quel primo Singapore era da ricercare nella secolarità della bottiglia di cherry brandy, oppure c’era qualcos’altro sotto… Qualche tempo dopo consultandomi con colleghi più attempati seppi che non era sotto, ma dentro, quel qualcosa d’altro che andava cercato, in quanto la ricetta originale prevedeva altri ingredienti che l’IBA, responsabile di un’eccessiva semplificazione, aveva tolto. Così da quel momento in poi assaggiai ottimi Singapore sling in prestigiosi locali che si ritenevano detentori della ricetta originale, anche se nessuno era identico all’altro. La svolta arrivò il mese scorso quando Mosco, mio grande amico d’infanzia, mi disse che stava partendo per una vacanza a Singapore; ovvio non potevo non strappargli la promessa che mi avrebbe riportato la ricetta originale che ancor oggi, dopo settant’anni di successo viene realizzata in quantità industriale al Raffles Hotel, luogo di nascita del fortunato drink. Ebbene questo è il Singapore sling come uscì dalle abili mani di mister Ngiam Tong Boom nel 1936 per accontentare soprattutto la sua clientela femminile: 30ml. Gin; 15ml. Cherry brandy; 15 ml. Succo di lime; 7,5ml. Cointreau; 7,5ml. Benedectine; 10ml. Granatina; 120ml. Succo d’ananas; un goccio d’angostura bitter. Il tutto viene shekerato e servito con ghiaccio in un bicchiere da long drink a forma di calice allungato e come decorazione è consigliato uno spicchio di ananas e ciliegina al maraschino. La soda water pare non sia indispensabile, ma quasi tutti ne mettono uno spruzzo. La fortuna del Singapore è data dal gusto equilibrato dei suoi ingredienti che pure nella moltitudine riescono ad affiorare tutti rendendo ad ogni sorsata una “delicata-esplosione” di gusto. Come è consuetudine voglio ricordare ai miei lettori che per qualsiasi curiosità inerente al mondo del bar, o per avere i vecchi numeri di Baricentro è sufficiente scrivere a:
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