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SPORT: il calcio si è fermato PDF Stampa E-mail
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Scritto da commissario Stex   
Dopo i fatti di Catania ed il giusto stop alle competizioni, il calcio prova a ripartire. La guerriglia di Catania unitamente alla disgrazia mortale avvenuta in Calabria tra i dilettanti ha riportato nuovamente il calcio sul banco degli imputati.****Ma pur tra stadi chiusi e polemiche si è comunque ripartiti. 
La serie B ha giocato con la metà degli impianti a porte chiuse. In Serie A invece 5 stadi su 10 sono per ora agibili, mentre San Siro è stato aperto per solo abbonati a tempo di record. Con questo provvedimento sono stati circa 150.000 i tifosi che tra sabato e domenica 10 e 11 febbraio sono stati costretti a rinunciare ad andare allo stadio, in seguito alla decisione presa dal Viminale di giocare a porte chiuse in quegli impianti non rispettosi delle norme contenute nel decreto Pisanu contro la violenza. Complessivamente la perdita delle società, a livello di incassi, si aggira attorno ai 3 milioni e 900 mila euro, due terzi per club del massimo campionato, il restante per quelli della cadetteria. Ma che fare contro questa violenza? Vogliamo seguire il modello Inglese? Proviamo a vedere cosa hanno fatto gli Inglesi contro la violenza.****Sheffield lo sparti-acque.Il bombardamento mediatico di questi giorni sta premendo per il cosiddetto “modello Inglese” con stadi di proprietà delle Società e tolleranza zero verso i tifosi violenti. Il modello Inglese nasce dalla tragedia di Sheffield, quando nell’autunno del 1989 a Sheffield (nord-est dell’ Inghilterra), 96 tifosi morirono nella calca all’ interno dello stadio. Questa disgrazia, però, non fu causata dalla violenza dei tifosi, ma dall’atmosfera di paura e pericolo che si respirava in quel vecchio stadio obsoleto e non più idoneo ad ospitare un numero considerevole di spettatori. Infatti le alte inferriate che erano state erette per tener lontani i tifosi violenti dal campo di calcio, finirono per intrappolarli. Fu questa la crisi che ha cambiato il calcio inglese. Era l’ ultima di una lunga serie di tragedie. In particolare i terribili avvenimenti dello stadio Heysel a Bruxelles nel 1985, durante la finale dell’allora Coppa dei Campioni. Accadde che i tifosi del Liverpool si scontrarono con quelli della Juventus e crollò un muro di sostegno, causando la morte di 39 persone. Per questi fatti violenti i club inglesi furono esclusi dai tornei europei. La tragedia di Sheffield innescò invece una reazione più estesa ed articolata. Le società calcistiche, sia grandi che piccole, furono costrette a modernizzare i loro impianti sportivi, privilegiando le misure di sicurezza per gli spettatori. In pratica vennero obbligati a ricostruire gli stadi, dotare ogni spettatore di posto a sedere con vie d’uscita agevolate per le emergenze ed introdussero circuiti chiusi di video-sorveglianza, che permisero sia alla polizia che alle società sportive, di controllare l’ ubicazione delle diverse tifoserie e di limitare i loro movimenti all’ interno dello stadio per scatenare risse.Ultima cosa. Un giudice di zona ogni domenica venne precettato fino a mezzanotte della data della gara per poter processare per direttissima tutti coloro che violavano le norme imposte. Chi sbaglia andava e va tutt’ora in galera. Subito!! Ecco che quindi la ricetta contro la violenza negli stadi si riduce a una questione assai semplice: polizia e società calcistiche che decidono di lavorare insieme per ottenere informazioni sulle bande e sui singoli tifosi violenti. Chi sgarra non viene perdonato.Ci si è quindi rivolti a norme repressive che hanno debellato quella frangia di tifosi più estremi, con le società calcistiche stesse che hanno realmente deciso di rendere le partite più sicure. Si sono convinte, in parte sotto la spinta della magistratura, in parte per timore di compromettere le loro attività, che era necessario agire: non era una situazione che poteva essere delegata unicamente alla polizia. Certamente una soluzione praticabile. Unico problema: oggi andare allo stadio in Inghilterra costa quasi il doppio rispetto all’Italia.
 
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