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AMLETO E FRANCESCO MARIA I DELLA ROVERE |
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Scritto da Flavio e Gabriela Solazzi
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Per il duca di Urbino nato a Senigallia nel 1490, Francesco Maria I della Rovere, personalmente siamo stati sempre incerti su dove stesse il giusto mezzo tra i giudizi elogiativi, quali quello di Baldassarre Castiglione che nel Cortegiano lo definisce raro et excellente signore rinascimentale, e le valutazioni critiche come quella di Pompeo Litta: era siccome gli altri di sua casa, sùbito all’ira, orgoglioso, vendicativo
Quali che siano stati le sue virtù e/o difetti, grande risonanza ebbe certamente la sua morte. A Venezia era stato insignito del supremo comando dell’esercito con il quale la lega stipulata dalla Serenissima con Carlo V e il Papa intendeva fronteggiare il pericolo rappresentato dai Turchi. Francesco Maria, mentre attendeva ai preparativi militari, cominciò ad avvisare dei malori, che lo indussero a farsi portare a Pesaro, dove morì il 20 ottobre del 1538.
Era facile, in quei tempi, ipotizzare che si trattasse di morte da avvelenamento e vasta eco ebbe il processo che mandò a morte un barbiere: egli avrebbe avvelenato il duca versandogli veleno in un orecchio. Si fecero anche i nomi di due possibili mandanti: Cesare Fregoso e Luigi Alessandro Gonzaga. Gli strali continuarono ad appuntarsi soprattutto sul Gonzaga, anche dopo il processo dal quale era risultato innocente.
Secondo vari studiosi nella stesura dell’Amleto teatrale questa storia roveresca era presente al tragediografo, tradizionalmente indicato come lo Shakespeare nato a Stratford nel 1564. Nei secoli molti hanno sostenuto che l’autore di tutte le opere a lui attribuite sia di necessità da identificarsi in un personaggio che per educazione (il che voleva dire anche per nascita) fosse dotato di una cultura ampia e profonda e dell’esperienza diretta dei luoghi nei quali i drammi sono ambientati, Venezia in primis. Ci sembrano ben motivate le argomentazioni di chi pensa che a scrivere le suddette opere sia stato Edward De Vere, 17° conte di Oxford, vissuto alla corte di Elisabetta I d’Inghilterra, uomo di vasta cultura e di molti viaggi.
Nell’intreccio del dramma, una compagnia di teatranti venuti a corte è pregata da Amleto di recitare La morte di Gonzago; questo personaggio, mentre dorme, viene avvelenato con un tossico versatogli in un orecchio. Esiste un collegamento con la morte del duca urbinate?
In realtà l’opera sembra disseminata di tracce che deporrebbero a favore di questa ipotesi, quali il nome Gonzago (numerosi i rapporti tra il nostro duca e i Gonzaga di Mantova), l’affermazione di Amleto secondo cui la storia dell’avvelenamento esiste, scritta in purissimo italiano.
Non ci risulta sia stato finora individuato un ulteriore elemento, che in questo àmbito avrebbe un peso maggiore. Nella rappresentazione voluta da Amleto, Gonzago, prima di essere avvelenato, conversando amorevolmente con la regina sua moglie indica da quanto tempo sono sposati: circa trenta anni. Più che una indicazione a noi sembra una insistita precisazione: in linguaggio colto e fiorito è detto che trenta volte il carro del Sole è girato sopra i mari e la terra, trenta dozzine di viaggi ha fatto la Luna(Atto III). A Francesco Maria era stata data per moglie Eleonora Gonzaga nel 1505, ma il matrimonio era stato stipulato per procura vista l’età giovanissima dei due. Gli sponsali invece avvennero a Mantova nell’agosto del 1509 e a questo secondo momento è rapportabile l’inizio della loro vita coniugale. Il duca morì dopo oltre 29 anni rispetto a tale data.
La durata del loro matrimonio corrisponde a quella dei genitori di Amleto nonché di Gonzago? In caso affermativo questo sarebbe un altro elemento che ricondurrebbe a Francesco Maria, la cui morte pertanto verrebbe ricordata sui palcoscenici di tutto il mondo.
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