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Il ritrovamento di importanti testimonianze archeologiche sotto il teatro “La Fenice”, oltre a far rivivere attraverso la sua musealizzazione uno scorcio della Senigallia antica, ha avuto il merito di riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica immagini e suggestioni di un passato troppo spesso ignorato per colpevole indifferenza
I ritrovamenti, per quanto limitati ad una area ristretta, hanno permesso fra l’altro di risolvere definitivamente il problema dell’impianto urbano, cioè dell’orientamento del reticolo geometrico e ortogonale di cardi e decumani su cui era impostata la città romana.
Già nel 1950 gli studiosi di topografia antica Ortolani e Alfieri avevano ipotizzato che i cardi e i decumani fossero allineati alle odierne vie Arsilli e Mastai; l’ipotesi, accettata allora con riserva, è stata confermata e avvalorata proprio dall’orientamento del basolato stradale scoperto sotto il teatro. Del resto era immaginabile che l’asse principale della città fosse allineato alla costa. Questa scoper-ta consente anche di constatare come molti edifici e isolati del centro storico restino tuttora imposta-ti sulle fondamenta di quelli romani, soprattutto in quei settori che meno sono stati interessati dalle trasformazioni avvenute dal ‘500 in poi, soprattutto il settore orientale fra via Mastai e la Rocca, so-pravvissuto alla decadenza e all’abbandono che ha interessato Senigallia dalla fine del ‘200 alla me-tà del ‘400 e parzialmente inglobato nella ricostruzione di Sigismondo Malatesti dopo il 1450.
Così oggi all’interno della città murata è possibile leggere le tracce di due distinti impianti urbani a testimonianza delle due principali fasi urbanistiche: il primo centrale, di cui si è detto, incardinato su via Mastai e via Arsilli, parallelo all’incrocio stradale rinvenuto sotto il teatro e corrispondente all’orientamento della città romana e di quella medievale; il secondo più periferico, incardinato su via F.lli Bandiera e quindi ruotato ad est rispetto al primo, corrispondente all’ampliamento settecen-tesco. Ma anche all’interno pentagono roveresco sono evidenti tracce delle ricostruzione cinque- seicentesche, a partire dal taglio del Corso operato fra ‘400 e ‘500, su cui sono allineati il palazzo comunale, molte delle residenze private che vi si affacciano e il quartiere attorno le scuole Pascoli ricostruito dopo la demolizione dell’antico vescovato.
L’orientamento dell’impianto romano e medievale, oltre che negli isolati e nelle strade allineate su via Mastai e via Arsilli, è evidente anche in alcuni importanti edifici ricostruiti sulle fondamenta di quelli antichi, quali la rocca, il palazzo del Duca, la chiesa del Carmine e quella di S. Martino e a suo tempo anche quella distrutta di S. Pietro in piazza Doria,. Il Palazzo Comunale invece e il quar-tiere delle scuole Pascoli, dove era già l’episcopato distrutto da Sigismondo Malatesti e dove nella seconda metà del ‘500 venne costruito il monastero di S. Cristina, sono allineati al taglio del Corso e al più tardo ampliamento settecentesco.
Tutto questo testimonia la complessità della storia urbanistica della città, esaltata e magnificata da sempre come modello di progettazione rinascimentale e settecentesca, ma ignorata nella fase ro-mana e nelle tre fasi medievali, quella comunale (sec. XI-XIII), quella della decadenza (1280 – 1350 circa) e quella malatestiana e post malatestiana dopo il 1450.
Della prima fase resta sostanzialmente solo lo scavo archeologico sotto il teatro e poco altro, perché è mancata a Senigallia in passato una sufficiente attenzione per la storia archeologica. Delle altre tre non restano invece testimonianze visibili, perché tutto è andato distrutto nel corso delle va-rie ricostruzioni. Disponiamo però di un’ampia documentazione scritta di fonte ecclesiastica e di al-cune cronache relative alla ricostruzione malatestiana e roveresca. Queste fonti ci informano sull’articolazione della città in quartieri nelle varie fasi della sua evoluzione, sulla dislocazione de-gli edifici più importanti, delle fortificazioni e delle piazze, sulla sua nuova configurazione in segui-to alla contrazione trecentesca e sulla ricostruzione malatestiana e roveresca.
Ciò non basta tuttavia a restituirci un’immagine organica e pienamente attendibile, anche se sommaria, della configurazione della città. Molti i vuoti e i margini di incertezza, per colmare i qua-li può essere d’aiuto solo lo scavo archeologico. Purtroppo dei tanti sporadici ritrovamenti, di cui si ha notizia a partire dagli inizi del ‘700, non resta quasi niente, per scarsa attenzione (e questo fino agli anni ’60 e oltre), ma anche per l’ideologia dominante fino al Novecento che concentrava l’interesse solo sul singolo manufatto come manufatto d’arte e non al contesto e alla stratigrafia. Del resto l’interesse per l’archeologia urbana è relativamente recente. A Senigallia tuttavia questo setto-re di ricerca può rivelarsi molto interessante dal punto di vista scientifico per la molteplice stratifi-cazione delle fasi urbanistiche e può essere in grado di dare una risposta ai tanti interrogativi aperti dalle fonti scritte, come ad esempio: fin dove si estendeva la città romana ? Che cosa nasconde l’area della Maddalena e di piazza Garibaldi dove sono stati rinvenuti elementi architettonici attri-buibili ad importanti edifici pubblici? Quale l’ubicazione delle tante chiese medievali ? Quale l’estensione della cittadella trecentesca ? Cosa resta del complesso fortificato dell’episcopato e della cattedrale duecentesca di S. Paolino ? Sono solo alcuni dei tanti nodi irrisolti.
E’ necessario perciò che le potenzialità archeologiche della città non vadano compromesse e che a questo fine l’amministrazione comunale dichiari innanzitutto di primario interesse archeologico tutta l’area della città storica e si doti di strumenti normativi in grado di garantirne la tutela attraver-so la sorveglianza delle opere di scavo, pubbliche e soprattutto private. In secondo luogo dovranno essere previsti sondaggi e saggi di scavo preventivi in tutte le aree pubbliche, strade e piazze, che nei prossimi anni saranno interessate da progetti di pavimentazione o dalla realizzazione di sotto-servizi, fognature e quant’altro. Non è infine nemmeno utopistico pensare alla possibilità di pianifi-care saggi di scavo in alcune aree di particolare valore, come piazza Simoncelli, dove la presenza insediativa è stata continua fino al ‘900, o come piazza Garibaldi, dove potrebbe nascondersi la pre-senza di importanti edifici pubblici di età romana e dove più evidenti potrebbero rivelarsi i segni della decadenza medievale. L’impegno di un’amministrazione convinta dell’importanza di una tale operazione poterebbe trovare le giuste sinergie con altri enti pubblici e reperire anche finanziamenti adeguati. Si tratterebbe di un’operazione in grado anche di risvegliare l’interesse della città nei con-fronti della sua storia e dei suoi beni culturali.
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