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A colloquio con la memoria PDF Stampa E-mail
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Scritto da Elena Starna   
Da una conversazione con Wilma Durpetti a proposito dell’accoglienza al Rione Porto di Senigallia. Ricorda quando le è capitato per la prima volta di vedere uno “straniero” al Rione Porto? Il mio primo contatto con un nero, al Rione del Porto, è avvenuto alla fine degli anni ’30, quando un ufficiale senigalliese, di stanza in Etiopia, tornò a casa in licenza e si portò dietro un ascaro. Prima di quel giorno, non ci era mai capitato di vedere una persona di colore se non nei libri. All’epoca io frequentavo la scuola elementare e di quell’incontro ricordo il forte imbarazzo reciproco: nostro nel vedere questa persona così magra e dalla pelle così scura, suo nel trovarsi immerso in una classe di sole ragazzine che lo osservavano curiose. Durante la guerra, poi, col passaggio del fronte a Senigallia, ci capitò di vedere di tutto: Scozzesi, Indiani, Marocchini, Neozelandesi, Polacchi e soldati neri Americani; rimanemmo colpiti tantissimo anche dalle donne soldato. Ricordo un episodio particolare: a Natale del 1944 celebrammo la Messa nella piccola chiesa di Bedini (in via Mamiani, chiusa ormai da molto tempo), assieme ai soldati accampati in città. I neri cantavano molto bene ed organizzammo il coro assieme. Per noi, gli Alleati erano i liberatori, difficilmente si troverà qualcuno della mia generazione disposto a parlare male degli americani. In quel periodo fummo per la prima volta consapevoli della nostra ignoranza delle lingue: a scuola si studiavano solo francese e latino, in epoca fascista l’inglese veniva rifiutato perché lingua del nemico, quindi era veramente difficile comunicare con gli stranieri. In certi casi, si ricorreva proprio al latino per farsi capire! Non ricordo nessun episodio di disordine pubblico, nessun reato particolarmente eclatante riferito a quell’epoca. Forse perché non c’era molto da rubare, ma anche per la nostra abitudine di condividere tutto. Da sempre, se qualcuno non aveva da mangiare a mezzogiorno, lo sapevano tutti e in qualche modo si provvedeva. Si può quindi parlare di un atteggiamento piuttosto aperto da parte degli abitanti del Rione… Eravamo gente tollerante: prima che le leggi razziali lo proibissero, spesso organizzavamo il pranzo di Natale assieme agli ebrei di Senigallia, nonostante essi non lo festeggino. Quando poi il governo fascista proibì agli ebrei di frequentare le scuole superiori, la classe di mia sorella organizzò uno sciopero: lei frequentava le magistrali e nella sua classe c’era un unico ragazzo, di religione ebraica. Il giorno in cui gli fu ordinato di uscire dall’aula, le ragazze lo seguirono fuori e rifiutarono di rientrare senza di lui. La cosa poi non ebbe un seguito, ma mia sorella e le altre avevano persino pensato di portarlo in chiesa e farlo battezzare perché potesse tornare a scuola. Anche politicamente? Storicamente, il Rione era un punto di ritrovo per gli anarchici locali. Mia nonna li ospitava in un magazzino che possedevamo al piano terra della nostra abitazione, in via Narente. Il mio compito era quello di stare di vedetta ed avvisare se arrivavano i “bagarozzi” (cioè i fascisti). Minacciavano di sovvertire l’ordine costituito, di ribellarsi al regime fascista, parlavano male dei preti; in realtà non mossero mai un dito ed avevano tutti in tasca un santino col Crocifisso del Porto… Come veniva vissuta l’esperienza dell’emigrazione italiana all’estero? Molti abitanti del Porto hanno parenti emigrati in America, sia negli Stati Uniti sia al Sud, oppure in Australia: alcuni erano rientrati e raccontavano di come gli italiani si comportassero in modo solidale tra loro all’estero; ad esempio a New York, i senigalliesi organizzarono una mensa comune per coloro che arrivavano dopo i famosi 40 giorni ad Ellis Island, adoperandosi anche affinché ognuno potesse trovare immediatamente un impiego. Se si pensa alla situazione attuale del Rione, non ci sarebbe stata un’opposizione di principio alla presenza di immigrati nel nostro quartiere, perché molti di noi conoscevano e conoscono bene, per averlo sperimentato, il significato della migrazione.
 
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