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In questa analisi si è cercato di comprendere se il consistente aumento della popolazione di origine straniera avvenuto a partire dagli anni ’90 nella città di Senigallia, abbia dato origine a cambiamenti urbani, seguendo le linee di sviluppo riscontrabili per le megalopoli nordamericane o quelli visibili nelle grandi città europee.
Le città sono state fin dalla loro comparsa, entità in continua trasformazione, capaci di adattarsi ai cambiamenti con estrema duttilità. Esse hanno sempre esercitato un ruolo attrattivo sul territorio circostante, poiché al loro interno erano e sono ospitate le funzioni centrali del potere politico, economico e sociale. Per le loro capacità attrattive sono strate in grado di superare crisi naturali, conflitti, cambiamenti sociali, ma anche rivoluzioni delle strutture economiche e cambiamenti dei flussi commerciali, modificando le strutture obsolete e creandone altre in grado di assorbire e di indirizzare i cambiamenti. Grazie alla presenza all’interno del tessuto urbano dei luoghi dove venivano prese le decisioni politiche, di luoghi di culto, ma soprattutto dei mercati, la città è stata fin dall’antichità il luogo dove si sono incontrate, scontrate e confrontate culture, idee e popolazioni differenti. La contemporanea presenza di mercanti, pellegrini, mendicanti e dei cittadini stessi, ha reso necessari cambiamenti nel tessuto urbano. In particolare l’arrivo in città degli stranieri ha prodotto cambiamenti dello spazio fisico urbano, che si sono manifestati attraverso la produzione di edifici particolari, di spazi esclusivi (basti pensare ai ghetti ebraici), ed ha portato alla reinterpretazione dei luoghi occupati dagli immigrati . L’occupazione di determinati spazi non è mai avvenuta in modo disordinato, ma è stata e rimane condizionata da molte variabili.
Oggi, più che nel passato, la città è divenuto il luogo dove si concentra la diversità e i suoi spazi <> . I flussi migratori hanno avuto in questi ultimi anni un notevole incremento . Ancora una volta i luoghi di arrivo privilegiati dei flussi migratori sono state le città. L’avvento della globalizzazione economica a partire dagli anni settanta è stato uno dei fattori che ha contribuito a creare spazi nuovi ed a modificare la fisionomia esistente nelle città di tutto il mondo . Lo spostamento dei processi produttivi verso nuove aree, l’accentramento dei poteri decisionali e il continuo flusso di emigrati verso le grandi metropoli sono state le principali cause dei cambiamenti avvenuti nelle città. Questi cambiamenti sono visibili in ogni parte del mondo, sia negli Stati Uniti, sia in Europa, sia nelle megalopoli asiatiche ed africane . In ogni continente i cambiamenti urbani hanno assunto caratteristiche differenti. In genere però sembra accomunare oggi i centri abitati di tutto il mondo la separazione tra le varie popolazioni residenti in città. Secondo alcuni, le separazioni nella popolazione urbana sono in prevalenza dovute alla disuguaglianze di reddito e meno alla differente nazionalità dei gruppi di cittadini. Alcuni studiosi affermano che le divisioni spaziali si basano sulle differenze di status socio-economico, sul differente stile di vita e sulle differenze etniche . La separazione etnica è dovuta alle differenze razziali, religiose e nazionali delle varie popolazioni presenti in città, che si distinguono le une dalle altre per caratteristiche fisiche, lingua e costumi.
Esistono molti studi autorevoli sui cambiamenti avvenuti nello spazio urbano delle grandi città; per i paesi anglosassoni e per le grandi città americane, esiste una vasta letteratura sul fenomeno sin dagli anni ’20 del novecento. Secondo le teorie sviluppate in quegli anni dalla “Chicago School of human ecology”, i processi di appropriazione degli spazi urbani sarebbero analoghi a quelli riscontrati in natura: la competizione per l’uso degli spazi si risolverebbe con l’occupazione dei luoghi più ambiti da parte dei ceti e delle attività dominanti. Alle popolazioni con minore potere politico ed economico non rimarrebbe che occupare gli spazi concessi loro dai ceti dominanti. Questa teoria, basata sulla competizione tra le popolazioni per l’accesso e per l’uso del suolo, ha prodotto la formulazione di un modello, proposto da Burgess nel 1925 . Burgess ipotizza la città formata da anelli concentrici: al centro delle grandi città degli Stati Uniti sarebbero localizzate le zone dove si concentra il potere politico ed economico, mentre gli anelli più esterni sarebbero quelli meno ambiti e conseguentemente quelli dove si stanzia la popolazione dotata di minori poteri .
Un altro modello, che tiene conto delle differenze dello status socio economico della popolazione urbana degli Stati Uniti, considera la città divisa in settori: le categorie più favorite tenderebbero ad occupare gli spazi meglio serviti, quelli in prossimità dei luoghi più prestigiosi e più belli; i ceti sociali svantaggiati sarebbero esclusi da questi luoghi e relegati nelle aree meno richieste e con meno servizi.
Un terzo modello focalizza l’attenzione sulle diversità etniche e religiose presenti nella popolazione urbana e mette in evidenza <<[…] une autre dimension du fractionnement de l’espace social intra-urban sous form de noyeaux isolés>> . Questo tipo di modello considera la città come formata da nuclei separati, caratterizzati al loro interno da una omogeneità etnica, religiosa e culturale, ma poco integrati tra loro.
I tre tipi di modelli validi per gli Stati Uniti, mettono in evidenza che il fattore economico, unito a volte alle differenze etniche, rappresenta la causa principale delle divisioni spaziali avvenute all’interno delle città americane. Con la globalizzazione i processi di separazione spaziale tra i ceti dominanti e quelli subalterni hanno subito un notevole impulso ed in pochi anni sono giunti a maturazione cambiamenti in atto da molto tempo. In particolare nelle città statunitensi sono comparsi spazi nuovi: cittadelle, gentrified quarter, enclave esclusive, quartieri etnici (ethnic enclaves), ghetti (excluded ghettos). I quartieri etnici ed i nuovi ghetti sono divenuti i “contenitori” che ospitano la popolazione immigrata, lontano dallo sguardo del resto della popolazione urbana, contribuendo a creare condizioni di segregazione .
Differenti da quelli citati, sono stati i cambiamenti che si sono registrati nelle città Europee. In Europa l’afflusso della popolazione immigrata non ha portato alla creazione di nuovi spazi urbani, ma alla trasformazione di luoghi già esistenti. Gli stranieri si sono inseriti all’interno del tessuto urbano, in particolare nei luoghi “urbani periferici”, caratterizzati da minori servizi, da peggiori condizioni edilizie e dalla scarsa presenza di funzioni centrali . Le periferie urbane sono visibili sia nei luoghi più distanti dal nucleo (le fasce periurbane), sia nelle immediate vicinanze dei centri storici delle città europee. La popolazione immigrata ha occupato questi luoghi lasciati liberi dagli abitanti della città, reinterpretando e modificando gli spazi nei quali si è insediata.
Dopo la ristrutturazione economica ed il passaggio ad una economia basata sui servizi, in molti casi le piccole e medie città hanno visto aumentare il loro ruolo all’interno del sistema economico nazionale e a volte, come nel caso di alcune città turistiche, questa influenza si è estesa anche ad un sistema sopranazionale . A questa rinnovata vitalità delle piccole e medie città ha fatto seguito un aumento del loro ruolo attrattivo sulle popolazioni di migranti, richiamate in precedenza solo dalle grandi città. La scelta di escludere le città più piccole dall’analisi sui cambiamenti urbani dovuti all’immigrazione, se risultava corretta in passato per via del limitato peso numerico degli immigrati in queste aree, risulta oggi una grave mancanza, in particolare nei paesi di nuova immigrazione come l’Italia. La mancanza di studi inerenti ai cambiamenti urbani dovuti all’arrivo di stranieri nelle piccole e medie città diviene ancora più grave, se si tiene conto delle caratteristiche delle piccole realtà urbane, che proprio per la loro esigua dimensione e per la maggiore ricettività e solidarietà rispetto alle grandi comunità riceventi, dovrebbero favorire, oltre all’integrazione degli stranieri, anche il reperimento dei dati utili ad una valutazione.
La ricerca qui condotta è stata effettuata principalmente tenendo conto della attuale collocazione geografica degli insediamenti degli stranieri, valutando le differenti nazionalità, i luoghi d’insediamento e la struttura urbana della città di Senigallia, per poter descrivere gli eventuali cambiamenti e i motivi che hanno fatto scaturire queste trasformazioni.
Gli immigrati regolarmente iscritti presso le liste dell’ufficio anagrafe e regolarmente residenti all’interno del comune di Senigallia sono 1344 . Il loro numero incide solo in piccola percentuale sulla popolazione totale che ammonta a 44 mila unità, soprattutto se paragonato ad altre situazioni geografiche. I 1344 individui stranieri provengono da 69 paesi diversi, con condizioni sociali, economiche e politiche estremamente differenti: 79 di essi provengono dai paesi dell’Europa comunitaria, mentre i 1264 individui rimanenti, provengono da paesi extra comunitari. In questa categoria sono inclusi sia i paesi più industrializzati del mondo che nazioni che versano in condizioni di sottosviluppo e di povertà come l’Eritrea, il Bangladesh, il Pakistan.
Differente è anche il peso dei vari gruppi: alcune nazioni sono rappresentate da diverse centinaia di individui, altre solo da coppie o da singoli soggetti. Solo nove comunità sono composte da più di 50 persone, ed hanno una consistenza tale da poter dar vita a forme di aggregazione in grado di modificare lo spazio urbano.
Figura 2: numero di cittadini immigrati presenti a Senigallia suddivisi per nazionalità
Analizzando i dati sugli arrivi reperibili presso l’ufficio anagrafe è possibile stabilire che l’immigrazione a Senigallia in epoca moderna è un fenomeno nuovo. La data di iscrizione presso l’ufficio anagrafe del comune di Senigallia corrisponde, presumibilmente, al momento in cui si è manifestata la precisa volontà di stabilirsi in quest’area, almeno per un consistente numero di anni. Da un esame delle date di iscrizione, risulta che gli arrivi di stranieri (esclusi i turisti) erano pressoché assenti prima dell’inizio degli anni novanta. Il flusso si intensifica a partire dal 1998, quando il numero dei residenti stranieri compie un balzo in avanti. Il trend positivo continua anche negli anni successivi, e i primi due anni del ventunesimo secolo vedono lo stanziamento nel territorio del comune di Senigallia di 744 cittadini stranieri.
Figura 3: numero di immigrati arrivati ogni anno a Senigallia dal 1976 al 2002
Senigallia ha dunque esercitato negli ultimi anni una forte attrattiva per gli immigrati. Il motivo è probabilmente da ricercare nelle caratteristiche sociali ed economiche della città. In un “grande paese” di 40 mila abitanti l’integrazione e l’assistenza dei nuovi arrivati potrebbero essere favorite dalla maggiore coesione sociale tra i cittadini: nelle piccole città i fenomeni di disgregazione del tessuto sociale presenti negli agglomerati urbani più grandi sono meno sviluppati, e le autorità e le associazioni di volontariato riescono ad avere una visione completa dei fenomeni di disagio, aiutando le persone in maggiori difficoltà. Senigallia inoltre basa la sua economia sul settore turistico che offre durante i mesi estivi molti posti di lavoro stagionali, a bassa retribuzione, sia negli alberghi che nei ristoranti e nelle attività connesse al settore turistico (distribuzione di alimenti e bevande, attrezzature alberghiere, imprese di pulizia ecc.). In questi settori sono numerosi i cittadini stranieri impiegati che vengono attratti dalla possibilità di avere un lavoro spesso regolare e dalla possibilità di far ritorno temporaneamente nel paese d’origine una volta conclusa la stagione turistica.
Per poter stabilire l’eventuale comparsa di nuovi spazi urbani nel territorio del comune di Senigallia e per comprendere il grado di integrazione della popolazione immigrata all’interno della società ricevente, è necessario individuare le aree di insediamento dei cittadini stranieri: attraverso questa operazione è stato possibile visualizzare sulla cartografia eventuali forme aggregative e concentrazioni della popolazione straniera.
La presenza di spazi nei quali risulta essere elevata la concentrazione di immigrati è, secondo molti studiosi, indice di mancata assimilazione con le comunità dominanti , rappresentate dalla popolazione autoctona. Riprendendo ancora una volta gli studi di Pacione , è possibile affermare che la presenza di concentrazioni di cittadini stranieri all’interno del tessuto residenziale è causata dalle differenze culturali, economiche e sociali tra i gruppi etnici e la comunità dominante. Secondo F.Boal inoltre, più marcate saranno la concentrazione delle abitazioni degli immigrati e la loro separazione dal resto della città, maggiori saranno le difficoltà incontrate dagli stranieri per una integrazione, anche parziale, con le società di arrivo. La separazione spaziale tra i luoghi degli immigrati e la città può essere ricercata dalle stesse comunità etniche o essere sancita dalle decisioni prese dai gruppi dominanti; in entrambi i casi, il risultato visibile è quello di impedire il confronto tra persone dalla cultura e dalle abitudini differenti e di aumentare il grado di emarginazione delle categorie più deboli.
Nelle città anglosassoni la separazione tra i luoghi dove vivono gli immigrati e quelli occupati dalla popolazione autoctona ha dato spesso origine alla formazione di quartieri etnicamente omogenei, le ethnic enclaves e gli excluded ghettos, che risultano separati dal resto del tessuto urbano. Si tratta di spazi urbani con caratteristiche, funzioni ed origine differenti. Secondo la definizione di Marcuse , l’ethnic enclaves può essere definita come un area che <>, <<[…] nelle enclave etniche vi è un alto grado di solidarietà. Le persone si aiutano l’un l’altra per trovare una occupazione o un luogo dove vivere>> . Gli excluded ghettos invece, sempre secondo Marcuse, possono generalmente essere definiti come <>. Marcuse individua poi una ulteriore definizione per i ghetti urbani. Secondo lo studioso americano i nuovi ghetti urbani sono <> . I due tipi di spazi urbani sono quindi differenti: il primo viene creato dalle stesse comunità di immigrati; il secondo viene messo in atto dalla volontà della classe dominante ed ha lo scopo di escludere parte della popolazione del tessuto urbano, relegandola in determinati quartieri.
Nella città europea, ed italiana in particolare, la popolazione più debole tende invece ad occupare i luoghi periferici del tessuto urbano. Con “luoghi periferici” si intendono non solo i luoghi urbanizzati più lontani dal centro, ma anche gli spazi che all’interno del nucleo urbano sono privi di funzioni centrali le quali tendono a concentrarsi in determinati luoghi i basi a fattori di agglomerazione. La tendenza alla concentrazione delle funzioni centrali, fa sì che la loro distribuzione sul territorio non sia omogenea, ma sia più marcata in alcune aree . Nel momento in cui la concentrazione di funzioni centrali dà vita ad un “centro”, si crea in opposizione ad esso, una periferia, che risulta esserne subordinata. Nella periferia, infatti, la vita urbana è limitata alle attività di base. Il termine “periferia” quindi, comprende le aree di recente formazione, gli insediamenti sparsi, le zone di periurbanizzazione, ma anche le aree periferiche antiche, incorporate nella città e molto spesso posizionate a poca distanza dal centro storico .
Per poter verificare se la situazione di Senigallia sia conforme ai modelli proposti per le città anglosassoni o per quelle europee, o se ancora il suo sviluppo urbano segua traiettorie originali, non paragonabili ai contesti citati, è stato necessario, in primo luogo, individuare sulla cartografia le abitazioni occupate dagli stranieri, il numero degli abitanti in ciascun domicilio e la nazionalità degli occupanti. Dai dati raccolti risulta che la disposizione delle abitazioni occupate dai cittadini stranieri non è omogenea su tutto il territorio comunale. Vi sono aree fortemente interessate al fenomeno ed altre nelle quali non si riscontrano abitazioni occupate dalla popolazione straniera. La presenza di cittadini stranieri è più elevata nella parte più urbanizzata del territorio del comune di Senigallia, che corrisponde al nucleo urbano principale ed a tutta la fascia costiera. Scarsa risulta la loro presenza nelle aree dell’entroterra, dove la minore urbanizzazione fa si che minore sia il numero degli edifici residenziali presenti.
Figura 4: numero di immigrati nelle zone della città
I motivi di questo particolare tipo di insediamento della popolazione immigrata sono da ricercare nell’ uso degli spazi all’interno del territorio della cittadina marchigiana. E’ possibile che la popolazione straniera abbia l’opportunità di inserirsi all’interno della maggior parte del tessuto urbano, perché qui non si sono create le condizioni sociali ed economiche che nelle realtà più grandi, in particolare nelle città americane, hanno dato origine ad una netta separazione degli spazi. Come in ogni insediamento umano, anche a Senigallia è possibile rilevare la presenza di luoghi più apprezzati, dove i prezzi di acquisto e di locazione sono più elevati, e di aree meno ambite, le “periferie urbane”, nelle quali i prezzi risultano nettamente inferiori alla media cittadina.
A Senigallia non si è verificata però l’omogeneizzazione socio-economica ed etnica che si riscontra invece in molti quartieri delle grandi città americane e che a portato a fenomeni di segregazione urbana, ai quali i geografi urbani americani hanno dato l’appellativo di new ghettos.
La presenza delle abitazioni degli stranieri sia al centro che nella periferia non è sufficiente a considerare l’integrazione degli stranieri all’interno del urban residential matrix un fatto compiuto. Altri modelli applicati alle grandi città europee infatti, sostengono che la separazione spaziale tra i luoghi dove risiede la popolazione dominante e quelli occupati da quella dominata, possa esistere anche in presenza di una apparente fusione: infatti sia in prossimità del centro che nei luoghi più lontani da esso, le popolazioni e le attività dominanti si impossesserebbero dei luoghi più ambiti, dove maggiore è la presenza di funzioni centrali, relegando le popolazioni più deboli negli spazi meno ricercati ( le “periferie”), dove minori sono i servizi e dove gli edifici risultano spesso fatiscenti.
Tornando alla disposizione delle abitazioni occupate dalla popolazione immigrata a Senigallia, è possibile notare che queste, pur collocandosi in tutto il territorio comunale, si concentrano in determinate aree sia al centro e nelle immediate vicinanze, che nelle periferie urbane ed agricole della città, ma sono dislocate prevalentemente in quelle che Piroddi definisce “periferie urbane” . Si tratta di spazi urbani, posti sia in prossimità del centro che nelle fasce periurbane, caratterizzati dall’assenza di funzioni centrali. Questi spazi hanno caratteristiche comuni tra loro, sia che si tratti di aree vicine al centro, che di quelle poste ai limiti dell’agglomerato urbano.
A Senigallia, gli spazi dove è insediata la popolazione straniera hanno due principali caratteristiche: sono posti in prossimità di strade molto trafficate e gli immobili presenti all’interno di essi sono spesso in condizioni peggiori che quelli delle zone circostanti.
Il fattore che caratterizza queste zone è senza dubbio il passaggio di strade statali e comunali dal traffico intenso che collegano la città di Senigallia alle città dell’entroterra, al capoluogo regionale Ancona, ed al capoluogo provinciale Pesaro. Lungo queste vie di comunicazione i livelli di inquinamento acustico e atmosferico sono i più elevati riscontrati in città e il rumore prodotto dal passaggio dei camion e delle vetture non diminuisce neppure durante le ore notturne, amplificato in molti punti dalla presenza dei necessari incroci semaforici che rallentano il transito dei veicoli. In questi luoghi di transito inoltre non sono presenti spazi verdi e le condizioni dell’arredo urbano sono inferiori a quelle di altre zone della città e il transito pedonale è reso difficile dall’assenza in molti punti di marciapiedi. Inoltre in molti casi le zone prese in considerazione sono distanti da alcuni servizi (come scuole, asili, ambulatori medici ed ospedale) e presentano una densità commerciale bassa. Anche la qualità degli edifici risulta inferiore rispetto alla media riscontrata in città.
Le zone dove invece lo stanziamento della popolazione straniera risulta scarso o assente, sono caratterizzate da costi di acquisto e locazione alti rispetto alla media ed hanno funzione differente, che spazia dall’accoglienza turistica per il lungomare, al ruolo di centro dirigenziale e commerciale per il centro storico, a quello di zone residenziali per la middle e upper class per i quartieri Vivere Verde, Portone e Ciarnin. Oltre che costi elevati, questi spazi hanno in comune alcune caratteristiche: le condizioni edilizie sono ottime (tranne in alcuni limitati spazi del centro), grazie alle ristrutturazioni eseguite per i palazzi più antichi, e, nelle zone del lungomare dei quartieri Vivere Verde e Ciarnin, grazie alla recente costruzione degli edifici. Queste aree sono prossime e in alcuni casi ospitano strutture sanitarie ed edifici scolastici; inoltre la qualità dell’arredo urbano è molto buona soprattutto nelle zone interessate dal turismo.
Esistono inoltre variabili in grado di condizionare le scelte abitative della popolazione immigrata. L’eventuale presenza di tali fattori può essere utile per stabilire quali sono oggi le aree più interessate dal fenomeno immigrazione, ma soprattutto quali, nel futuro, saranno i quartieri dove si stanzieranno gli stranieri. Dalle osservazioni dei dati è possibile constatare che gli immigrati tendono ad insediarsi in prevalenza nelle aree poste in prossimità del centro città, dove secondo i dati dell’Ufficio Tecnico Erariale si registrano rendite fondiarie e prezzi di affitto elevati . All’interno di queste zone gli immigrati vanno ad insediarsi nei luoghi periferici, che risultano essere meno richiesti dal mercato. In particolare le abitazioni della popolazione straniera sono collocate in prevalenza lungo alcune strade – definibili come “cicatrici del tessuto urbano” -, caratterizzate da forte traffico motorizzato e dalla bassa qualità degli edifici. Queste zone sono state negli anni abbandonate dalla popolazione italiana facendo calare di conseguenza i costi d’affitto degli immobili. In questi luoghi si sono insediati i cittadini stranieri, attratti dai bassi costi d’affitto e dalla vicinanza al centro città. Il fattore economico è quindi una delle motivazioni che più influenzano le scelte abitative degli immigrati.
Accanto ai costi di locazione, anche altri fattori influiscono sulla decisione. La vicinanza al centro città, e quindi anche alla maggior parte dei servizi, sembra avere un peso determinante nella scelta del domicilio: a parità di spese di affitto, gli immigrati tendono infatti a collocare la propria residenza nei quartieri più vicini al centro città, piuttosto che nelle periferie urbane ed agricole. Questo accade anche in presenza di condizioni limite dal punto di vista edilizio ed ambientale. La vicinanza al centro ed ai servizi, oltre che al luogo di lavoro, sembra avere un peso maggiore rispetto alla presenza di minor inquinamento e di migliori condizioni abitative. Questo è probabilmente dovuto alle difficoltà negli spostamenti: Senigallia non ha una rete di trasporto pubblico molto sviluppata e le linee urbane ed extraurbane coprono solo una piccola parte del territorio; inoltre sono pochi i cittadini stranieri in possesso di una autovettura.
La scelta dei luoghi di residenza è poi condizionata dalla volontà dei locatori, solitamente di origine italiana, che preferiscono affittare i propri immobili a cittadini italiani o, limitatamente al periodo estivo, ai turisti, piuttosto che ad immigrati stranieri. La maggior parte di coloro che affittano a stranieri lo fanno dopo aver cercato invano di affittare il proprio immobile ad italiani, oppure se hanno la sicurezza della serietà dell’inquilino, spesso accertata da conoscenti comuni o da membri delle istituzioni civili e, soprattutto, ecclesiastiche. Un ultimo fattore che influenza la scelta della residenza è l’effettiva disponibilità di immobili da affittare, liberi cioè da inquilini già presenti.
A questa analisi ben si adattano le considerazioni di Jean-François Chauvard, in merito ad una situazione distante nel tempo e nello spazio da quella analizzata. Studiando l’inserimento dei cittadini stranieri a Venezia tra il XVII ed il XVIII secolo, Chauvard afferma che :<< In seno ad uno spazio urbano saturo, gli stranieri si stabiliscono negli interstizi che sono loro concessi o che loro stessi conquistano. L’appropriazione della residenza, volontaria o imposta, è il risultato di scelte personali che possono essere inserite in logiche collettive. Lungi dall’essere un fenomeno univoco, la scelta del domicilio deriva da un compromesso instabile tra le aspirazioni individuali, il fascino dei luoghi, la precedente disposizione degli stranieri, le restrizioni imposte dalla società e i limiti di uno spazio già occupato, dove il campo delle possibilità è ridotto. Questo compromesso è all’origine della varietà delle forme della distribuzione spaziale[…]>> .
Anche nel caso degli immigrati residenti a Senigallia, la scelta del domicilio non è un fenomeno univoco, ma è il risultato di scelte personali e collettive, ponderate o obbligate e dipende dalle volontà dei nuovi arrivati, da quelle dei cittadini già presenti e dalle politiche adottate dall’amministrazione locale.
In conclusione, è possibile affermare che gli immigrati giunti a Senigallia a partire dagli anni ’90, sono venuti in contatto con una realtà in via di trasformazione. Il bisogno di adeguarsi alle nuove esigenze turistiche e di rinnovare molte delle strutture ricettive presenti, ha dato vita negli ultimi anni a profondi cambiamenti urbani, messi in atto sia dalla amministrazione , sia a seguito degli investimenti privati. In particolare la città è cresciuta grazie alla edificazione di numerose costruzioni destinate alla residenza civile, al turismo ed al commercio. Gli stranieri che si sono insediati, e che stanno ancora arrivando, hanno contribuito a modificare il volto della città. La scelta della casa sembra essere condizionata sia dalla volontà dei singoli individui di stanziarsi in prossimità dei luoghi di lavoro o nelle vicinanze di determinati servizi (scuole, asili, ecc.), che dalle restrizioni imposte dei costi economici e dalla discriminazione dei locatori. Questi fattori hanno determinato l’insediamento della popolazione immigrata negli spazi cittadini in prevalenza lungo le vie di comunicazione caratterizzate dal forte traffico, ma in prossimità del centro.
L’insediamento della popolazione immigrata in questi spazi non ha dato vita a particolari conflitti sociali. L’assenza di situazioni di attrito tra la popolazione autoctona ed i nuovi arrivati non è da imputare ad una maggiore apertura e disponibilità all’accoglienza dei senigalliesi, quanto piuttosto alla dislocazione delle abitazioni degli immigrati nel territorio. Le zone dove più forte è la loro presenza, sono state in un recente passato caratterizzate da un progressivo abbandono da parte della popolazione italiana, attirata da altri quartieri situati in zone più salubri e di maggiore pregio. Gli immigrati si sono dunque inseriti nel tessuto urbano andando ad occupare le aree lasciate libere dalla popolazione locale, portando nuova vitalità a zone che stavano divenendo spopolate, in particolare lungo gli assi viari caratterizzati da forte traffico. Queste strade - “cicatrici” del tessuto urbano-, senza l’arrivo e l’insediamento della popolazione straniera, avrebbero continuato a subire lo spopolamento ed il decadimento edilizio. Lo stanziamento degli stranieri ha permesso il reinserimento di queste periferie urbane all’interno del tessuto cittadino. Oltre ad occupare “nicchie” vuote, la presenza dei nuovi arrivati ha favorito l’apertura, in queste aree, di attività commerciali che sono necessarie al soddisfacimento dei bisogni quotidiani (market, bar, lavanderie, ecc.).
L’arrivo dei flussi migratori ha quindi prodotto modificazioni all’interno dello spazio urbano: non si è avuta la nascita di nuove aree residenziali a basso, ma il recupero e la reinterpretazione di aree già esistenti. Dal punto di vista urbanistico, questi cambiamenti scaturiti dallo stanziamento della popolazione straniera, sono stati positivi per il recupero parziale di alcune aree dimesse, e ad una loro reimmissione all’interno degli spazi urbani. I cambiamenti avvenuti non hanno creato invece le condizioni affinché si costituissero come negli Stati Uniti “quartieri etnici” o i “nuovi ghetti urbani”. La scarsa presenza sul territorio di immigrati residenti ha fatto sì che le zone dove si concentrano le loro abitazioni non siano divenute aree omogenee dal punto di vista etnico. Anche nelle zone dove più forte è la loro concentrazione, come ad esempio nel quartiere “Porto”, la presenza di cittadini italiani è consistente, tanto da rappresentare la maggioranza dei domiciliati; a Senigallia, quindi, non è riscontrabile la presenza di forme di separazione etnica. Semmai forme di separazione avvengono a causa delle differenze di status sociale ed economico tra i vari cittadini residenti. Gli immigrati, posti spesso ai gradini più bassi della scala sociale ed occupati in attività scarsamente remunerate o stagionali, non hanno la possibilità di stanziarsi nelle aree che presentano alti costi di mercato e di locazione. <> separando i cittadini più abbienti da quelli indigenti, senza distinzione di colore e nazionalità. Forme embrionali di concentrazione etnica esistono, in particolare per le etnie più deboli e stanziate a Senigallia da poco tempo, come quella proveniente dal Bangladesh. Questi gruppi cercano di posizionare le abitazioni da loro occupate a poca distanza l’una dall’altra, per creare condizioni che rendano più sopportabile lo sradicamento e la scarsa integrazione all’interno della società ricevente. Il fenomeno dovrebbe essere monitorato con regolarità, poiché la situazione internazionale sembra permanere in uno stato favorevole agli spostamenti di popolazione da zone più povere verso le aree a maggiore sviluppo economico. I nuovi flussi migratori potrebbero dar vita anche nelle realtà più piccole come Senigallia, a fenomeni urbani nuovi che già ora si presentano in embrione. La sfida è duplice: da un lato riuscire a prevenire l’insorgenza dei problemi legati alla scarsa integrazione, che sono legati a doppio filo con i fenomeni di degrado urbano; dall’altro trasformare la città in una nuova realtà capace di favorire l’integrazione mantenendo le specificità proprie di ogni popolo, poiché la nascita di una società multietnica è questione, volenti o nolenti, di pochi anni, anche nelle piccole città.
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