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In antropologia si chiama FASCINAZIONE. Nell’uso corrente il termine evoca uno stato positivo e gradevole di profondo piacere e di abbandono di fronte a qualcuno o qualcosa che, appunto, ci affascina: una persona, un paesaggio, un brano musicale, un’opera d’arte etc. In etnopsichiatria, invece, è un termine tecnico per indicare una sindrome, che può avere conseguenze anche gravi, caratterizzata da una intensa suggestione del soggetto della fascinazione, che si ritiene vittima di un qualche elemento del mondo circostante al quale egli attribuisce la causa del proprio malessere. Si tratta di uno stato psicofisico di sofferenza, spesso vago, nel quale il soggetto fascinato appare in preda a un indefinibile condizionamento da parte di qualcuno o di qualcosa che lo circonda. Questo disagio non era presente in precedenza nella persona fascinata e si instaura, a suo dire, solo dopo che egli è venuto a contatto con l’elemento fascinante. La persona fascinata si sente danneggiata dall’effetto negativo, su di essa, di tale elemento disturbante, sente ridursi la propria forza di volontà autonoma, sente quella che viene detta una rarefazione o una “crisi della presenza”, della “sua” presenza attiva e viva nel mondo, sostituita nella sua quotidianità dall’influenza pervasiva e nociva di ciò che lo “affascina”. L’affascinato ha la convinzione profonda, irremovibile e non razionale che qualcuno o qualcosa che egli conosce, o che ancora non conosce, eserciti su di lui e sulle sue vicende un influsso inequivocabilmente negativo. Si tratta di uno dei capitoli fondamentali dell’antropologia, che presenta infinite sfaccettature e varianti nelle culture umane di ogni tempo e di ogni luogo. Nelle Marche questa vera e propria malattia culturale, che affonda cioè le proprie origini nell’assetto peculiare del nostro folklore regionale, presenta fra le altre una nota caratteristica che la differenzia in modo sottile, ma significativo da altre aree dell’etnografia europea. Molto spesso infatti, da noi, la causa fascinante è rappresentata da un animale, domestico o selvatico, comune o esotico, reale o fantastico. Sarebbe complesso esaminare le ragioni storiche e culturali di questa particolarità di “zoo-fascinazione”; sta di fatto che dalle le fonti specialistiche si ricava un lungo elenco degli animali più disparati cui tradizionalmente viene attribuito un potere fascinatorio: si va dal cane al serpente, dalla balena al gatto, dal basilisco alla civetta, dal bue al rospo, dalla lucertola alla cavalletta, dal ragno al gallo, dal cavallo alla salamandra e così enumerando. Certo anche nelle Marche gli esseri umani, grazie al “malocchio” e alla “jettatura”, che sono forme particolari e tradizionalizzate della fascinazione, vengono usualmente citati come causa (ovviamente culturale) di tale sindrome. Sta di fatto che nella nostra regione una ideologia della jettatura così forte e radicata come nell’Italia meridionale, non si riscontra; così come il malocchio (pur presente diffusamente) non assume da noi quella intensità ossessiva che è tipica di altre etnoculture. Certamente la storia socioeconomica della nostra regione, fondata su una sterminata microagricoltura, ha enormemente amplificato le occasioni di una vicinanza capillare tra uomini e animali e questa può essere, non ultima, tra le cause di quanto osservato in questa nota.
 
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