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Bisogna passare di lì almeno una volta nella vita. Io l’ho fatto e la “saudade” non mi abbandona. Un grande viaggio durato un mese per soddisfare la mia insaziabile voglia di viaggiare alla ricerca di qualcosa che sapevo di non trovare, ma è sempre un cercare che porta lontano, che apre la via a nuovi pensieri, a nuovi percorsi.
Ho preso un aereo con destinazione Fortaleza. Qui attorno alla miseria sono spuntati strani funghi in cemento alti, tutti luci e colori: sono alberghi moderni, isole di ricchezza dove la gente del posto non può entrarvi se non come servi o come prostitute. Favelas da un lato e dall’altra – per usare un’espressione di Terzani – bolle di sapone ad aria condizionata. C’è tanta incongruenza, troppo caos, non voglio fermarmi. Avanzo verso Nord, lasciando la mia mente libera di vagare verso il futuro, verso l’incognito, incerta su quello che avrebbe portato la vita e il viaggio. Mi fermo a Paracurù, a circa 80 Km a Nord di Fortaleza, una cittadina di 27.000 abitanti. Qui il vento è compagno inseparabile, soffia senza soste modellando l’uomo e le sue storie. Le ondate di turismo che stanno cominciando a profanare la zona arrivano appositamente spinte dal vento, dall’Aliseo, che è fedele compagno tra le onde del mare per i praticanti di Kitesurf e di Windsurf. Da tutto il mondo gli appassionati di tali sports scelgono Paracurù. Nella spiaggia di Quebramar una moltitudine di aquiloni colorati, di corpi atletici, di visi abbronzati e di buggy che fanno un andirivieni sulla battigia. Ma fuori da quel sito attraente ma ovattato spariscono i turisti, come cancellati dall’avanzare lento e incessante delle dune di sabbia che segnano i confini. Le dune sembrano un orizzonte irraggiungibile, perché più si sale e più si rimane fermi, ma bisogna scavalcarle se si vuole conoscere sul serio Paracurù. L’ho fatto, all’ora del tramonto, e dall’alto dove i confini spariscono, dove a farmi compagnia solo un nugolo di mucche che con le loro corna fanno anche un po’ paura, capisco che è qui dove decido di rimanere.
Le giornate passano veloci in mezzo alla natura lussureggiante, scaldate dal sole, da una luce fitta e accecante che sembra aprire la speranza di un possibile aldilà. Alle sei già cala il buio, ma a quell’ora ho già fatto incetta di storie, di racconti, di letture, di riflessioni, di nuove amicizie, di scambi di testa e di cuore. Che gioia aprirsi al mondo, questo sconosciuto. Ma la gioia più grande è stata cantare per i bambini. Solo per i bambini che con i loro piedini magri mi hanno accolta dapprima come una marziana (non avevano mai udito alcuno parlare quella strana lingua che è l’italiano e che a fatica sbiascicava per “falar portoghese”) e poi come un’amica, una sorella, una mamma. Mi omaggiavano con passi di Capoeira e mi abbracciavano con la stessa forza con cui io li stringevo, perché solo così, sapendo che da lì a poco li avrei perduti, potevo “averli”.
Hanno enormi slanci generosi d’affetto. Spesso nei Paesi poveri le forme di generosità hanno l’intento d’indebitarti (sanno come trattare il turista), qua non è affatto così. Sono puri e hanno volti bellissimi.
In Brasile il mondo è venuto a stanare la popolazione con la fame, le ferrate, le rivoluzioni, ma Paracurù è terra generosa, frutta, carne e pesce non mancano e la gente non muore di fame, ma muore senza sapere che ci potrebbero essere molti modi per risanare difficili situazioni. Degrado, miseria, poca istruzione, scarsa formazione e informazione, parecchia prostituzione, ancora molta povertà di idee fanno rotolare il paese che fa ancora andare la maggior parte degli autoctoni senza una meta. Li vedi vagare, con a piedi le loro infradito, un poco spersi, un poco sporchi, senza possibilità di guardare al futuro. Ma l’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità gli toglie: sono estremamente dignitosi (qua i favori non si comprano), buoni d’animo come tutta la gente del Sud, allegri (in mezzo al nulla hanno sempre il sorriso). Ho donato a loro ciò che avevo ma non sorprende che siano stati loro ad avermi dato molto, ma molto di più di quello che meritavo.
Un’ultima cosa: pensavo che la bossa nova fosse per i brasiliani come il tango per gli Argentini, invece nello stato del Cearà si ascolta e si balla solo il Forrò (una specie di salsa ancor più movimentata) divertente sì ma da non “ingerire” per lungo tempo.
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