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Il rispetto: disposizione dell’animo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Fata, psicologa   
Il rispetto non è qualcosa che si mostra per necessità, obbligo morale, sociale, religioso o culturale, ma è qualcosa che sgorga in modo autentico e naturale da dentro di noi. Parte da noi, si riversa su noi stessi e si estende agli altri. Secondo le filosofie orientali un cammino verso il raggiungimento della perfezione non ha ragion d’essere. Quello che, invece, siamo chiamati a compiere è un percorso di progressiva autoconoscienza, autoconsapevolezza che ci consenta di (ri)scoprire la perfezione che già alberga dentro di noi e così anche in tutto ciò che ci circonda, cose, persone, esseri animali e vegetali. Essere consapevoli del valore di qualcosa o qualcuno è la condizione indispensabile per poterla poi rispettare, dove con rispetto si intende il tenere a riguardo, in considerazione, sapendo quanto prezioso è ciò a cui ci si rapporta. L’altro in questo modo diventa un tu scevro da ogni dualismo: non c’è più una contrapposizione soggetto-oggetto, ma una tensione disinteressata verso di lui. L’interdipendenza è ciò che caratterizza l’esistenza di ciascuno di noi in senso particolare e universale e disconoscerla conduce all’illusione e al fraintendimento.

Il rispetto ha sempre una declinazione concreta: rispetto qualcosa, una persona, un essere vivente o non. E’ sempre contestualizzato e collocato temporalmente. Un esempio può essere quello dei genitori che rispettano la volontà, le aspirazioni, le ambizioni, le inclinazioni del proprio figlio, anche se queste possono essere in conflitto con le loro aspettative. Quando si rispetta una persona lo si fa in virtù del suo riconoscerla come tale, indipendentemente da qualsiasi azione, comportamento, atteggiamento o disposizione, contrariamente, ad esempio, alla stima, che deve essere guadagnata grazie a qualcosa che si compie. Ha una componente biunivoca, deve essere prima rivolto nei propri confronti e poi di riflesso, per estensione anche agli altri.

Come si sviluppa?Il rispetto si trasmette dai genitori ai figli più che con le parole, con i gesti, le azioni, i comportamenti e molte altre modalità assai sottili. Essere oggetto di rispetto fa sentire valorizzati, pone le basi per la percezione e la valutazione adeguata del proprio essere e consente il passaggio successivo che permette l’estensione di ciò anche a tutto ciò che ci circonda. E’ un po’ quel che accade con l’amore: si innesca una sorta di circolo virtuoso in base al quale si riceve amore incondizionato dalle prime figure di accudimento, che possono coincidere o meno con i propri genitori, si diventa consapevoli del proprio valore, lo si apprezza, lo si valorizza, lo si stima, lo si rispetta, lo si ama. Il rispetto si può imparare e coltivare nel corso degli anni, successivamente al primo periodo di vita, ma anche in questo caso l’esperienza di vita è ciò che conta. Non si apprende sui libri, nei corsi, o all’università, ma vivendo. Una disposizione d’animo che implica apertura, fiducia, e, ai livelli più elevati, un profondo senso di spiritualità. Il rispetto svuotato dal sentire e dal vivere perde la sua essenza per diventare qualcosa d’altro, più formale, superficiale, convenzionale, affettato, manieristico. Queste sono le basi imprescindibili per fare altrettanto con gli altri: quanto più si tiene a se stessi, tanto più si tiene a ciò che sta intorno, esseri animati e non, si dona loro amore (e rispetto) e si è disposti a riceverlo, ci si sente degni di riceverlo per il solo fatto di esistere e non perché si è fatto qualcosa per meritarlo. E per concludere, ancora una volta, ripartiamo da noi, coltiviamo la nostra essenza più intima e poi apriamoci in modo disponibile, non giudicante, senza stereotipi, né pre-giudizi al mondo.
 
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