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le morti bianche nelle Marche PDF Stampa E-mail
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Scritto da Andrea   
Alcuni incidenti sul lavoro capitati sul finire di gennaio nella nostra provincia, di cui non diamo le generalità per evitare della pubblicità che non serve alla nostra riflessione ma di cui ci limitiamo a dire che, almeno, non sono stati letali, ci ricordano che anche qui nelle Marche siamo in Italia, specie per quel che riguarda le cose più spiacevoli che ci rendono fanalino di coda d’Europa. Le morti bianche e la questione della tutela del lavoro non sono solo eventi televisivi freddi e distaccati che riguardano qualche metropoli o zona industriale del nord. Riflettiamo insieme sul caso Italia: abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa (superati anche da Spagna, ormai si sapeva, e da Grecia, e questa è già più dura da digerire, con tutto l’amore che si può avere per la Grecia) ma come se non bastasse abbiamo il livello di sicurezza tra i più scadenti (chi scrive s’è rifiutato di andare a fare un confronto con gli altri paesi EU per paura di non aver voglia di finire l’articolo, inoltre quando si tratta di morti i confronti sono sempre di cattivo gusto.) E’ comunque uscita nei primi giorni di gennaio una stima su dati INAIL sull’anno da poco concluso che ci dà il polso statistico della situazione: nel 2007 sono morte sul lavoro 1.017 persone e altre 25.447 sono rimaste invalide. (fonte ANSA). In pratica, in Italia, muoiono 3 persone al giorno, di lavoro! Di questa guerra poco si parla, poco si fa, finché non capita il caso che attira l’attenzione dei media, e allora per un mese o due giornali, TV e anche qualche politico, fanno a gara di retorica per esecrare la situazione italiana; ma tutto resta come prima: siamo in Italia, siamo italiani, no? Uniamoci quindi a questo coro di vani retori, sperando il lettore ci perdoni questa sterile invettiva retorica di chi, non avendo potere, altro non può fare. Domanda retorica: chi siede in Parlamento conosce questi dati? E se sì, troverà uno spazio nella sua impegnatissima agenda per discutere e affrontare il problema, infilandolo tra una hola antigiudiziaria e l’ennesima spallata al governo in carica? Affermazioni retoriche: chi siede in Parlamento a rappresentarci sa di sicuro che loro sono lì perché non tanto una Tyssen ma una ditta italiana possa dar lavoro agli italiani (non per protezionismo ma perché una ditta locale ha maggiore possibilità di comprensione delle problematiche della regione in cui opera e della gente che ci vive); loro sono lì per far sì che, ditte italiane o tedesche o di vattelapesca, rispettino le leggi e i diritti dei lavoratori; loro sono lì per garantire a questo paese una crescita economica che non esuli da una crescita civile e di convivenza; loro sono lì per noi e non per sé perché questo è il lavoro del politico: interessarsi del bene pubblico e, a maggior ragione, della società che ci vive. Se una persona non si sente portata per questi altruistici fini, sa che dovrebbe fare il dirigente privato e non il rappresentante della comunità o peggio il ministro della Repubblica che, per definizione, è servo-dello-Stato. Autocritica retorica: certo c’è una componente di colpa anche nel popolo italiano che pare esercitare la sua sovranità in maniera svogliata e discontinua, forse perché confuso dai mezzi di distrazione di massa, forse perché consapevole di vivere in una democrazia con grossi limiti di rappresentanza reale, e questo ha portato ad una stanchezza nell’interesse politico. Questo però è il primo virus di ogni democrazia perché senza uno sforzo di controllo attivo all’atto del voto e del consenso non si può avere una classe dirigente attiva, utile e focalizzata sui problemi reali del paese. Ogni democrazia lasciata a sé stessa degenera facilmente in un’oligarchia che vede e sente solo i propri problemi e non quelli del paese che dovrebbe amministrare. Promemoria retorico: il popolo è il naturale detentore della sovranità, ed è verso di esso che un governo ha le maggiori responsabilità e doveri, il popolo da parte sua deve aiutare il governo a non dimenticarsi delle vere questioni impedendo alla classe dirigente di cadere in uno status di narcisismo autistico. Le elezioni e i referenda sono il mezzo principale per tenere tonica la classe dirigente, ma ogni forma di partecipazione civica legale, lungi dall'essere un atto di antipolitica, è la forma più alta di democrazia.
 
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