| Pascoli: Bologna 1912 la fine… |
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| Scritto da Alessandro Casavola | |
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Si chiude il racconto della vita di Giovanni Pascoli : la morte lo coglierà a Bologna il 6 Aprile 1912 all’età di soli 57 anni…Le ultime gratificazioni sono gli applausi che riceve nel teatro di Barga nel novembre precedente per la lettura del discorso “La Grande Proletaria si è mossa” col quale vuole la condivisione popolare della guerra di Libia, e poi la notizia dell’assegnazione della 13^ medaglia d’oro al concorso di Amsterdam di poesia latina. Ma tutto questo non lo esalta. Il rumore del successo, lo sa ormai, dura poco. A Castelvecchio nel dicembre aveva annotato questo pensiero: “non c’è serenità nell’uomo se non è persuaso del poco valore di ciò che dura così poco, se egli non è pensoso della morte, se non è dunque religioso…” Questo pensiero lo preparava, io ne sono convinto, ad una morte non da miscredente…E si lega con la preoccupazione che esterna a Maria: “La croce che porto al collo (che era già stata di suo padre) la vedranno i medici?”. Mentre sta a letto, perché è malato, perché ha un neoplasma maligno all’addome, gli cade un dente…e piange perché carica Maria di un’altra preoccupazione. L’aveva fatta soffrire in passato? O avevano sofferto insieme? Va comunque ripagata. “Tutto a Maria…” vuole che si dica così nel nuovo testamento. Ma non c’è granchè. Si avvicina la fine. Si contravviene al desiderio di Maria di chiamare un prete…Certo lui è ormai in coma. Tuttavia il funerale a Bologna è ugualmente aperto da un sacrista con un una gran Croce. Il corteo è lunghissimo, si intona una marcia funebre di Chopin, che a lui piaceva tanto. La definitiva tumulazione è fatta poi a Castelvecchio, non a San Mauro, di notte sotto la pioggia. Gli universitari di Bologna portano la bara. Nessuno inneggia ad un Pascoli di parte, ad un Pascoli che si è avvicinato alla fede o ad un Pascoli che si è nascosto, ancora un po’ laico, anche se non più massone…Un delegato di polizia presente telegrafa alla Prefettura di Lucca: “effettuata, questa notte, tumulazione salma Pascoli, nessun incidente.”. Pascoli controluce…Ho sottolineato, più volte, parlando del Poeta, l’equilibrio precario della sua personalità che cedeva e poi si ricostituiva solo grazie a qualche risultato del suo lavoro, a volte davvero pesante, e per la presenza di un pezzetto di famiglia, che aveva voluto ricostruire a Massa nel 1885… I rapporti tra i componenti di questa singolare famiglia hanno incuriosito per tempo gli studiosi. E’ del 1942 il saggio di Chimenez “Pascoli: l’amore e la famiglia” anticipatore dei tanti studi che verranno in seguito. Consultando soprattutto le lettere, l’autore osservava una sovrapposizione di immagini erotiche e sororali, inconsapevoli ma innegabili… “Il sensualismo inconsapevole di Chimenez diventa per Vittorino Andreoli, uno psichiatra dei nostri giorni, nel suo saggio “I segreti di casa Pascoli” – Bur, Giugno 2006, una morbosità inconsapevole e mal contrastata. Perché mai? MI proverò a sintetizzare un po’ il libro: nell’inconscio di Giovanni, dopo il terremoto provocato dalla scomparsa del padre (ucciso) e della madre (morta per crepacuore) si sarebbe realizzato quello che gli psicologi freudiani chiamano l’Edipo…In Ida, la sorella più ardente per temperamento, più portata a parlargli, a stargli vicino, fisicamente più vistosa (per informazione di Maria lui guardava le donne “complesse” cioè formose) Giovanni vede una figlia da proteggere, e nel contempo vi proietta l’immagine della mamma, che è stata la moglie del padre scomparso…Che succede, allora, tra i due?...C’è da sottolineare una frase di una sua lettera a Maria: “Non dire che io sento solo per una…” Nel 1895, da Roma, dirà ad Ida ben altro: “Se ti ho turbata nel tuo piccolo cammino solitario, perdonami! Che babbo cattivo sono io! Ma ti giuro che farò tutto quello che è e sarà necessario per questa tua felicità…”. Bisogna sapere che l’Ida si accingeva a sposarsi. Dopo lo scandalo scoperto da Maria? O perché il tempo passava ed era bene maritarsi? L’Andreoli dice che fu “svenduta” al primo uomo che apparve all’orizzonte, perché si allontanasse al più presto dalla casa dello scandalo. Augusto Vivinelli, raccoglitore di memorie di casa Pascoli, ci informa, invece, di scenate isteriche, anche in pubblico, fatte dall’Ida che non voleva più restare zitella…Il matrimonio, solo dopo pochi mesi, risulterà un fallimento: il marito non ha soldi, pretende che la dote sia accresciuta, non sa lavorare, non è affezionato alla moglie. In una lettera Ida dice al fratello che ha sbagliato. Quel matrimonio, uno stato nel quale non dovevo mettermi”. E ricorda il tempo quando “erano vicini”. Per lo psichiatra il termine è ambiguo. Vorrebbe poter accertare una vera relazione, una relazione carnale magari con coito interrotto o giù di lì. In questo furore indagatore sembra compiacersi di demolire la figura di un poeta tanto familiare…e casto per il passato! Finalmente in una lettera conservata nell’archivio di San Mauro trova un dolce rimprovero di lui all’Ida: “Non dovevi aggiungere al mio dispiacere quello dell’altro (il marito), consentendogli di accertare le prove del mio affetto”. A questo punto non ci sono più ambiguità espressive. Ma con l’Ida non ci sono incontri dopo, o bisogna essere cauti, dice l’autore del libro. Meno male diciamo noi. Anche se a Messina (è lì dal 1897, l’evento scoperto con l’Ida era avvenuto nel 1894, il matrimonio nel settembre 1895) scrive una bella poesia amorosa intitolandogliela: “Sorella: queste foglie come lente cadono, ad una ad una dalla rama! Piangi? E tu piangi, e del tuo cuore dolente pensa a chi t’ama…” Subito dopo il matrimonio, Giovanni sembra voler recuperare l’armonia con Mariù. Le dice cose incredibili. A Massa volle ricostituire la famiglia dispersa, è vero, ma aveva pensato soprattutto a lei, non alla sorella. Che credeva non avrebbe avuto voglia di lasciare il suo paese…Che ora vivrà con lei sola, una famiglia più piccolina. Che lavorerà tanto, con lei vicina, pallidina…la sua suora di carità, l’eremo di Castelvecchio il loro convento…Lasciamo gli altri entrare nella vita…Sembra un delirio. Ma il rapporto tra i due ha un momento di logoramento, sicchè nel giugno 1896 Giovanni scrive all’Ida “…Non me la sento più di tenere con me la povera Mariuccina. La faccio soffrire troppo e anch’essa fa soffrire me…”Guardiamo questa Maria più da vicino…Lo psichiatra estensore dell’indagine la definisce “un’isterica” con un percorso psicologico immodificabile, era per così dire “ingabbiata”…E fisicamente? Utilizziamo la descrizione che ne fa il Tognacci, lui pure di San Mauro che la conobbe da giovane e la incontrò poi in tarda età…Si presentava un po’ come una monaca, un po’ come una regina spodestata. Un’attenzione intensa su chi voleva: pupille che ti seguivano, che ti interrogavano nonostante fossero semicoperte dalle palpebre abbassate…Quali i suoi equilibri? Avere, o credere di avere, l’amore del fratello, naturalmente sublimato, non sentirsi seconda a nessuna. Perché il suo ruolo in quella casa era importante: sistemare, liturgicamente, la vita di lui che aveva rilevanza sociale. Ricordargli la Provvidenza nei frequenti momenti di scoramento…A tale scopo recitava assieme “le preghierine” alla sera. E soprattutto ricordargli la probabile volontà dei genitori, che per Giovanni erano come Gesù e la Madonna…Nella sua indagine l’Andreoli ci riferisce che il poeta si desse all’alcool dopo l’allontanamento dell’Ida (1895). C’è una frase che lo incrimina “ho la testa sempre piena di cognac…”Si sa che il cognac rovina più del vino. Sicchè i disturbi cominciano a persistere nel tempo, cominciano a togliergli la lucidità, omogeneità di stile quando scriveva, coerenza nel ragionamento. Certamente poteva succedergli questo, qualche volta, io penso, ma il ritratto complessivo che viene fuori dalle annotazioni dell’Andreoli è così brutto che pensiamo sia esagerato. Addirittura ci riferisce che finiva col non fare nemmeno più lezione…a Bologna, dove sedeva alla cattedra del Carducci “scendeva ansimando da una carrozzella, entrava melanconico nell’aula per far lezione, ma la lezione non la faceva mai…E perché lo stesso psichiatra, informato di mille cose, ci dice che Pascoli la carriera la percorse non per favori ma per merito? Mi sembra proprio che le fonti cui attinge siano anche quelle dei detrattori del Pascoli, e lui ne ebbe tanti in vita…Ed ecco un’altra rivisitazione: Pascoli ufficialmente morì per un “neoplasma maligno all’addome”, in realtà per una necrosi del fegato, per una grave cirrosi epatica e tante altre complicazioni polmonari e renali…Non poteva morire da alcolista, l’Italia monarchica che gli doveva riconoscenza ne sarebbe rimasta sconvolta…E lo psichiatra fa l’ipotesi che Augusto Murri, un luminare della medicina di quei tempi, si prestasse all’imbroglio…Ed ecco altre sue esternazioni: il Pascoli ebbe un Edipo infantile non risolto, carenze di personalità…non disturbi psicotici. Che gli permisero egualmente di emergere nella creazione poetica, per il resto fu un mediocre (ma quale competenza ha questo psichiatra?) Io preferisco al professore questo Giovannino, poeta infelice e ubriacone che prova per la sorella Ida pulsioni erotiche e un amore impossibile”. Ed a conclusione del suo lavoro, sconfinando sempre dal suo campo: “ma per come visse, Pascoli forse è andato all’Inferno…” E le poesie “Il viatico” 1903, “L’anima” 1905 che dicono una voglia di resurrezione? Uno psichiatra non è un letterato e non può leggersi tutto… |
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