Il 31 gennaio 1945 fu emanato il decreto legislativo Bonomi n. 23 che consentiva, per la prima volta, il voto alle donne a partire dal 21° anno di età. Erano escluse le donne schedate che esercitavano la professione di prostituta e che lavoravano fuori delle case di tolleranza (D.L.L. n. 23 del 2.2.1945) 

Il decreto lasciò chiusa un’opportunità non da poco: le donne finalmente potevano votare, ma non potevano essere elette, altro cardine della inclusione nella vita pubblica.

Il 10 marzo 1946, con decreto n. 74, finalmente veniva dato anche alle donne con più di 25 anni di età, l’opportunità di essere elette in tutti gli ambiti istituzionali e anche alla Assemblea Costituente.

Con l’approvazione della Costituzione italiana (artt. 56 e 58), promulgata il 27 dicembre 1947, il suffragio universale per i cittadini e le cittadine maggiorenni, dai 21 anni per le votazioni alla Camera dei Deputati e dai 25 anni per il Senato, fu finalmente compiuto. 

È quindi quella del 10 marzo 1946 la data fondamentale dalla quale le donne italiane possono considerarsi cittadine italiane con pieni diritti.

10 Marzo 1946, il voto alle donne

Certamente non siamo stati ultimi, ma alcuni Paesi ci hanno fortemente surclassati; il primo Stato a introdurre il diritto di voto alle donne è stata la Nuova Zelanda nel 1893; tra il 1718 e il 1772 (Epoca della libertà svedese) le donne in Svezia ebbero il “suffragio condizionato” e dal 1921 il suffragio universale; nella Repubblica di Corsica tra il 1755 e il 1769; la Gran Bretagna ha introdotto il suffragio universale nel 1918 dai 30 anni e nel 1928 è stato tolto questo limite; negli U.S.A. dal 1920, all’inizio con limitazioni relative al censo e all’alfabetizzazione.

Le prime elezioni amministrative democratiche effettuate con questa normativa furono proprio il 10 marzo 1946, nel primo periodo in cinque turni fino al 7 aprile 1946 e nel secondo periodo in 8 tornate dal 6 ottobre al 24 novembre. Furono molto partecipate e si calcola che furono elette circa 2.000 donne negli oltre 7.000 consigli comunali italiani dell’epoca.

Le donne rappresentarono il 53% dei votanti ed alcune di esse riuscirono ad essere elette Sindache e ad avviare una carriera politica: Ninetta Bartoli (LU) al comune di Borutta (SS), Margherita Sanna al comune di Orune (NU), Ada Natali al comune di Massa Fermana (AP) e Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, eletta alla giovanissima età di 24 anni al comune di San Sosti (CS) .

Comunemente si pensa che la data fondamentale del primo voto alle donne, sia stato il referendum del 2 giugno 1946, quando si scelse tra la monarchia e la repubblica; effettivamente le donne votarono con una affluenza altissima, l’82%. Nella stessa votazione furono consegnate anche le schede per la elezione dei deputati all’Assemblea Costituente, ai quali sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale. Furono eletti 556 deputati, tra cui 21 donne (9 della DC, 9 del PCI, 2 del PSIUP e 1 dell’Uomo Qualunque). Il rapporto sembra davvero esiguo, ma è certo che quel 10 marzo ha rappresentato un mutamento epocale nella condizione della donna, dalla subordinazione all’uomo (padre o marito) e completamente esclusa dalla vita pubblica a primo momento di effettiva emancipazione. 

Inoltre, anche in questi tempi di emancipazione “sospesa”, non si potrebbe certo dire che dopo 75 anni le cose siano completamente cambiate per le donne: in politica, in famiglia, nel lavoro, a volte anche nei rapporti con il proprio partner.

ANPI Senigallia

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