SCRIVERE NELLA LINGUA LOCALE

 

Una volta, su un muro rivolto verso l’ingresso della scuola Puccini di Senigallia, comparve una scritta con la bomboletta dal testo insolito quanto mirato: “Ma no’ c’ basta d’ sapé e legg’ e scriv’”. Il dirigente scolastico, Alessandro Celidoni, delicato poeta e finissimo linguista, intrattenne gli insegnanti per una seduta intera a ragionare sugli scopi dell’educazione primaria e sul modo migliore per raggiungerli. Sembrava soddisfatto di poter ricondurre a scuola uno scritto francamente dialettale il cui contenuto in fondo la sfidava. Non che mancassero le occasioni per avere in mano uno scritto dialettale spontaneo: ormai è uso frequente che si scrivano messaggi compiaciuti di una lingua di uso quotidiano – per il matrimonio di qualcuno, per esempio, da parte degli amici. Per chi vi porga attenzione, sono anche attestazioni di un lodevole impegno nel ridurre una lingua che per secoli è stata soltanto parlata a un codice fonetico riconoscibile. A prescindere dai risultati. Il compito, poi, sembra facilitato dallo stato di disfacimento in cui versa la parlata attuale: alcuni caratteri prettamente fonetici vanno perdendosi, e questo esenta chi cerca di fissarli da molte complicazioni.

Man mano che il dialetto si va dissolvendo, aumentano però i tentativi di tenerlo invita. Il desiderio di conservazione induce i cultori della lingua locale a due atteggiamenti contrapposti: quello di accettarne l’evoluzione purché qualcosa si salvi, e quello di un arroccamento puristico alla difesa di una lingua quotidiana supposta quale “vero” dialetto.

Chi scrive in senigalliese è spesso combattuto tra i due atteggiamenti. Mi diceva la Nanda che oggi non scriverebbe più “Finalment’ hann capit’”, ma qualcosa come “Dai e dai i c’è bucat’ nt’ la zocca”, o giù di lì: pentita di avere troppo assecondato la deriva della lingua madre.

Anche la fonetica ne risente, in un modo o nell’altro. C’è chi, nella convinzione di rappresentare suoni e mezzi suoni, carica la rappresentazione grafica di segni diacritici; e chi invece la vuole spoglia di tutto, affidando alla conoscenza del lettore la corretta lettura della parola. Qualcuno vorrebbe che si segnalassero suoni lunghi e brevi; altri (come me) che vorrebbero introdurre come irrinunciabile quella n velare che costa tanti sforzi agli anconetani quando tentano di imitarci dicendo (malissimo) ‘l pang e ‘l ving.

Quand’è la fine poi ognuno se la cava come può e fa come gli pare. Risultato è che hanno faticato non poco i redattori dell’antologia I poeti dialettali di Senigallia per ridurre a uno i sistemi di scrittura di ciascuno; tanto che per farlo hanno dovuto sobbarcarsi alcuni compiti lasciati irrisolti Come scrivere sécch sécch per esempio? O parole impossibili come chiàpp’m’c’: Andrà bene così? Si capisce quando uno lo legge?

Un criterio diverso hanno adottato gli autori di un altro libretto di poesie dialettali edito dall’ACLI di San Silvestro, anch’esso in libreria, che si intitola Dam’c n’arcolta: hanno lasciato a ciascuno il proprio modo.

Sta di fatto che leggere uno scritto in dialetto non è mai così immediato. Bisogna impararlo, e farci l’abitudine per evocarlo alla voce e alla mente in modo efficace e fluente. Anche per questo sarebbe necessario – e non per qualche propensione cruscaiola che sarebbe impropria – che si raggiungesse l’accordo per l’adozione di un codice unico di scrittura del nostro dialetto. Semplificherebbe la vita di chi legge e scioglierebbe vari dubbi di chi scrive.

 

                                                                                                       Leonardo Badioli

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