bataclan

 

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Questo è il teatro Bataclan. Perché dovrebbe scriverne, un anno dopo quel venerdì 13 novembre, un piccolo giornale online che fa centro a Senigallia, una tra le centomila città del mondo di pari dimensione, è tuttora sospeso tra l’ovvietà del nostro essere nel mondo e la specifica percezione che localmente ne abbiamo ricevuto nell’immediato dell’avvenimento. Non ci siamo identificati contro quell’insulto alla bonne vie di Parigi e non abbiamo indossato magliette con scritto che eravamo loro: l’avevamo già fatto per Charlie in quel brutto 2015. E se pure due persone incidentalmente senigalliesi si sono trovate là, sulla cronaca prevale il pensiero di difendere le tracce dalla profanazione.

Perché poi dovremmo sgusciare questo corpo estraneo incistato nella memoria, impossibile da espellere o da inghiottire? Il concerto di Sting, annunciato per la riapetura di sabato 12, si accompagna con dichiarazioni inadeguate e limitative da parte degli organizzatori, intenzionati a “dimostrare che la Francia è ancora in piedi”; per parte sua il musicista inglese si ripromette di commemorare i morti – “non li dimenticheremo” – e celebrare la vita. Il giorno dopo faranno lo stesso le Eagles of Death Metal, la band che suonò quella sera, il cui nome è tutto un esorcismo di quello che preferiamo fissare nella memoria anziché disperdere nella dimenticanza. Sono entrambe strategie della rimozione.

Chissà: in entrambi i casi potremmo cercare una parola adatta. Per esempio quelle pronunciate nel 1835 da Lucille in La morte di Danton di Georg Büchner:

«C’è qualcosa di solenne in  tutto questo. Bisogna che ci rifletta; incomincio a capire qualcosa. Morire… morire… Eppure tutti possono vivere: quel moscerino, un uccello. Perché Camille no? L’onda della vita dovrebbe inaridirsi quando ne viene sparsa anche una sola goccia; il colpo dovrebbe infliggere una ferita alla terra. Tutto si agita, gli orologi vanno avanti, suonano le campane, la gente corre, l’acqua fluisce, e così tutto procede finché… No, non deve avvenire; no, mi metterò a sedere per terra e urlerò finché tutti si fermeranno spaventati e tutto rimarrà immobile.

(Siede a terra, si copre gli occhi e dà in un urlo prolungato. Dopo una pausa si rialza). 

Non serve a nulla, tutto rimane come prima: le case, la strada, il vento che soffia, le nuvole che veleggiano lontano… Bisogna subire tutto.»

 

                                                                                                                                                                       l.bad. 

 

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Foto e video ci sono stati gentilmente concessi da nostri amici che vivono a Parigi

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