L’estate scorsa gli inserti culturali dei giornali ci hanno ricordato Gozzano…

Moriva infatti a Torino il 9 agosto 1916…

Un autore poco approfondito a scuola, etichettato tra i cosiddetti crepuscolari. Crepuscolari perché? Perché non pochi tra costoro mancarono di coraggio nell’affrontare la complessità della vita. Alcuni furono anche debilitati dalla malattia…Sicché la loro voce sembrò stanca ed oscurarsi come succede col crepuscolo…E fu Borgese, un critico letterario dell’epoca ad utilizzare la parola…

C’è oggi però chi dice che Gozzano non interessa più di tanto…

Perché allora una importante Casa editrice, la Einaudi, si è preparata a ristampare, in due volumi, le sue Poesie? Volendo sottolineare solo il suo linguaggio dovremmo ricordarci che fu il primo, nel Novecento, ad usare “il parlato poetico”

Ma che cosa caratterizza il contenuto della sua poesia? 

Il racconto della sua vita: una dichiarata sensualità ora appagante, ora inappagante, ora respinta…Il tentativo di fermare ciò che ormai appartiene al passato…Ancora, una ricerca nebulosa di una fede di cui lui, è chiaro, ad un certo momento non può più fare a meno…

Che cosa può stancarci nella lettura della sua Poesia? 

La costruzione delle situazione a mo’ di diario. Ma non è sempre così se Gozzano si oggettiva, se cioè entra in altro per parlare di sè. Così succede quando ci parla di un bambino che ha perduto la madre (che per Gozzano è oltremodo importante…), lo chiama Piccolino, nel componimento la “canzone di Piccolino”. Piccolino è un bambino che si sente smarrito e vuole cercarsi un lavoro, non lo troverà in terra, ma in cielo, alla porta del Paradiso. Non glielo darà San Pietro ma Gesù…

Così pure in Cocotte, da “I Colloqui” , una prostituta che si accorge di lui, che ha solo quattro anni, per caso accanto ad un cancello e gli dà un bacio. La rivedrà dopo venti anni, in disfacimento ma con lo stesso desiderio di maternità mai realizzato…

Chissà se lui fosse turbato dalla idea di non lasciare una parte di sé dopo la sua morte?

Piccolino soffre per la morte della madre a cui era molto legato, come lui a sua madre, si legga a tal proposito “Laus Matris”, dove lui elenca le lodi meritate dalla madre come in un Rosario…

Del padre non lascia alcun ricordo.

Ma vogliamo sottolineare anche altro: probabilmente spinte psicotiche caratterizzano la sua personalità: l’eccitabilità da scolaretto per alcunché di femminino: non fosse che la voce o il passo di una donna…

La difficoltà di scacciare la sensazione di un abbandono, quando ormai ventenne si accorge, lui che si era immerso nella lettura, che sua madre non era più sulla sedia accanto…

Cerchiamo però di apprezzare la sua confessione di sentirsi dentro diverso da come si atteggiava a volte all’esterno…”un uomo d’altri tempi…quello che fingo d’essere e non sono” da “I Colloqui” in “La Signorina Felìcita ovvero la Felicità”…

Che non si sentisse bene, che dimagrisse eccessivamente era chiaro

I suoi familiari fidavano allora nelle prescrizioni dei medici, queste vennero rigorose “nutrirsi, non fare più versi (ma perché mai?), nessuna notte insonne, non più sigarette, non donne…tentare cieli diversi, cacciare la melanconia…” Ma lui non crede ai medici, la medicina sa da chi potrebbe averla “S’ella mi guarisse! un amore sano e forte…mi potrebbe guarire!”

Ad un certo momento, senza smettere di scrivere versi, studia per diventare un giorno avvocato…

Ma lo fa, crediamo, solo per tenere i piedi per terra…Nel settembre 1908, a venticinque anni, dirà però all’unica amica che gradirà di avere per qualche tempo, una certa Amalia, “Come mi pesa lo studio” e il lamento lo ripeterà ben due volte…

 

con Gozzano lungo la sua via
Guido Gozzano (19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916)

 

L’incontro con una donna avrebbe potuto significare mettere i piedi per terra…

Le donne non gli erano indifferenti…le notava a teatro, in villeggiatura, per strada…ma non sapeva poi portare innanzi una relazione. Dirà ad una signora “Se lei sapesse come sono stanco delle donne rifatte sui romanzi”. Ma non è che avrebbe dovuto guardarsi meglio attorno senza bloccarsi subito?…E’ significativo questo suo verso: “ma più di quella che ti siede accanto, cara è l’amica che non mai vedremo…”

Una certa signorina Felìcita ne “I Colloqui” invece sembra in grado di blandirlo, perché, “ è quasi priva di lusinga, come una bocca vermiglia, larga nel ridere e nel bere ma con occhi pieni di blandizie femminina…Lui arriva a proporle il matrimonio, cercando quasi per una intesa la sua mano sul cucito “Mia cara signorina se guarissi/ancora, mi vorrebbe per marito?” La proposta non è capita, sgomenta e lui continua a vivere da solo… “cercando triste l’amore per il mondo”

In “Totò Merùmeni” dalla raccolta “Il reduce” sente di dover dire la verità relativamente alle difficoltà che verificava nel portare innanzi una relazione: “un lento male indomo” gli avrebbe inaridito “le fonti prime del sentimento”…ma da quando? probabilmente dalla sua prima giovinezza

Rapporto discontinuo con l’unica amica della sua vita

Questa amica è quell’Amalia che ho già nominato, di due anni più grande (1885 – 1941), scrittrice anch’essa, desiderosa di dare equilibrio alla sua vita…Ma tutto all’improvviso si fa confuso. Confessa: dopo il desiderio sessuale l’amore si raffredda… “la bellezza spirituale” di lei “la intelligenza superiore” non avrebbero potuto coesistere…

Ma nel marzo 1908 a breve distanza da questa lettera, lo spegnimento è spiegato in altro modo. Non ha tempo di frequentarla, deve immergersi nel lavoro e nel silenzio, la sua poesia attende di essere perfezionata, limata. Amalia invece vuole godere il tempo che passa…

Ma non la cancella dalla sua mente “rivederci? a che scopo? un colloquio in più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe, forse) alla fratellanza benevola che dobbiamo portarci l’uno per l’altro…Addio mia buona amica! Ti bacio…Guido G.” Strano questo modo di firmarsi, aggiungendo al nome anche il cognome, per giunta puntato.

In una lettera successiva del maggio 1908 le dice che lei è affine a lui. La svuota di femminilità, però non può rinunziare alla sua mano fraterna: “questa non mi verrà mai meno, non è vero? Voi siete lo spirito più affine al mio, come predilezioni e come sogni, e nessun compagno può comprendermi, compatirmi, animarmi e aiutarmi come Voi…siatemi sempre benevola, sempre!”

Ancora una stranezza nella grafia, quel Voi scritto con la maiuscola!

In una poesia precedente, nella raccolta “La Via del rifugio” che è del 1905 aveva invece desiderato la stretta di mano addirittura di una diciottenne, che si era arrestata fermando la bicicletta perché salutata da una anziana signora, sua conoscente che lo stava accompagnando…Una stretta di mano per sentire che cosa? Un po’ di calore per meglio sopportare la vita, prima di sparire nel Niente…

Ma questa ragazza pur standogli vicino non gli rivolge la parola, forse nemmeno lo guarda…Ma lui non ci fa caso, intento a godere l’aroma di quell’adolescenza: “già donna, snella, vivace, bruna!…” Soffrirà solo quando la vedrà rimontare in bicicletta per sparire per sempre!

La poesia ha un titolo ammiccante: Le due strade, cioè i due percorsi i loro due destini naturalmente diversi…

Chi non riusciva ad entrare nella sua psicologia non poteva che deriderlo

Come fa un poetucolo del suo tempo (si era nel 1911) “la poesia di costui non mi interessa, ci dice un’acca e non dice mai una sentimento che si inanelli ai sentimenti di tutti…” (da “Il resto del Carlino del 14 marzo 1976, pag. 3)

Gozzano un isolato?

Non è così: Gozzano si interesserà di cinematografia per l’Infanzia, sceneggerà le novelle scritte sempre con una chiusa consolatoria…Quella stagione lui l’aveva serenamente vissuta, doveva essere tutelata anche per altri bambini…

E poi incoraggerà altri malati di T.B.C. (questa è la malattia che comincerà a tormentarlo dal 1904 quando aveva solo 21 anni) a sperimentare, almeno, polveri medicinali da inalarsi, come lui faceva sopportando il peso dell’inalatore…

Rivelando un interesse a sapere come altri, che conosceva, avessero impostato i propri problemi spirituali, diceva ad Amalia “voi mi scriverete presto, subito una lunga lettera dove mi parlerete minuziosamente non delle cose vedute, ma delle persone…”

A Carlo Vallini (* 1920) anche lui senza conforti, anche lui malato del suo stesso male aveva detto “proseguiamo la via tenendoci per mano…” cioè a dire? di fronte al Mistero vogliamoci bene, facciamoci coraggio…

Il viaggio in India 

lo farà nel febbraio 1912 imbarcandosi a Genova, resterà in India solo un mese per aiutarsi a respirare meglio, perché la guarigione diventava, ogni anno che passava, una chimera…e poi per scoprire le credenze di quelle popolazioni sul dopo-morte.

E’ strano un suo interesse, in quel periodo, alla trasformazione delle farfalle da larve a crisalidi, proprio come se si chiedesse se una trasformazione potesse riguardare un giorno anche noi…

Irriderà alle credenze sulle trasformazioni del dopo-vita circolanti in India: dissolvimento nell’etere o  trasmigrazione nel corpo di alcuni animali. La resurrezione dei corpi ricordata nel nostro Credo gli sembrerà allora consolante…

Si meraviglierà della presenza del Crocifisso in molte Pagode, dimenticandosi la predicazione fatta dall’Apostolo Tommaso in quelle terre lontane.

Apprezzerà la tolleranza indiana per la molteplicità dei culti, sulla doverosità predicata dai sapienti che si deve scegliere un rito e praticarlo, mediterà quasi sentendosi in colpa.

Ma aveva veramente rinunziato alla religione del nostro Occidente, alla religione dei suoi avi, alla religione di sua madre?

Può aiutarci a capire la lettura della interessante poesia intitolata “Nella Abbazia di San Giuliano” che è dell’aprile 1907: Gozzano è stanco, vorrebbe sedere sui banchi della chiesa, ma non vorrebbe raccogliere il permesso a farlo nel sorriso di qualche frate, gradirebbe che ad invitarlo fosse Iddio. Ed ecco allora una voce nella sua mente “Riposa o anima sazia! Riposati, piega i ginocchi/chissà che il Signore ti tocchi, chissà che ti faccia la grazia!”

Ma quando gli sorgevano perplessità nei confronti della religione?

Quando gli si diceva di dover credere in un dopo-morte, quando prendeva coscienza che ci sono forze nella vita positive o negative che creano percorsi esistenziali diversi. E tu ti senti solo…

Si tengano presenti i Versi di una sua poesia che si intitola “Un rimorso” nella raccolta “La Via del Rifugio”:

“Passavano giovani gaie…/Avevo un cattivo sorriso/eppure non sono cattivo/non sono cattivo, se qui/ mi piange nel cuore disfatto/ la voce: “Che male t’ho fatto/Oh Guido per farmi così?”

E poi quando non riusciva a credere veramente  nell’umanità di Gesù, figlio di Dio…

Lui, invece, si era avvitato nel sofisma, aveva voltato pagina continuamente, aveva meditato “chiuso in se stesso”…così dirà nella poesia “Totò Merùmeni” della raccolta “Il reduce”: “Chiuso in se stesso, medita, s’accresce, esplora, intende la vita dello Spirito che non intese prima…”

La morte non lo sorprenderà

Raccolgo da una lettera diretta ad un suo amico, Guido De Rienzi, dettagli che ci aiutano a capire la condizione di un ammalato che non guariva…

“Da un anno non rivedo, si può dire, la città e il consorzio degli uomini…”

Ma perché dice questo? Perché per respirare meglio doveva spostarsi dalla riviera ai monti e poi all’incontrario…e quando finiva chiuso in una clinica? lo aspettavano “la volgare quotidianità della conversazione col dottore, le iniezioni aromatiche che irrigidiscono i nervi, e i pasti forzati che annebbiano il cervello…!”

Se gli si chiedeva: come va la salute? rispondeva: “è non buona al presente…” poi con frasi che sostituivano la terminologia clinica aggiungeva, commovendo: “spero tuttavia per il malanno che mi inquieta di più…” Quale? la devastazione purtroppo inarrestabile del reticolo bronchiale…

Ad un certo momento dovette capire che in quella schermaglia lui sarebbe stato perdente. Allora? con lucidità e coraggio, finalmente, chiederà che ad assisterlo venisse un sacerdote, suo amico…

Il trapasso sarà rapido, mentre il sole stava tramontando

Moriva il 9 agosto del 1916, lui che sarebbe entrato nel novero dei poeti crepuscolari, moriva scenograficamente così…

Ma mi ha sorpreso sapere che era ricorso da mesi anche ad un’altra assistenza…

Quale? Quella di una giovane amica, che sosterà spesso accanto al suo capezzale. Cosicché sperimentò finalmente che vi sono sentimenti consolanti e belli, da non respingere!, anche tra uomo e donna, non importa se si deve poi morire…

Gozzano conosceva l’opera di Italo Svevo? (1861 – 1928)

Mi piacerebbe saperlo, sapere che avesse almeno sentito parlare di un suo romanzo che si intitola “Senilità”, perché l’autore vi costruisce un assunto di tipo freudiano: la malinconia quando ci insegue per tutta la vita è la spia di una nostra insufficiente volontà di vivere…

Come sembrò Gozzano a chi lo frequentava?

Voglio dire agli amici della Società, della Cultura di Torino, che incontrava assiduamente? Sembrerà un giovane signore di una magrezza aristocratica, con indosso abiti di pregio…ma soprattutto a volte svanito, meglio dire distratto e poi sorridente, ma solo un poco…

Con intenerimento così noi lo ricorderemo.

                                                                                

                                                                                                                                 Alessandro Casavola

 

Le poesie e le lettere riportate nell’articolo sono presenti nella pubblicazione a cura di Giusi Baldassone, le poesie di Guido Gozzano “Utet – Torino 1983”

 

 

 

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