Karim Franceschi, comandante Heval Marcello

 

diario di un inviato speciale

 

il racconto della presa di Raqqa

 

 

da Senigallia a Raqqa
Karim Franceschi

 

La Repubblica di domenica 29 ottobre ha pubblicato in due paginoni il racconto della presa di Raqqa. Il giornalista non è un inviato speciale, ma un volontario, speciale per noi come concittadino: Karim Franceschi. Di lui avevamo scritto quando partì da Senigallia per andare alla difesa di Kobane.

“Questo diario”, spiega Fabio Tonacci, lui sì giornalista, “è nato tra Raqqa e Senigallia ed è la sintesi dei messaggi che Karim Franceschi è riuscito a scambiare con La Repubblica durante le fasi cruciali della liberazione della capitale dello Stato Islamico, e di una lunga intervista che ci ha concesso alcuni giorni fa in Italia. Franceschi, dopo un anno passato in Siria nelle file dell’esercito curdo Ypg, è tornato a casa. La sua testimonianza documenta la battaglia più dura contro il Califfato, terminata il 17 ottobre con la fuga dell’Isis da Raqqa. Ci porta su quel fronte sud-est dove l’italiano si è mosso con il grado di comandante fino al 26 agosto, quando è stato ferito da un razzo.

Non possiamo riprodurre l’articolo in quanto la riproduzione è riservata; ne possiamo però citare stralci. Il combattente non trascura di venare la descrizione dell’azione militare di annotazioni visive e osservazioni per niente banali sulla qualità di luoghi e persone: “Vista da qui”, scrive il 12 luglio, “dalla riva del fiume Eufrate, Raqqa pare una favela con i grattaceli. Per l’Isis quei palazzoni alti e incastrati uno sull’altro saranno un bel vantaggio. Aspetteremo la notte per avanzare, non c’è altra possibilità”. Ma la città è bella, e a presa avvenuta si dispiacerà che per l’80% sia stata demolita.

 

Informa che la campagna per liberare Raqqa è comandata da una donna, Heval Tulin, dove Heval significa amico, o compagno. Lo stesso Karim porta un nome di battaglia: Heval Marcello. Il suo battaglione (la desinenza non inganni), è fatto di venti volontari di diversa provenienza, internazionale. Descrive la riunione dei generali, seduti per terra attorno a un tavolo ovale immaginario, al termine della quale riceve l’incarico di conquistare il quartiere della città dove c’è la moschea. La marcia lungo le sponde impaludate dell’Eufrate, e poi l’assalto alla città (il 14 luglio), la presa della moschea e il messaggio alla popolazione che venga a ripararsi nella parte liberata. Lui può parlare in arabo ai siriani, grazie probabilmente alla lingua materna, l’arabo marocchino.

 

Questa sensibilità che Karim condivide con la comunità curda in armi, ha origini nella sua infanzia. Come racconta nel suo libro, “Il Combattente”, pubblicato l’anno scorso per la BUR, il padre Primo, che aveva 62 anni alla sua nascita, era stato partigiano e i cui racconti erano rimasti impressi nella memoria del figlio. Questo porta Karim a parteggiare per gli oppressi, come i curdi siriani che nell’autunno 2014 vedono Kobane allo stremo, assediata dai miliziani dello Stato Islamico. Parte con un visto turistico, della durata di tre mesi, per la Turchia e da lì varca il confine per la Siria, trovandosi tra le forze dell’YPG.

La sua non è dunque un’attrazione per la guerra o un desiderio di vita mercenaria, ma la convinzione di battersi per cause come la democrazia e la libertà. “L’Ypg”, scrive ancora nel libro, “si adopera per un modello diverso di società, un grande esperimento di confederalismo democratico, di emancipazione, di uguaglianza sociale in opposizione alle forze oscurantiste e brutali dello Stato Islamico. Da una parte i combattenti curdi, senza armamento pesante ma con il supporto dell’aviazione americana e che, sul terreno, al più possono contare sui mirini ad infrarossi, decisivi negli scontri notturni, forniti dagli USA. Dall’altra parte i miliziani dello Stato Islamico, che hanno carri armati sottratti all’esercito siriano e che, letteralmente, squartano i combattenti curdi che riescono a catturare vivi. E per questo, i curdi alla cattura preferiscono farsi esplodere con una granata”

Il 26 luglio il commando di Karim è circondato; ma la musica di David Bowie gli dice che le cose si vanno mettendo bene; i jihaidisti scappano. Il 7 agosto i due spezzoni delle forze democratiche siriane e quella dell’Ypg, l’esercito popolare curdo, si congiungono. Da un disertore deluso dalla fuga dei suoi ricevono la mappa delle gallerie che il califfato aveva fatto scavare sottoterra, molto grandi: ci si spostavano i pick-up con la mitragliatrice. E poi, il 26 d’agosto, quando viene colpito, un razzo, non si sa proveniente da dove, sfonda la casa e lo fa precipitare quindici metri sotto. Karim è ferito, ma contento che solo due dei suoi sono stati feriti, lui stesso e un compagno.

“I miei amici sono salvi. E io pure”

 

 

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