“Signatura rerum”

raccolta poetica di Ada Donati

 

Prosegue con successo ed apprezzamenti critici positivi e lusinghieri – fino a venerdì sera – l’interessante mostra “Cinquantanni d’Arte” della pittrice Gabriella Giuliodori, inaugurata sabato 21 luglio con un’essenziale nota critica dal  poeta e scrittore anconetano Fabio Maria Serpilli, Presidente dell’Associazione Culturale “Versante”, presso gli spazi espositivi dell’ex mercato coperto di Falconara marittima. Domenica pomeriggio, sempre nell’accogliente location, seguendo la presentazione dell’ultima raccolta poetica “Signatura rerum” – Aletti Editore, Roma 2017 – della scrittrice e critica d’arte Ada Donati, abbiamo potuto ammirare ed analizzare da vicino gli splendidi acquerelli di Gabriella Giuliodori. Al termine del ricco e significativo percorso espositivo, ci siamo complimentati con la bravissima artista decana falconarese per la pregevole creazione di opere – per lo più acquerelli, alcune tele ad olio e qualche disegno – che esaltano la bellezza della natura e del paesaggio marchigiano ed il talento compositivo di una pittrice originale, sensibile e dal tocco esperto e delicato nell’esecuzione.

Accurata ed analitica esposizione della silloge poetica di Ada Donati, giunta appositamente da Roma dove vive prevalentemente, a cura del prof. Domenico Nasini “Dobbiamo essere grati a ogni poeta per la loro dolente sensibilità che sa dare voce e canto a quanto c’è di inespresso in ciascuno di noi, come pure un grazie va anche a voi che amate la poesia, un amore di cui date testimonianza con la vostra presenza in questo momento, perché oggi pomeriggio avete deciso di aggrapparvi anche voi a qualche verso di Ada Donati che vi aiuti a sostenervi nel pelago della vita”.

Ada Donati discende da una famiglia di cui è stata recentemente scritta la storia a partire dal 1700 fino ad oggi. È grazie al libro di Serafino Giulietti “Casa Donati – Una famiglia nella storia d’Italia- secc. XVIII-XXI, 2018  che ho capito il perché di alcuni temi della poesia di Ada Donati, che sono riassunti nella poesia “A’ rebours”.

Fossombrone è il luogo delle sue memorie familiari, la dimora avita. A Falconara ha vissuto da bambina. È laureata in lingue e letterature straniere e serba una duplice matrice culturale, quella del nonno paterno, Alessandro IV e del pro-prozio, il fisico Luigi Donati, insigne professore di studi fisico-matematici presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna. Prima ancora, nel 1700 la sua era una famiglia di filandieri (Vincenzo) e mercanti di tessuti, Francesco Maria uomo colto e di formazione giuridica di pretore nel 1798. La sua antica famiglia risale a Filippo, morto a 60 anni, che lasciò cinque figli. Ada ha raccolto le testimonianze delle zie Angela e Delia Donati in merito al pro-zio Donato che verso la fine del 1700 si dilettava in esperimenti chimici dall’esito esplosivo e in stravaganze “scientifiche”.

La sua famiglia era composta da persone di stampo repubblicano, mazziniano, spiriti liberi. Ha studiato negli Stati Uniti, a Yale, grazie a due borse di studio. Ha insegnato nei licei di Roma ed è stata assistente presso la cattedra di “Lingua e letteratura americana” di Urbino. È traduttrice di scrittori e poeti canadesi come Joe Rosenblatt, Ron Smith e Genni Gunn, Susan McMaster, di cui ha tradotto “La deriva dei pianeti”, testo pubblicato nel 2004 da Schifanoia Editore, Ferrara.

La sua formazione culturale si estende anche al campo delle scienze naturali, della fisica e dell’astrofisica, favorita dalla presenza in famiglia di personaggi illustri, come il fisico Luigi Donati, da cui ha ereditato la linea “positivista” che si intreccia inestricabilmente con la sua vena poetica. Una sorta di doppia elica per dirla in termini che credo piacciano alla nostra poetessa.

Una poesia, quella della Donati, che ricorda la tradizione anglo-americana, la quale ama focalizzarsi sulla concretezza delle immagini, adottando un tono discorsivo lontano dagli approdi estetici del puro lirismo. Le sue immagini sono caratterizzate da una notevole forza di suggestione che alimenta uno spirito di denuncia, un desiderio di tornare alla nettezza della parola, una nettezza che spiace alla “società liquida” che si adatta ad ogni forma e non ama il pungolo degli spigoli. Diceva Pavese: “Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene”. La Donati si tiene lontana dall’eccesso, dalla solennità, dalla magniloquenza ed è convinta del fondamento etico della poesia. La nostra poetessa è una paziente cesellatrice del verso, attenta ai suoni, alla metrica, al rigore dell’architettura del verso.

Il suo è un approccio oggettivo alla poesia, che predilige un linguaggio concreto, immediato, in parte colloquiale. Tale concretezza credo gli derivi dall’influsso della poesia angloamericana che negli anni ha frequentato con passione e assiduità, e che traspare anche dalla poesia “London bridge” che cita versi tratti da “The waste land” di T. S. Eliot.

Scava impietosamente la parola, punta all’essenzialità dell’immagine, al fluire del verso, alla potenza del pensiero. La sua poesia non teme di affrontare il quotidiano a testa alta, anche se questo comporta ferite lancinanti, aperte dallo specillo della sua penna e poi lenite da tocchi di ironia. Le sue riflessioni scaturiscono da una realtà quotidiana triste e drammatica, alla ricerca di un punto d’appoggio difficile da trovare in una società liquida.

La Donati, a proposito di una precedente silloge “Minimanimalia” , aveva commentato così la sua poesia che credo ben riassuma la sua poetica: “Il mio interesse e la mia dedizione nei confronti della poesia sono di lunga data ma, nel corso del tempo, la tendenza a considerare l’esperienza poetica quasi esclusivamente come voce lirica, espressione cioè di sentimenti ed emozioni private e soggettive, ha lasciato il posto ad una maggiore aderenza al mondo delle cose e della natura in tutte le sue declinazioni… È il mondo delle cose a prestarmi la parola poetica, che diventa semp1icemente trascrizione”. Ada diffida delle immagini smaglianti; predilige “Frugare con lo sguardo tra i detriti, gli scarti sparsi lungo l’arenile”, come recita un suo verso tratto da “Il furto delle forme”.

La sua forma espressiva è una sorta di “fenomenologia poetica” che annovera nomi illustri in tempi post-moderni, quali Wislawa Szymborska, Adam Zagajewski e per certi versi, quella di Francìs Ponge, ma priva del materialismo di quest’ultimo. In questo momento mi vengono in mente anche alcune poesie della poetessa americana Sylvia Plath. È la percezione dell’esistenza delle cose in quanto esistenti e offrentisi alla sensibilità indagatrice del poeta. Le cose descritte dalla Donati sono impastate di parole. Non dobbiamo dimenticare che in poesia può avvenire un “miracolo” e cioè che le parole possono diventare oggetti, cioè non avere solo un significato, ma anche una forma, un colore, un sapore. Possono essere luminose o buie, lente o veloci. “L’oggetto è la poetica”, per dirla con Ponge.

La sua è una poesia viva nel senso che vive nel presente. Si nutre ed è nutrita dalla vita, dal tempo, dall’esperienza di ogni giorno. Se dovessi fare un accostamento pittorico della poesia di Ada Donati, penserei a quadri del realismo americano di Hopper. La scelta delle cose è il tema dominante di questa raccolta di poesie, cose od oggetti che appartengono al mondo vegetale, si vedano le poesie dedicate alle palme (anch’esse “signatura rerum”), al tulipano, al salice, al crisantemo, alla ginestra, al pino nella nebbia e al pino marittimo, all’albero in generale (10 in totale), oppure 5 al mondo minerale: stalattiti, cristallo, prisma, diamante, impronte fossili. Ada Donati ha sempre sottoposto a dieta il suo stile, depurandolo di ogni scoria per tenersi all’osso delle cose. Ma se il suo stile è magro, asciutto, ciò non vuol dire povero. Le poesie che più apprezzo sono quelle brevi, le più dense, le più concentrate. “Less is more “(meno è meglio, di più) ama dire la Donati. Il suo è un procedere per guadagni minuscoli e decisivi, per giungere all’essenza delle cose, cioè alla loro verità interiore, come ella stessa ci dice nell’introduzione. Perché preferisce le cose? Perché sono “ermeneutica pura” e quindi non tradiscono, sono sempre uguali a se stesse.  Nel contemplare le cose la Donati rifugge però da ogni tentazione metafisica. Indugia sulle cose con lentezza e particolare attenzione. Le cose sono i suoi compagni di vita e di solitudine nella loro esistenza ridotta a pura essenza, colte nella loro quotidiana, rassicurante immobilità di fronte al divenire dell’uomo. Le cose hanno una loro vita propria, sono come animate, e si caricano di valore simbolico molto forte. Spesso noi lo sottovalutiamo, per poi rendercene conto appieno, per esempio dopo la scomparsa di una persona cara. Quel cappello appartenuto a mio padre, dopo la sua morte, non è più un semplice cappello, è addirittura mio padre. Quel cappello è la “pars pro toto”, una sorta di sineddoche. Esemplari sono in tal senso la poesia “Scacchiera” con echi di Borges e “Nostos” che hanno al centro la nostalgia della famiglia, degli oggetti aviti.  Ada Donati ci vuole dire che le cose siamo noi. Esse ci dicono chi siamo e, ancor più, chi vorremmo essere, e lo fanno con una sincerità che non ci è propria. Segnalo infine l’attenzione che la Donati rivolge al mondo della musica, una per tutte “Tastiera mobile”, tutta giocata su elementi e autori musicali, e anche dell’arte.

Talvolta le cose svolgono la funzione degli animali nelle fiabe di Esopo. Sono di ammaestramento all’uomo. In qualche poesia c’è un invito ad imparare dalle cose.

Rifugge dal lirismo e alcune poesie hanno anche una lieve, ma piacevole marezzatura filosofica. Candore e stupore di bimba di fronte non al creato indistintamente, ma al singolo oggetto, sia esso organico o inorganico, animato e inanimato. Ada crede al mondo delle idee, per cui non concede spazio al lirismo. Parlando delle cose il suo linguaggio è oggettivo. Tra le persone vi è come un velo di incomunicabilità, invece c’è l’indifesa esposizione dell’oggetto che appare nella sua verità, non è condizionato da alcunché.” Il prof. Nasini conclude il suo articolato ed applaudito excursus critico leggendo due frasi congrue e significative tratte dal testo dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino “Divagando su Sciascia, il cinema e la Sicilia” in “Il fiele iblèo”, Avagliano, Cava dei Tirreni, 1996, 147: “Non attendere passivamente l’arrivo della notte. Combatti contro l’agonia della luce!”  Ecco questo io penso sia il nostro dovere, nel buio di catacomba che ci circonda:” accendere ciascuno un cerino e farlo ardere nel pugno più che possiamo. A costo di bruciarci le dita”.

La Donati lo ha fatto con il suo cerino di poesia.

 

Vincenzo Prediletto

 

cinquantanni d'arte falconara
acquerello di Gabriella Giuliodori
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