I green jobs battono la crisi

 

I lavori verdi costano troppo. Secondo una Ricerca, con gli stessi soldi si possono creare più posti di lavoro in altri settori. Ma i conti sono sbagliati.

Carlo Stagnaro e Luciano Lavecchia dell’Istituto Leoni hanno divulgato i risultati di uno studio sui Green jobs. I due sostengono che ogni “posto verde” creato in Italia assorbe una quantità di risorse (nella forma di sussidi pubblici) che, se investite in altri settori, potrebbero generare più di sei posti di lavoro.

Tesi non condivisa dal professor Alessandro Sterlacchini, docente di Economia applicata presso l’Università Politecnica delle Marche. E’ stato visiting professor alla Georgetown University di Washington. La sua principale area di ricerca è l’economia dell’innovazione. Siamo andati ad incontrarlo.

“Contesto perché loro contrappongono l’eolico e il fotovoltaico al resto dell’economia. Sappiamo bene che nel generico settore dell’economia abbiamo di tutto. Il confronto andrebbe fatto esclusivamente con il settore dell’energia. In questo mio lavoro non metto in rapporto le energie rinnovabili con l’economia in generale, bensì con la produzione e distribuzione di energia elettrica”. “L’operazione di Stagnaro e Lavecchia ha molte similarità con quella di Gabriel Calzada che ha pubblicato, sullo stesso tema, un lavoro riferito alla Spagna. Investendo le stesse risorse in altri settori, sosteneva Calzada, la Spagna avrebbe potuto più che raddoppiare i posti di lavoro. Lo studio di Calzada è stato demolito, pezzo per pezzo, da una replica dell’ISTAS (Instituto Sindical de Trabajo, Ambiente y Salud).”

“Il lavoro di Stagnaro e Lavecchia, pur adottando la stessa metodologia scorretta di Calzada, non può essere giudicato alla stessa stregua. Qualche dubbio sul loro studio, sorge sulla procedura con cui sono stati poi stimati, per l’anno 2020, l’occupazione e i sussidi cumulati alle energie rinnovabili. L’aspetto maggiormente critico è che Stagnaro e Lavecchia, per verificare se tali sussidi potrebbero generare maggiori benefici occupazionali se impiegati diversamente, comparano lo stock di sussidi per occupato con gli stock di capitale per occupato. Lo stock di sussidi per occupato nei comparti delle energie rinnovabili risulta assai più alto dell’intensità di capitale che si riscontra, mediamente, in altri settori”

“Il punto da mettere in evidenza è che queste conclusioni sono del tutto fuorvianti in quanto derivano da una procedura scorretta che Calzada e Stagnaro-Lavecchia adottano con incredibile leggerezza. Nei corsi di base di economia insegniamo agli studenti che occorre sempre calcolare il costo opportunità di qualsiasi decisione economica, ma spieghiamo anche che quelle che vanno confrontate devono essere alternative credibili. Se ho il problema di come organizzare il trasporto di merci in una zona completamente sprovvista di infrastrutture posso valutare se è più conveniente una strada o un tratto di ferrovia. Ma non è che vado a valutare se con le stesse risorse posso produrre calzature o frigoriferi oppure fornire servizi ricreativi o commerciali. Allo stesso modo, se ci occupiamo di energia e se l’Italia ha un determinato fabbisogno da coprire autonomamente, le alternative che vanno messe a confronto sono le diverse fonti energetiche che può attivare. Se, quindi, rinunciamo ad investire nelle energie rinnovabili (cosa, tra l’altro, impossibile visto che il nostro paese, come tutti quelli della Ue, ha assunto determinati impegni per il 2020) dobbiamo investire nelle centrali nucleari o in quelle a combustibili fossili. Se questo è vero (e lo è), la domanda corretta che ci dobbiamo porre è quanti posti di lavoro guadagneremmo se invece di incrementare la produzione di energia da fonti rinnovabili aumentassimo il peso delle fonti non rinnovabili e del nucleare. Se trasferiamo le risorse per le rinnovabili nella branca “Produzione e distribuzione di energia elettrica, ecc.”, l’occupazione aumenterebbe. Su 130 mila occupati nella branca suddetta, circa 34 mila posti di lavoro. Non pochi, di questi tempi.”

“In conclusione, il mio ragionamento si basa su studi di economia standard. Anche così, senza tener conto, dunque, di tutte le esternalità (ovviamente per incentivare l’investimento sulle rinnovabili non può esserci al primo posto il tema dell’occupazione, ma la motivazione principale deve rimanere quella ambientale) io noto un’opportunità equa dal punto di vista occupazionale. La domanda da porsi è: garantiscono la stessa occupazione di altri investimenti? E la risposta è senza dubbio: Sì, e anche di più’”

 

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