SENIGALLIA NEGLI ANNI ’30

 

di Sergio Anselmi*

Nello spazio magico che, sulla destra del canale, era definito dallo spaccio del nonno, dal caffè Pizzi, dal portico del Ginnasio-Liceo, dal caffè Italia, dal Foro Annonario (con relativa pescheria, nonché mattatoio e vespasiano sul retro), dogana, strada statale e ferrovia, la vita sociale era piuttosto intensa e lì – porta d’accesso al molo e alla spiaggia di levante: quella dei “signori” – oltre ai negozi di alimentari , tabacchi, stoffe, si faceva il mercato delle erbe con le “triccole” (rivenditrici) e le “contadine”, produttrici e venditrici in proprio di verdure, frutta, polli, uova, ricotte, nonché quello del pesce fresco, del quale erano molte le varietà, e poi dei garagòli, delle vongole e di altri bivalvi, quali cannelli e calcinelli, che si vendevano “a numero” e non a peso.

Ai margini del mercato, in alcuni appropriati anditi e slarghi, erano sistemati chioschi e bancarelle, prevalentemente tenute da donne; nell’angolo interno al secondo porticato, proprio dietro la pompa di benzina, era “la banca” di fava, cece e sementi della Argenita, che vendeva anche lupini, carrubi e, d’inverno, le castagne arrosto; nell’angolo del primo arco del braccio destro del Foro Annonario era il chiosco dei formaggi della Gònda, donna robusta come il nome, certo una contrazione di Gioconda o qualcosa di simile. Direi che vendesse anche la conserva di pomodoro “sciolta”, ossia a peso.

Dietro il Foro, verso il mattatoio, era il capannino della Costanza, che cucinava seppie coi piselli e friggeva il pesce “dell’ultima saccata” (per dire che era freschissimo) a due passi dall’orinatoio, davanti a un’osteria, ove si poteva bere vino e mangiare le uova sode, intingendole in un piattino di sale e pepe.

Tra gli estremi dell’emiciclo del Foro era stabilmente la “banca di Paletta”, gestita dai fratelli Volturna, figli di un Santolini, alias Paletta, ove si acquistavano bibite fatte con il gelo della “grattachecca” e uno sciroppo da sciogliersi tra granatina, menta, tamarindo, orzata. Si poteva chiedere e ottenere, con aggiunta di cinque-dieci centesimi, ovvero il prezzo di una caramella, il supplemento di citrato, che alcuni mescolavano al tamarindo.

Nella loro stagione, vi si vendevano anche fette di cocomero e “zizze”. Nei pressi di questa mescita popolare, mi pare di giovedì o sabato mattina, stava un celebre norcino, Corrado Federiconi, blasone popolare “Furcinon”. Era così chiamato per il lungo manico di legno della forchetta (vulgo “furcìna”) con la quale, dentro il forno, mentre la porchetta cuoceva, saggiava la consistenza della sua “crosta”, ottima da mordere dopo averla succhiata un po’, se bene rosolata. Tutti ne volevano un pezzo, ma, a quanto sentivo dire, lui ne dava poca, dovendo far entrare nel peso anche “gli odori” e le triplette del maialino. Pare che fino a quando non avesse venduto l’intero animale, altri “porchettari” che si ponevano vicino per contendergli i clienti nulla riuscissero a esitare. Permane la fama di Furcinon in una salumeria di Senigallia-centro.

C’era poi, ma saltuariamente, la donna che con un lunga cesta appoggiata sul capo, coperta da un panno bianco, girava vendendo la “pagnuttona bella e bona”, che noi diremmo oggi pizza di Pasqua. Pare costasse una lira. Altri venditori ambulanti erano Camilìn (Alfredo Camillini), che con un ciclo-carrettino smerciava gelati (“crema, limone, cioccolatto”) da due, quattro, sei e dieci soldi, ossia mezza lira; questo gelataio faceva anche la maschera al cinema Eden, ove si arrangiava con caramelle, noccioline e sementi, stanando quanti vedevano il film tre o quattro volte, avendo pagato un solo biglietto: <Signori, chi ha veduto uscita!>, tuonava al centro della platea. E c’era Surcetìn (Rigamonti), anche lui con una cesta, ma appesa al collo e tenuta orizzontale al massiccio ventre, che vendeva quadrati di pizza al pomodoro, alla cipolla, allo strutto con i grasselli. E, per i più raffinati, piccoli sandwich “burro, prosciutto e alici”. Nel forno dell’Africana (Emilia Giraldi Governatori), in via Cavour, da tempo chiuso, quasi davanti alla bottega di Furcinon, si potevano comprare una ben tostata pizza con grasselli e i maritozzi cotti a dovere. Altre pizze e altri maritozzi, nonché ciambellani e ciambelle con gli anici, da inzuppare nel vino, si acquistavano nel forno di Mancinelli – c’è ancora – accanto al caffè Italia, detto anche “Della Marina”, nello spazio più prossimo al Foro Annonario.

Proprio lì, specialmente nella tarda primavera e nei pomeriggi estivi stava il personaggio più curioso che io ricordi, certo Aràl, napoletano, del quale ho smarrito il vero nome. Era un giocatore di professione, continuamente diffidato dalla polizia, che su una stuoia con simboli astronomici e altre figure di vago significato (stella, luna, sole, àncora, cuore, ecc.), praticava a Senigallia un gioco di dadi scossi in un contenitore di cuoio manovrato a due mani, e poi posto sul tavolo, con invito al pubblico a puntare sui simboli disegnati sulla stuoia, corrispondenti a quelli dei dadi. Questo contenitore, una specie di campana o tronco di cono appoggiato al tavolo sul lato aperto, restava così fino a che, secondo il giudizio dell’abilissimo croupier, le puntate erano tali da giustificarne la rimozione senza toccar i dadi, ovvero “scoprire”. Non accettava puntate inferiori alla mezza lira, ma ho visto giocare anche il “piccione”, ovvero la moneta d’argento da 5 lire, così detta perché su una faccia recava un’aquila.

Negli anni intorno al 1938-1940 lo persi di vista. Dopo la guerra lessi un manifesto funebre, da lui medesimo confezionato, nel quale si diceva: <In piena allegria è morto Aràl, vissuto sempre senza far niente alle spalle del Pubblico che adesso ringrazia>. Personaggio pittoresco con cilindro in capo, giacca nera, polsi e collo della camicia inamidati, panciotti vistosi.

Non era il solo specialista dell’imbroglio: da quelli del gioco delle tre carte, un “mordi e fuggi” sulle scale di una chiesa, su una panchina dei pubblici giardini dietro la stazione ferroviaria o sul muretto parasabbia del lungomare di levante, ai venditori di grasso di marmotta contro i reumatismi, di callifughi, di lozioni per la ricrescita dei capelli e per far bella la pelle.

Specialmente nelle mattine del giovedì, giorno di mercato, non pochi perdigiorno, gabbamondo, borsaioli si mettevano nei luoghi più frequentati, tentando di agganciare i campagnoli venuti in città per le compere o per vendere qualche frutto primaticcio. Molte anche le zingare con il pappagallo in gabbia addestrato a prendere col becco “la pianeta della fortuna”, un bigliettino colorato, che prometteva ricchezza e felicità a tutti. Bastava dare pochi soldi alla donna.

Chi, invece, nella cucina al piano terreno di una casetta sulla marina di ponente, “scioglieva” malocchi e fatture era un mago, erede di altro mago già detto “il professore”. Uomo anziano e corpulento, leggeva le carte, sentenziava, andava dietro una tenda e portava il rimedio: un’acqua “medicata”, un nastro rosso da avvolgere alla vita, alle gambe, al braccio ove era il dolore, una scritta da leggere mattina e sera “contro l’invidia”. Una zia – sorella della mamma – era sua cliente, e quasi tutte le settimane lo consultava, specialmente se io ero malato, svogliato o prendevo un brutto voto a scuola. Lui non chiedeva soldi, ma pare gli infilassero in una borsetta di pelle due lire per “smazzata di carte”. Si chiamava Raffaele e dicevano avesse realizzato una consistente fortuna con questa attività.

Ricorderò anche, tra i tanti che dovrei, un certo Bruschìn, uomo di bassissima statura, forse un nano, che girava con una carretta di semi, noccioline, caramelle, carrube con un bersaglio girevole montato sulla parte estrema di essa, contrapposto ad una carabina a piumini fissata dove la carretta finiva e partivano le stanghe per spingerla a mano. Il bersaglio girevole (una ruota) aveva, se non sbaglio, i numeri da 1 a 30, intramezzati da molti zeri. Era rarissimo che il piumino, sparato dalla carabina, colpisse un numero alto; qualora questo fosse accaduto Bruschìn mercantava sulle caramelle corrispondenti al numero, cercando di sostituire con sementi, fave secche, torroncini sfatti, liquirizie coperte di polvere. Ogni tiro costava due soldi. Uomo stizzoso e a volte cattivo, forse compensava così la propria invalidità, simile (come poi realizzai) a quella di Toulouse Lautrec; era assai malvisto da noi ragazzi, che tuttavia eravamo attratti dal fucilino ad aria compressa e dalla corrispondente ruota. Sussurravano facesse la spia a mariti e mogli, stando fermo per ore con il suo carrettino nei pressi della casa ove si supponeva avvenissero incontri clandestini e sospetti. Ne dubito.

E ancora: ai giardini pubblici, tra ferrovia ed ex Hotel Bagni, si andava a giocare per la suggestiva bellezza mista a natura selvaggia che vi aveva realizzato il pubblico giardiniere, da noi ragazzi detto “Cerbero”, con nicchie, boschetti, bersò, siepi, finte grotte, panchine sovrastate da glicini e gelsomini. Ci scrutava tenendo in mano un attrezzo, pronto a inseguirci e colpirci se facevamo qualche danno con il pallone o con la fionda o raccoglievamo fiori, o “creavamo disturbo” ai frequentatori adulti, di solito coppie o signori in età, con il nostro comportamento. Altri tempi!

In un lato di questi giardini, ma ben coperti dalla vegetazione, erano i “cessi pubblici” dentro una casetta con grande scritta in lettere di colore tra l’azzurro e il viola, ove il custode, di nome Antò (Antonio), anche lui come Bruschìn dalle gambe cortissime e forse diseguali, poiché camminava aiutandosi con un bastone, faceva piccole riparazioni alle scarpe. Parlava da solo. I ragazzi, per farlo arrabbiare, lo accusavano ad alta voce di essere antifascista e lui, poveretto, temendo chissà che cosa, si alzava in piedi e, salutando alla romana, gridava: <Viva il Duce! Sono fascista e realista>. Nella povertà diffusa e nel malessere fisico anche la nicchia di guardacessi poteva garantire la sopravvivenza e diventava “un ruolo”.

Quella casetta allineava su due file alcuni camerini, forse 6, con un corridoio in mezzo. Fu distrutta da una delle prime bombe di aereo cadute sulla città nel 1943, lasciando nella disperazione il povero Antò, questa volta accusato di essere fascista e perciò bombardato dagli americani, che in realtà miravano alla vicinissima stazione ferroviaria.

E poi ricordo Belocchio, uomo strabico, giornalaio – strillone dalla voce tonante e banditore pubblico, nonché un corpulento, sanguigno e chiacchierato prete con la battuta facile, pronta e pungente sempre sul limitare del labbro. Ricordo altresì le lavandaie che ritiravano la “biancheria da tavolo e da letto” nelle case e che lavavano al fiume oltre il ponte del Portone, facendola asciugare al sole dopo averla stesa sull’erba.

 

Glossario

(Questo glossario vorrebbe aiutare il lettore a cogliere, se incuriosito, il significato di espressioni particolari, desuete, gergali. La sommaria descrizione dei termini è relativa al testo e non presume avere valore scientifico. S.A.)

centesimi la lira italiana si componeva di venti soldi e ogni soldo era costituito da 5 centesimi; le monete degli anni Trenta avevano questi conii: 1 soldo, 2 soldi, 4 soldi, 10 soldi o 50 centesimi o mezza lira, 1 lira, 2 lire, 5 lire (di argento pari a 5 grammi), 10 lire, 20 lire; c’era anche una moneta d’oro da 100 lire, ma veniva tesaurizzata e non circolava; circolavano invece le banconote da 50, 100, 500 e 1000 lire

grattachecca piccola pialla metallica, usata per grattare il ghiaccio su una forma piatta e compatta

pianeta femminilizzazione di pianeta (s.m.) per dire <responso astrologico dei pianeti>

zizza cetonia dorata che i ragazzi facevano volare tenendola legata a un filo da cucire; altre zizze erano vendute dalla <Sposina> sulle mura urbiche del quartiere Porto; pare costassero, in relazione alla loro bellezza, dai 10 ai 20 centesimi l’una. 

Testo estratto dal libro “Ieri dicevamo: Senigallia allora…” di Sergio Anselmi, Edizioni Sapere Nuovo Senigallia, 2001

* Sergio Anselmi (Senigallia, 11 novembre 1924 – Senigallia, 7 novembre 2003)  è stato uno storico, scrittore, accademico e intellettuale italiano. La sua ricerca si è concentrata sulla regione adriatica spaziando dal medioevo sino ai nostri giorni ed in particolare sull’economia mezzadrile marchigiana. La sua opera è di fondamentale importanza per capire le dinamiche storico ed economiche che hanno interessato la regione Marche nel corso dei secoli. E’ stato uno dei principali promotori e fondatori del Museo di Storia della Mezzadria di Senigallia che ha diretto fino alla morte. Il museo gli è stato intitolato nel 2004.

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