IN TEMPI DI MACROREGIONI

 

Naturalmente la geografia ha una storia. Le macroregioni piuttosto la inventano. Forse non sarà male un piccolo ripasso su chi siamo e in quale geografia viviamo prima che la nuova storia scritta a tavolino ce la sottragga agli occhi. Lo facciamo ripescando uno scritto di Mario Omiccioli *, da La Parte del Gallo, 1984.
Oltre duemila e grassi anni fa, Polibio – nato tra il 203 e il 201 a. C. – scriveva che L’Italia nel suo insieme ha la forma di un triangolo. E in questo triangolo c’era una pianura che per fertilità e grandezza non aveva confronti con l’Europa storia dei suoi tempi. Scrive: Il vertice di questa figura è dato dal punto di convergenza dei monti chiamati Appennini con le Alpi non lontano da Marsiglia […] La base dell’intera figura è data dal litorale adriatico; la lunghezza di questo lato, dalla città di Senigallia fino al golfo del Quarnaro, è di oltre duemilacinquecento stadi, così che l’intero perimetro della pianura non è inferiore ai diecimila stadi.
Terra fertile, ricca di cereali, grano, orzo, panico e miglio in enorme abbondanza, querce e ghiande e di conseguenza porcelli per il mantenimento dell’esercito, e vino, e tutti i viveri, sicché i viaggiatori sostano nelle locande senza pattuire prima il prezzo salvo il costo dell’alloggio. E gli abitanti, robusti, coraggiosi nelle guerre, e belli. Molti sono i popoli che l’avevano abitata o l’abitavano: i Liguri vicino alle Alpi, dal Tirreno all’Appennino gli Etruschi, su entrambi i versanti degli Appennini stanno gli Umbri.
Continua Polibio: Poi l’Appennino a distanza di cinquecento stadi dal Mare Adriatico si allontana dalla pianura volgendosi a destra e, attraversando nel mezzo il resto d’Italia, si snoda fino al Mare di Sicilia. La rimanente parte piana si estende sino al mare e alla città di Senigallia.
Ecco l’estremo est della pianura, ecco il suo confine, dove comincia il piccolo trotto e poi il galoppo delle colline adriatiche. Senigallia: città del Ducato d’Urbino, e dopo la sua morte, terra della legazione apostolica d’Urbino e Pesaro sino al 1860.
Un giorno, nel tempo, questa terra fertile venne conquistata dai Galli. Scrive Tito Livio: Vuole la tradizione che questo popolo attratto dalla dolcezza dei prodotti e soprattutto dal vino, che a quel tempo costituiva per esso un nuovo piacere, abbia attraversato le Alpi e si sia impadronito delle terre precedentemente abitate dagli Etruschi.
Ritorniamo a Polibio: La zona oltre il Po vicino all’Appennino era abitata nella prima parte dagli Anamari, poi dai Boi; di seguito a questi verso l’Adriatico erano i Lingoni e, ultimi verso il mare, i Sènoni.
Ripassiamo a Tito Livio e facciamo basta: È quindi la volta dei Boi e dei Lingoni, i quali calati attraverso il Pennino, poiché erano tutte occupate le terre comprese tra il Po e le Alpi, dopo aver varcato il Po su zattere, scacciarono dal loro territorio non soltanto gli Etruschi ma anche gli Umbri, senza però oltrepassare l’Appennino. Infine i Sènoni, ultimi degli invasori, occuparono il territorio che va dal fiume Utente all’Esino. Mi risulta che fu questo popolo che di là venne a Chiusi e a Roma. Cioè sconfisse gli Etruschi a Chiusi e schiacciò i Romani a Roma (alzando per un po’ la cresta e abbassando il super-ego dei burini laziali. L’Utente è l’attuale fiume Montone a sud di Ravenna).
Ecco qui l’eco antica per cui la regione Marche è composta da due parti un tempo diverse o divise e rappresentate da due simboli diversi, il Piceno da un Picchio e la parte dei Galli da un Gallo.

 

il gallo siamo noi

 

 

*[Mario Omiccioli, nato e morto a Fano, ha attraversato la sua lunga vita con entusiasmo, cultura e fantasia. Figlio di cordai, giovane tribuno, ha dato voce ai disagi di un intero popolo e condiviso l’amicizia di Fabio Tombari, Valerio Volpini e Giorgio Spinaci. Il disegno del gallo è di Piero Pantieri.]

 

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