Il patriottismo in testa. Il Risorgimento e i cappelli

 

 

di Flavio e Gabriela Solazzi

Tra le circolari di polizia inviate da Pesaro anche al Governatore di Senigallia figura la N° 852, del 15 marzo 1851.

Essa proviene dal Pro-Legato Monsignor Giuseppe Milesi Pironi Ferretti, che si limita a firmare usando solo il primo dei tre cognomi. Appena ordinato sacerdote, egli aveva iniziato una carriera di fedele ed affidabile servitore dello Stato Pontificio, in qualità di Governatore di Ascoli, e successivamente di Civitavecchia e Macerata. Dal 1847 fu Pro-Legato in Urbino fino al 1854. Passò  poi a Forlì e dopo due anni, creato Cardinale, venne nominato Ministro del Commercio, Belle Arti, Lavori Pubblici e Agricoltura. Uomo, quindi, dalle spalle forti e dal polso deciso, a giudicare dagli incarichi affidatigli. È quello che si deduce anche dalla frase conclusiva della circolare:

“Interesso la Signoria Vostra Illustrissima a dare le più pronte disposizioni per il pieno relativo effetto nella parte che la riguarda”. Segue una frase di congedo.

Un personaggio di tale gravità si sta occupando di moda e mode per vietare l’uso di certi cappelli?

La frase iniziale della circolare è molto chiara:

“Si è osservato che in onta di reiterate avvertenze e divieti intorno l’uso di cappelli di color bianco con nastri ed orlatura nera, o verde o rossa nonché di altri così detti all’Ernani, e che in qualunque modo per la forma e per il colore escono dall’ordinario, sieguono tuttavia ad usarne taluni non senza ammirazione dei buoni.”

È facilmente intuibile la reprimenda per i copricapo che grazie ai nastri divenivano una propagandistica esibizione di adesione e sostegno alla causa dell’indipendenza d’Italia. Meno ovvia è l’identificazione dei cappelli “così detti all’Ernani.” Ernani è una creazione letteraria di Victor Hugo, un eroico bandito (che in realtà è un nobile spagnolo), il quale combatte l’ingiustizia e la tirannide. Il soggetto piacque a Verdi che lo volle per la sua opera omonima, la cui prima rappresentazione fu a Venezia il 9 marzo del 1844. Il costumista aveva ideato per il bandito un cappello dalle larghe tese, di cui una era ripiegata verso l’alto, adornato da una grossa piuma.

Anche l’Ernani entrò con altre opere di Verdi a fare quasi da sottofondo ai moti risorgimentali.

Ad accendere gli animi fu soprattutto il coro del terzo atto, trascinante con versi quali: “ Si ridesti il Leon di Castiglia / e d’Iberia ogni monte, ogni lito / eco formi al tremendo ruggito” , “Sorga alfine radiante di gloria / sorga un giorno a brillare su noi. / Sarà Iberia feconda d’eroi, / dal servaggio redenta sarà.”. Fu facile negli animi ardenti dei patrioti identificare il Leon di Castiglia con il Leone di Venezia e pensare che il nome Iberia potesse significare Italia. Questo coro divenne ben presto popolare, come pure il cappello di Ernani , indossato non molto cripticamente quale segno distintivo politico.

Oggetto di interdizione per la sua valenza politica nel periodo risorgimentale fu anche il “cappello alla calabrese” (cupola alta e tese rialzate e un cordone per aggiustarlo sotto il mento o portarlo al braccio), simbolo dei moti calabresi del 1844 ed anche segno di riconoscimento tra”i cospiratori”.

La circolare del Pro-Legato in Urbino Milesi così si completa:

“Egli è perciò che, onde torre di ogni uso così disconvenienti fogge di cappelli, resta disposto che accuratamente si vegli tanto dalla forza dei Gendarmi, come degli Impiegati Politici, perché niuno più si permetta l’uso degli indicati cappelli sotto pena dell’arresto in caso dell’inobbedienza, per quelle ulteriori misure che a norma delle circostanze e qualità personali saranno reputate opportune.

Uguale divieto resta disposto per il tricolore rivoluzionario, che si è del pari veduto marcatamente negli abiti di alcune donne o nei loro cappelli, scialli, fiori od altro ornamento, le quali saranno poste in seria avvertenza, non senza la sovraesposta comminatoria medesima in caso di inosservanza delle enunciate prescrizioni.”. C’è da dire che il burocratese nei secoli non cambia, quanto a scioltezza e correttezza degli enunciati.

L’immagine che proponiamo al centro di queste note è quella della Principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, musa e pasionaria del nostro Risorgimento, come appare in un ritratto conservato presso l’Istituto Mazziniano di Genova. Imbracciato un fucile,la sacca con la polvere da sparo a tracolla, posa sotto un ramo al qual è appesa la bandiera tricolore. Inoltre indossa una sciarpa tricolore ed il cappello piumato all’Ernani. Abbigliamento che avrebbe fatto venire le convulsioni al Pro-Legato d’Urbino se si fosse imbattuto in lei. Probabilmente non sarebbe nemmeno riuscito a notare la rassicurante iscrizione che figura sul muro alla destra della rivoluzionaria: Viva Pio Nono.

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