Riflessioni sulle tazzine ghiacciate

dal blog Lipperatura di Loredana Lipperini

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/

Ti alzi, vai a preparare il caffè, hai lasciato due tazze e un piatto nell’acquaio. Ma la notte è fredda in montagna, e ancor più fredda se vivi in una SAE, le fulgide casette provvisorie per terremotati che fanno acqua, ghiaccio e muffa da tutte le parti.
In questi stessi giorni si apprende che i 7,7 milioni di euro di fondi europei aggiuntivi sono stati destinati, per decisione della Regione Marche, a una serie di progetti turistici, da GradaraInnova ai Gran Tour sulla costa, come si può leggere qui.
Ma sulla bacheca che mostra la foto delle tazzine ghiacciate, la reazione è un’altra: “Bisognerebbe dirlo a tutti quelli che si scandalizzano perché non accettiamo tutti in Italia!!! Prima gli italiani, cavolo, poi quando i cittadini italiani saranno tutti sistemati ben venga aiutare anche gli altri!!”

Segue vignetta di Ghisberto sul noi-loro, sui loro migranti accolti a braccia aperte e i terremotati, e i poveri, schifati in un angolino. Prevedibilmente.
Non sto scrivendo nulla di nuovo, e si potrebbe anzi proseguire a lungo, spiegare e rispiegare che la questione, per chi decide di investire fondi a Gradara, con tutto il rispetto per la medesima, non ha niente a che vedere con i migranti, bensì con la  miopia di chi crede nel turismo usa-e-getta, e che importa a noi dei residenti. Noi e loro, laddove i loro sono i turisti, però. Miopia peraltro legale. Come ha spiegato Tajani (!), presidente del Parlamento europeo, a proposito delle ciclovie marchigiane cui andranno 10 milioni di euro: “Da un punto di vista legale si può fare, perché l’Europa manda i fondi e poi sono le Regioni che decidono. Non c’è violazione della legge. Ma a volte le violazioni dell’intelligenza sono peggiori di quelle della legge”.

Questo potrei dirlo, penso, alla signora delle tazzine. Ma mi ascolterebbe? Perché in questi giorni di assenza dal blog (causa viaggi) me lo sono chiesta più volte. Riusciamo a vederci davvero oppure, ormai, siamo a nostra volta congelati in un presente ghiacciato che dà di noi una sola immagine, ovvero quella che gli altri vogliono vedere?
Qualche giorno fa, alla notizia del suicidio di un ragazzo nigeriano, un folto drappello di utenti Facebook ha commentato lietamente “uno di meno”. Come molti, sono andata a vedere le loro bacheche.  Mi sono fermata su quella di una signora particolarmente feroce nella sua soddisfazione. E quella signora, che ha grosso modo la mia età, esibisce fiera foto di tacchi altissimi, di scollature abissali che mostrano un tatuaggio sul seno, di orecchini a cerchio grandi come forme di parmigiano. E mentre mi fermavo a guardare, mi chiedevo anche quanto io stessa fossi resa cieca del pregiudizio, e magari (magari) chi mostra la tetta tatuata legge Ovidio tutte le sere in originale, che diamine. E poi mi chiedevo anche come apparirei io a lei, nel caso visitasse la mia bacheca: come una signora in età dai capelli troppo lunghi, il cardigan e la scarpa bassa, dunque a mia volta non sarei altro che il suo stereotipo dei radical-chic che sorbiscono tisane col mignolo alzato in tazze di porcellana finissima.

Allora non ne usciamo, mi sono detta anche. Allora restiamo inchiodati alle reciproche bolle che incancreniscono senza darci possibilità di discutere davvero, schiavi di una delle tante Bestie che ci useranno a fini elettorali, salvo poi buttarci via: perché le SAE ghiacciate e i fondi per Gradara non mi sembrano affatto in cima alle preoccupazioni e i discorsi di chi attualmente governa.

Forse ne usciremo, invece. Forse, se proviamo a prenderci il tempo per pensare, come credo di aver detto migliaia di volte nell’ultimo anno, e di non inseguire modelli che non sono nostri, e soprattutto di sperare.

Noi dunque conosciamo che la rosa è una rosa,
la parola una cosa, il dolore un discorso,
che la voce più sola accorda molte grida,
che ogni cuore ricorda quante anime ha percorso.

Ma stretti all’ignoranza, al pianto e alla vendetta
impotente crediamo che il male in bene torni…
Il vero è altrove: e aspetta d’essere amato, viene
e va, come il mattino che per noi prega il giorno.

Franco Fortini, Ai poeti giovani – da “Poesia e errore”, 1959

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