Un estratto dal libro “La Casa del Turco” di Leonardo Badioli. Ed. Ventura, 2018

copertina La casa del turco

 

Angelina in bianco con stendardo

 

13 processione uno da

 

 

Ogni anno il lunedì di Pasqua si va in processione al Crocifisso di Casteldimezzo. Si parte che ancora non è sorto il sole e si cammina immersi nelle ultime ombre della notte che le querce, schermando la luna, rendono ancora più buie. Va tutto il paese e ogni anno si muove una gara tra le ragazze per chi porterà il labaro della Madonna. L’Angelina è prescelta: i capelli le sono ricresciuti e l’orgoglio di portare il sacro palio li fa crescere ancora di più sopra il vestito virginale che indossano tutte. Non manca nessuna per fortuna dall’ordine in cui sogliono tenersi: la Billa che si volta e la Maria di Pompa che la guarda con gli occhi sgranati, e poi la Maria della Zia, la Pierina, l’Ersilia, ognora vivaci e bisbiglianti; cui seguono le donne più anziane con l’aria contrita e la corona in mano, e il popolo degli uomini, stretti nel vestito buono a trattenere gli odori di lavoro che portano addosso. Camminano assorti lungo un solco tracciato sulla curvatura del mondo e ogni passo trascina con sé sentimenti diversi in ragione delle sorti trascorse. Il prete Giulietti intona un inno e un sommesso vociare gli tiene dietro; ogni tanto di lontano s’intromette un gallo. Dipingendo la scena si ricorda, Licia, di quanto ammirava in gioventù la pittura di Giotto in San Francesco, alla quale non mancava nemmeno il capriccio di un frate dal bel sederone o di una testa di chierico pelata e coronata di bianchi capelli. L’avanguardia del corteo si inoltra dove i rami si sbracciano a coprire la stradina, trapunti di infinite foglie che il pennello pintricchia a una a una con fervida costanza; nel cuore del corteo, dov’è l’Angelina con il suo stendardo, un angiolino con le ali di cartone spande petali rossi in mezzo a mille coriandoli lucenti, fino a che una spera di sole non si leva dal fondo a spegnere il brusìo bagnandolo di arancio, e rischiarando l’andare.

 

Casteldimezzo da

 

Casteldimezzo visto dalla processione è un grumo di case che si accroccano intorno al campanile; da vicino sono lingue di tempera imbrattate di sole e distese sopra un fondo di carta porosa, così come il paese si apprende al rocchio di tufo dal quale si sporge. Sta lì senza pensiero di cadere, svogliato come un gatto sopra un cornicione, e volge le spalle al precipizio, incurante del mare che c’è sotto. Arrivandoci, la processione offre a Licia un’occasione per ripetersi su un tema che le è caro, e quel silenzio spaginato dall’incedere dell’ordinanza lungo la stradina lascia campo a una coloritura giocosa, inevitabile quanto cercata.

L’entrata del corteo nella piazzetta è un manifesto di pictura ludens. Non meno di ottantacinque persone vi figurano, senza contare quelle che sono già entrate in chiesa e quelle che ancora non hanno voltato l’angolo. L’Angelina è in bella vista al centro del corteo con una bandiera in mano, azzurra questa, avendo affidato il labaro a una compagna; ma è l’intero paese che si fa protagonista della rappresentazione: sistema festoni ai muri delle case, espone coperte damascate alle finestre, apparecchia le tavole dell’osteria, ricolma di ninnoli la bancarella. Per parte sua, la narratrice si diverte ad impregnare quei volti di umorismo sognante e a irridere con leggerezza i preti caricandoli di gesti rituali. Alle bambine Licia riserva un affetto speciale, come vedesse se stessa in ognuna di loro; le sistema nei bei vestitini con le maniche a sbuffo e le adorna di studiate acconciature, raccolte, fluenti, coronate di fiori: ripensando, chissà, alle quelle acconciature che per sé non amava, e a quelle delle amiche più desiderate, per le quali invece provava ammirazione. Ma no, non c’è nessuna increspatura in questo indugio: dipingere per Licia è un tratto di beatitudine in cui liberamente si concede di sentirsi bambina; è ritrovare un tempo infinito e trascinarlo nell’età adulta, a ricalco di quello della madre se uno suo proprio non riesce a riscattarlo. Più ancora: è fermarlo man mano che la pittura glielo rende visibile, perché non si dissolva.

 

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I disegni sono di Licia Badioli

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