Non intendiamo assolutamente rinfocolare nei Senigalliesi la memoria di Gerolamo Simoncelli e partecipare alla diatriba guelfighibellini che persone molto più qualificate di noi hanno alimentato per oltre 150 anni. Da semplici cittadini non studiosi dell’argomento riteniamo che anche nell’“affare S i m o n c e l l i ” occorrerebbe puntare il dito un po’ oltre e più in alto, cioè al conflitto di interessi (potere temporale/magistero spirituale) che dovrebbe farsi risalire alla “Donazione di Sutri” del 728. Desideriamo solo portare a conoscenza dei concittadini una testimonianza legata al processo Simocelli e che vede protagonista la principessa di Canino Alessandrina, moglie di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone.

Più volte abbiamo segnalato la storia poco conosciuta della residenza senigalliese di Luciano e di sua moglie. A Senigallia la Principessa di Canino trascorse gli ultimi anni della sua vita, abitando soprattutto a Villa Luciana, l’attuale Villa Torlonia, detta anche il “Casino della Marina”, per distinguerla da un’altra residenza meno abituale, sita a S. Angelo, il “Casino della Collina”. La vita solitaria della vecchia signora era interrotta, ma infrequentemente, da qualche visita.

Abbiamo memoria di quella che con la famiglia le fece nell’inverno 1851-1852 Scipion Fougasse, un suo lontano parente, storico e saggista. È questo proprio il periodo nel quale vengono formulate le sentenze di colpevolezza (31 dicembre 1851) e di condanna a morte (21 febbraio 1852) del Simoncelli. Il Fougasse rievocò il suo soggiorno nel libro Chez une Dame Illustre (A casa di una Illustre Signora), edito nel 1866. Di questo testo riferisce ampiamente nel 1939 un altro Francese, Fleuriot de Langle, in una biografia di Alessandrina. Egli descrive anche l’intervento della Principessa nell’“Affare Simoncelli” ed inoltre riferisce quanto sull’argomento ha scritto nell’Ottocento il Fougasse.

 Alessandrina Bonaparte tenta anche l’impossibile per salvare dalla morte Simoncelli

 

l'affare Simoncelli
Alexandrine de Bleschamp con una figlia (?), principessa di Canino, moglie di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone

 

Traduciamo dallo scritto di Fleuriot de Langle: “Le sofferenze patriottiche dell’Italia – questa regina-schiava dalle membra straziate per ingiusti vincoli – commuovevano la principessa. Era come se avesse visto torturare sotto i suoi occhi la sua madre adottiva. Caritatevole verso i poveri che facevano la posta alle sue uscite in carrozza, essa avrebbe voluto poter essere altrettanto generosa verso le vittime delle lotte politiche. Di tutti i diseredati e sfortunati, soprattutto queste le sembravano da compiangere e degne di soccorso. Su questo argomento Scipion Fougasse racconta una scena molto commovente. Una giovane donna si presenta al Casino della Marina e chiede di parlare alla padrona di casa. Suo fratello, compromesso nella rivolta del 1849 e da allora carcerato, sta per essere giudicato a Roma dal tribunale della Consulta. Informata del motivo che aveva condotto da lei la sorella di Simocelli – questo era il cognome dell’imputato – la principessa ordina di farla passare immediatamente. La giovane, precipitandosi alle sue ginocchia, la supplica singhiozzando di intercedere a favore di suo fratello, di strapparlo ad una morte probabile. Mai si ricorreva invano al cuore della moglie di Luciano. Le si attribuiva maggior credito di quanto realmente ne possedesse. Non importa! Ella promette di scrivere al Cardinale Antonelli, segretario di Stato, tramite il generale Gemeau, comandante a Roma. Missione tra le più delicate il cercare di intenerire il ministro senza offendere l’uomo di Chiesa! Non si dirà mai che ella non abbia tentato tutto, cioè l’impossibile.

 

Ed eccola rinchiudersi nel suo studio. Due ore dopo ne esce, con il fuoco alle tempie, le mani sudate, mal soddisfatta di come ha scritto: “Leggete, dice agli astanti, leggete ad alta voce e ciascuno corregga con franchezza quanto crederà di dovere correggere. Si tratta di salvare questo giovane uomo; una parola di troppo o di meno in questa lettera possono comprometterne la causa e la vita.” L’intervento della generosa Principessa fu inutile, la sua diplomazia vana, l’Eminenza inflessibile. L’affare Simoncelli terminò come tanti altri in questa oscura epoca del Risorgimento: davanti ad un plotone di esecuzione e ad una scarica di proiettili. Il brano seguente (riferito da Fleuriot de Langle) appartiene al libro di Scipion Fougasse. È Alessandrina che parla. Traduciamo: “Simoncelli è stato giustiziato […]. Appartiene, secondo l’opinione generale, al numero di coloro che non hanno meritato la morte. In una città grande come un tavolo da gioco, con una popolazione di 6.000 anime, ventiquattro uomini sono stati fucilati, e mal fucilati […]. Le grida delle madri, dei fratelli, delle sorelle e di tutti i parenti di questi sventurati, che hanno atteso più di tre anni questa decisione, queste grida di disperazione sono state talmente strazianti, che, senza volgere al poetico, gli echi dell’Adriatico hanno emesso gemiti. Per molti di questi sventurati, già crivellati dalle pallottole, sono stati necessari dei colpi di riserva […]. Nessuno dei giustiziati ha voluto che gli si bendassero gli occhi. Simoncelli si è confessato e mi ha fatto dire dal suo confessore, un buon cappuccino, che mi ringraziava dell’interesse che avevo avuto per lui, che egli moriva innocente d’omicidio e che pregherà per me se Dio lo farà entrare in sua grazia, perdonandogli gli altri errori che poteva aver commesso.

 

                                                                                                                 Flavio e Gabriela Solazzi

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