Per festeggiare il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere

Nel 1620  venne organizzata a Senigallia una “Caccia dei tori”

 

di Matteo Mariani

Quando si parla di spettacoli con i tori, la nostra mente corre direttamente fino alla Spagna. E lì si ferma. Ma in realtà le cose non stanno proprio così. La tauromachia è un’arte (anche se per molti non è altro che una mera tortura) diffusa anche in Francia, in Portogallo e in molte repubbliche del Sudamerica. Ebbene, questa pratica, fino alla metà del 1800, era diffusa anche nel Centro Italia, col nome di caccia, giostra o più semplicemente steccato.

Secondo alcuni, l’uso fu importato in Italia dagli spagnoli Aragonesi, divenuti Re di Napoli nel XIV secolo, ma è già attestato nel Trecento di come a Roma si tenessero regolarmente spettacoli di caccia al bove, tanto che negli annali (apocrifi) di Lodovico Monaldeschi si afferma che “nel secolo XIV era costume dei romani il fare la caccia dei tori non domati nell’anfiteatro di Tito” ovvero nel Colosseo.

L’origine di queste pratiche, o di pratiche a questa riconducibili, in realtà, risale a prima del Medio Evo. Già Marziale riporta ampiamente di lotte tra belve esotiche, tori e cani, diffuse in tutto il bacino del Mar Mediterraneo.

Non è da escludere che un tale costume sia collegabile all’antico culto del dio Mitra, di origine persiana, diffusosi a Roma attraverso l’Asia Minore nel I secolo dopo Cristo, come alternativa alla religione pagana.

Uno degli aspetti più rilevanti del rituale mitriaco, infatti, è proprio il sacrificio del toro (tauroctonia) necessario per garantire fecondità a tutto l’universo.

In ogni caso, una volta perso ogni significato religioso, gli spettacoli con i tori restarono ben radicati in Europa come spettacoli popolari.

l'antica "corrida" marchigiana
Raffigurazione di “caccia al bove”. Dipinto del ‘600

 

Lo steccato è qualcosa di simile ad una corrida spagnola, ma era organizzata assai differente. Il termine steccato si riferisce chiaramente alla recinzione di legno che veniva innalzata nella piazza del popolo, per dividere il luogo dell’azione dagli spettatori, formando per questi apposite gradinate tanto da costituire un “anfiteatro” fittizio.

Gli steccati erano di due tipi: con buoi, cani e uomini, o soltanto con buoi e cani. Durante “la caccia”, i cani addestrati tentavano di immobilizzare i buoi azzannandogli la radice dell’orecchio, mentre i buoi li respingevano a cornate. Quando interveniva anche l’uomo, invece, come accadeva a Roma, si parlava di “giostra”, dove l’uomo partecipava con prodezze e acrobazie sull’animale eccitato e agitato dal cane, che veniva poi infilato con una spada.

I “giostrai” erano perlopiù macellai del luogo, che sfidavano forestieri, dilettanti e professionisti, detti “ercoli” o “alcidi”, tra cui si dice eccelsero sopra tutti gli abitanti di Terni. Nelle Marche, però gli steccati con l’uomo erano assai rari, mentre diffusi e acclamati erano quelli tra tori e cani.

Il procedimento del gioco era piuttosto uniforme nello Stato Pontificio. Lo steccato veniva chiuso alle ore 12, i tori erano numerati e immessi nell’arena uno alla volta. Contro di essi veniva poi lanciato un cane, addestrato a mordere l’orecchio del bove. Vinceva chi per primo riusciva a staccare l’orecchio, anche se non era cosa rara che il bove inforcasse il cane con le corna e lo sbudellasse.

In tempi recenti, lo troviamo anche nella nostra zona delle Marche centrali. Le cronache ne parlano spesso. Nel 1620, ad esempio, venne organizzata a Senigallia (dove vi è il Foro Annonario) una “Caccia dei tori” per festeggiare il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere in visita alla città. Sono ricordate ancora delle giostre da Vincenzo Monti per Fano, e da Gioacchino Belli per Roma, da cui si deduce che il periodo di maggior diffusione fu tra la fine del 1600 e i primi quarant’anni del 1800.

Molto radicato era anche nella località di Massaccio, a Cupra Montana, ed anche a Jesi. Afferma Raffele Molinelli che “quando al Sabbado si fa la caccia al bove, molti Gentiluomini scordandosi del Sangue Nobile, e della Cavalleria, corrono e giostrano a piedi intorno al dove, mesticati fra due cento o tre cento Birri, co’ i quali fanno a spinte, e qualche volta anche a capelli”. “E ho veduto correre dietro al bove – assicura ancora lo stesso Molinelli – , a cascare per terra come stracci nel fantoccio, non solamente Gentiluomini Secolari, ma anche taluni di essi col Collarino e col Canonicato”.

A Montenovo (l’attaule Ostra Vetere) era pratica diffusa nel Settecento organizzarne in Piazza Grande, l’attuale Piazza della Libertà, che fungeva da arena, chiusa com’è su tre lati, mentre il quarto veniva sbarrato con pali di legno realizzate da falegnami del posto. Il popolo circondava lo steccato, mentre nobili e borghesi si affacciavano dalle finestre dei palazzi circostanti.

Una perizia di Pietro Bellini del 12 agosto 1747 sullo stato dei “beni della Comunità”, a seguito di un forte terremoto, svela che il popolino faceva di tutto per poter assistere al meglio allo spettacolo. Scrive infatti il Bellini che la necessità di riparare la torre dell’orologio era sorta, in quanto questa era rovinata sì dalla tramontana e dall’acqua, ma anche dal salirvi del popolo in occasione degli steccati.

In pratica, le persone che non trovavano spazio intorno allo steccato di legno, si calano giù dai finestrini della torre, fino ai tetti dei palazzi circostanti, per godere al meglio lo spettacolo sottostante.

Ma non solo in piazza si tenevano gli steccati. Anche al Borgo ne furono organizzati, dove il 28 gennaio 1830 si tenne uno steccato con 14 bovi, “tre de’quali sono stati Fieri”. Se ne tenne uno anche in occasione del matrimonio di Giuseppe Maurizj con Pierina Menghettoni di Montalboddo (l’attuale Ostra), ed altri pure durante il carnevale.

Il montenovese Francesco Procaccini scrive che in Barbara (probabilmente ultimo comune dello Stato Pontificio ad organizzare steccati) si tenne una festa grande nell’11 novembre del 1824. Molta gente accorse, e vi era uno spettacolo teatrale che non raccolse molto successo. Scrive il Procaccini: “Non descrivo gl’urli, le strida, le fischiate che fecero i Forastieri per compassione de?Barbaresi” Ma così tanta non era accorsa a Barbara per il teatro, bensì per un grande steccato di otto bovi, toro e vacca di masseria.

Anche nel maceratese e nell’ascolano la tradizione era assai radicata. Se ne registra un costante allestimento ad Offida, (dove l’ultima caccia avvenne il 14 novembre 1849) dove si invitavano i giostrai dei paesi vicini quali Fermo, Ascoli, Montalto, Ripatransone, Grottammare, San Benedetto, Santa Vittoria, Porto di Fermo, Monterubbiano, Cossignano, tutte Comunità dove nel periodo tra settembre e febbraio si svolgevano simili divertimenti.

Il gioco però non ebe buon gradimento presso i francesi, che lo ritenevano segno di poca civiltà, abitudine e usanza grossolana e sanguinaria. Cercarono pertanto, durante la loro presenza, dal 1797 al 1815, di ostacolarlo con ogni mezzo. Vi fu un tentativo, durante gli anni del Regno d’Italia Napoleonico, di proibire lo steccato come spettacolo orribile e crudele. La passione popolare, però, unita a presumibili ragioni di ordine politico interno, riuscì a prevalere sulle iniziative dei Prefetti, e gli spettacoli continuarono ancora per decenni.

Nonostante le restrizioni napoleoniche, infatti, in numerose piccole e grandi località marchigiane, come Ancona, Jesi, Senigallia, Chiaravalle, Castelplanio, Maiolati, Ostra, si tennero regolarmente steccati come da tradizione, visto che gli steccati erano garantiti anche dagli antichi statuti comunali.

Non riuscendovi, i francesi provarono quindi a disciplinarlo con regolamentazioni più precise e severe, specialmente riguardo alla salvaguardia degli spettatori, sempre in grandissimo numero e molto entusiasti.

Col ritorno del Governo Pontificio, però, gli steccati riprendono con maggior frequenza a divertire la gente in feste sacre e profane. A Jesi, nel primo S.Settimio della liberazione, nel settembre 1815, si tenne uno steccato con 30 tori. Ma nel secondo ‘800, con l’avvento dello Stato unitario e la successiva unificazione della legislazione nazionale, il giocò cessò definitivamente, a Montenovo come nel resto d’Italia.

 

 

* Le informazioni generali e della zona di Ostra Vetere sono tratte dal libro di Alberto Fiorani “Lo steccato o caccia del bove”, Ostra Vetere, 1990, Ed. Centro Cultura Popolare. Altre informazioni sono tratte dall’articolo di Mario Vannicola “la caccia al bue”, pubblicato su Ophis, Periodico del Centro Studi “Guglielmo Allevi” di Offida, numero 6, anno 2.  Si ringraziano entrambi per la gentile concessione. 

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