studioloS’annovera tra i capolavori di quello che fu, a detta di molti, uno dei momenti storici che più di ogni altro seppe fare, dell’unione completa delle arti, lo spirito guida del secolo.

La stravolgente trasformazione che fece di Urbino una delle capitali del Rinascimento Italiano si deve tutta al suo grande duca e lì, tra le mura del suo palazzo, tra quella struttura già soggetta alle leggi dell’armonia, si racchiude un’entità completa, complessa e di altissimo valore artistico.

Nessun altro luogo rispecchia la personalità del suo committente come lo Studiolo di Federico da Montefeltro, un luogo intimo, un luogo privato, dedicato all’ozio contemplativo, dove il tempo si confonde tra presente e passato in un senso statico, di posa illusoria. Sembrerebbe, il principe, lì da qualche parte, appena uscito magari per godersi quell’incantevole veduta del Montefeltro che si scorge dalla parete aperta sulla loggia. Non quella intarsiata, prospetticamente impeccabile, che apre uno spiraglio esterno al quasi claustrofobico assetto ligneo, ma quella reale, dalla quale l’affacciarsi dal parapetto ricordava, forse, al condottiero di dover trasporre la meraviglia di attitudini spirituali dichiarate nello Studiolo, nelle questioni più meramente secolari.

L’armatura è ancora lì pronta all’uso, come altri oggetti riposti nelle scaffalature, che l’antica tecnica della tarsia lignea, per il gioco dei legni di colore differente, rende d’ingannevole profondità.

Tutto è soggetto a simbolo, niente, davvero nulla è lasciato al caso, a partire dal doppio registro di ritratti degli Uomini Illustri posti al di sopra delle tarsie. Depauperati, nei secoli scorsi, in origine erano tutti e 28 in loco, sono oggi divisi tra Palazzo Ducale e il Louvre; rispettano un preciso percorso iconografico: nel registro più alto le personalità laiche, in quello più basso le ecclesiastiche, nelle quali compaiono anche Dante e Petrarca, presumibilmente per il carattere fortemente spirituale delle loro opere. La fascia superiore si indirizza più verso la rappresentazione delle arti del Trivium (la grammatica, la retorica e la dialettica) e del Quadrivium (l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astronomia); quella inferiore è più autobiografica, vi si scorgono teologi prediletti da Federico; ma è solo la lettura completa di entrambi i registri ad esplicitare le caratteristiche necessarie per l’attuazione di quel governo cosiddetto illuminato.

Scendendo in basso, nel capolavoro d’arte e di artigianato, si racchiude una summa delle aspirazioni politiche ed intellettuali di Federico, condottiero in primis ma anche uomo di cultura, seguendo fedelmente gli insegnamenti del suo precettore Vittorino da Feltre, anch’esso rappresentato tra gli Uomini Illustri.

Se si azzardasse un paragone tra lo Studiolo ed un luogo di culto non ci si allontanerebbe molto dalla realtà; tra la maestria della rappresentazione, si scovano, a ben guardare, ideali etici e spirituali suggellati per lo stesso volere di colui il quale se ne alimentava l’animo. Meno evidente, ma certamente presente, l’autocelebrazione del duca, come nel ritratto di Federico rappresentato in vesti da umanista con la lancia rivolta verso il basso ad indicare l’ideale della Pax Armata.

Se la parete est, la prima che il principe vedeva al suo ingresso nello Studiolo, racchiude le due fondamentali caratteristiche dell’uomo rinascimentale, il fare (l’armatura) ed il pensare (il leggio); le altre pareti descrivono il corredo delle virtù che occorrono per soddisfare questa duplicità d’aspetti.

Le Tre Virtù Teologali sono rappresentate come giovani donne dentro nicchie; meno esplicite le Virtù Cardinali, virtù legate all’arte della politica, anche queste simbolicamente rappresentate da armi ed oggetti o da animali come nel caso della Prudenza, raffigurata dallo scoiattolo.

Anche nel registro ligneo sono riscontrabili le arti del Trivium e del Quadrivium, tra queste quella preponderante è la Musica che, più di ogni altra arte, racchiude in sé quel binomio di qualità, scientifica e ludica, tanto care al principe.

La forma quasi esoterica della rappresentazione virtuosa richiama fortemente il carattere e il gusto rinascimentale di nascondere, dietro al simbolo, ideali celebrativi, per diletto intellettuale di colui che né sa cogliere il significato recondito.

I disegni che servirono a comporre lo Studiolo, la cui decorazione, facendo fede alla scritta posta in alto si concluse nel 1476, furono commissionati a Sandro Botticelli, Francesco di Giorgio e Donato Bramante, realizzati poi in tarsia lignea nella bottega del fiorentino Baccio Pontelli.

Lo Studiolo di Federico da Montefeltro è un raro esempio di Studiolo rinascimentale pervenutoci in condizioni quasi integre ed è inoltre una biografia straordinaria di un grande uomo del Quattrocento italiano.

   

                                                                                                                                           di Elena Piaggesi

 

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