curare chi guarda

CURARE CHI GUARDA

Perché quello che un bambino “diverso”, disabile o immigrato, pensa di sé dipende in gran parte da ciò che legge negli occhi degli altri

 

 

curare chi guarda
photo di Evgen Bavcar

 

“Scrivere del proprio dolore è sempre una vittoria sul dolore”, dice Michela Marzano a Concita De Gregorio. Per lei dolore e vittoria si chiamano Anna; per Marco Moschini si chiamano Francesco. La giornalista cede loro la parola riportando brani della lettera che Marco ha inviato alla sua rubrica “Invece Concita” sotto il titolo: “Curare lo sguardo di chi guarda” (Repubblica, martedì 26 settembre 2017, p. 32).

Lo scritto riguarda quattro momenti della sua esperienza di genitore e di educatore: quello in cui scioglieva in un racconto di pirati il tema della diversità; quello in cui si è preoccupato di schermare le prese in giro dei compagni nei confronti di determinati caratteri fisici; quello dell’allegoria (da allos e agoreuo, parlare d’altro) del pesciolino senza coda modello di “tanti piccoli perdenti che non si danno per vinti”; quello del giocattolo come oggetto metaforico ottenuto recuperando le cose chiamiamo “rifiuti”.

Ciascuna di queste fasi trova spazio in un libro di Marco. Il primo è “I rapatori di teste”, edizioni Raffaello, 1999: «Siccome sulla testa di Francesco non cresce neanche un capello, scrissi di un bambino speciale e del suo coraggioso compagno di banco i quali sventavano, grazie all’amicizia, il piano diabolico di una banda di spietati mercanti di parrucche i quali, dopo essere riusciti con successo a far cadere i capelli a Francesco usato come cavia, avrebbero voluto farli cadere a tutti, con la prospettiva di enormi guadagni».

Il secondo è “Non ci provare a prendermi in giro!”, Raffaello, 2012: «Ho cercato parole che bambini anche piccoli potessero capire», in modo che sia possibile per loro “rispondere per le rime”. Ma poi era intenzione di Marco parlare anche di coraggio e di riscatto, ed ecco “Scodino”, Raffaello, 2017, il pesciolino di cui abbiamo detto. Il quarto momento è quello del costruire. Qui più del libro conta la pratica con i bambini delle scuole. Fare insieme «aiuterà a educare lo sguardo dei bambini nel confronti del “diverso”»; di questo il riscontro librario è “Educare lo sguardo”, Erickson, Trento, 2007. «Perché quello che un bambino “diverso”, disabile o immigrato, pensa di sé dipende in gran parte da ciò che legge negli occhi degli altri. È dunque lo sguardo di chi guarda che va curato».

 

Marco Moschini, nato a Senigallia (AN) e residente a Fermo (FM). Maestro di scuola elementare per trentasei anni, autore di poesia e narrativa per l’ infanzia e di didattica per insegnanti.

 

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