Lilla, sai che si potrebbe congiungere idealmente un giorno tuo col mio? Ti ricordo con quella gonnina rosa, appena sotto le ginocchia che tu, pensavi allora, ti calzasse a pennello. Una gonna acquistata al mercato da tua madre a poco prezzo eppure per te era come avere indosso il vestito di una principessa ad un festa da ballo. Ma tu ballare non sapevi, non hai saputo mai, e quando ascoltavi la musica era solo per struggerti intorno alle parole delle canzoni. Sei sempre stata acquitrinosa, nel tuo corpicino ci si infiltravano le emozioni di chiunque, inzuppata di sentimenti. Lilla, cara, ho perso molte tue immagini, la memoria continua a scomporsi ed io pazientemente dovrei riattaccare i pezzi del puzzle (un gioco che adoravi e se lo avessi dovuto ricomporre tu il mio “mosaico di cartone”, ci saresti riuscita molto meglio di me), non sempre ce la faccio, perdo i pezzi, frustrata dalla profonda disattenzione e dalla cacofonia del mio tempo. I fili vanno ricongiunti in silenzio, per non rischiare di attaccare pezzi fasulli, o lasciarne di sospesi, penzolanti, senza congiunzione. Oggi, ho il desiderio di “mettere insieme”, come se non si fossero allontanate mai, le sequenze di un giorno di trenta anni fa con quelle di un giorno di questi, uno così, scelto a caso, o forse no. Il caso esiste? Chissà se ci credevi allora? I bambini, tutti, sono talmente occupati a fare, a svolgere le loro azioni, che la consequenzialità delle stesse può essere solo dettata dal caso. O pensano già che un’azione fatta in un certo modo può portarne solo ad una altra precisa, una soltanto? Tu, Lilla, di certo di domande ti riempivi la testa, ma poi non osavi neanche formularle, avevi già la presunzione che le risposte non le aveva nessuno, o nessuno ti aveva insegnato il modo giusto per chiederle? Ti ricordo nient’affatto irruenta, hai imparato così presto a metterti da parte, abile a non importi, a non sovrapporti, a pretendere così poco dalle vite degli altri.

La prima sequenza di ieri ti vede sì con indosso la gonna rosa a pieghe, e ai piedi hai un paio di scarpe di tela rosse, alte fino alla caviglia, non alla moda dei tempi, più vicino ai gusti di oggi. Ma a te piaceva così, ti faceva stare bene portarti addosso un piccolo marchio di unicità. Avevi capelli così lunghi che ti arrivavano fino alla fine della schiena che quasi sempre portavi legati, ma quando li scioglievi sembrava che il mondo si fermasse un attimo, a godersi un piccolo momento di meraviglia. Non li avresti voluti tagliare mai, in quelle ciocche dal color corteccia ci riponevi l’unica tua mossa leziosa. Quel giorno di trenta anni fa li avevi sciolti con un cerchietto sottile. E ondulavano nei tuoi gesti dinamici insieme alle pieghe della gonna. Saresti potuta essere una bambina o una fatina di mille anni in mezzo a quel bosco di faggi dalle foglie gialle d’autunno. Le tue gambine magre camminavano agilmente davanti a tutti, senza alcuna fatica, eri la prima della fila, la più veloce, la meno stanca alla fine del sentiero. I tuoi piedini colorati di rosso calpestavano con impeto quell’enorme manto di foglie cadute, ti muovevi con destrezza manco fossi cresciuta in una zona di montagna. Fu la prima volta che i tuoi genitori ti portarono a raccogliere castagne nel bosco, in una zona non così distante dal mare delle tue origini e della tua vita di tutti i giorni. Loro, probabilmente, non fecero neanche caso a tutta quella felicità che ti sentivi addosso, la presero come segno della vitalità dei tuoi anni. Io ricordo nitidamente che eri felice e il perché è presto detto, era sotto gli occhi del mondo, tra i fasci di luce che si facevano spazio tra gli alberi secolari, nel profumo dell’aria pulita dal vento della notte precedente, scorreva nelle acque del fiume che sapevi vicino ma non vedevi, era sopra di tutto trascorrere lunghi momenti insieme ai tuoi genitori, uniti fra loro, uniti da te. Queste sono le richieste di ogni bambino, erano anche le tue, nonostante non si capiva se fossi una bambina o una fatina di mille anni e più. E per una volta, anche senza chiedere, hai visto, Lilla, che ti hanno ascoltata? Se vedevi un riccio ti piegavi e col tuo piedino di rosso vestito lo pigiavi per far schizzar fuori una, due, tre castagne contenta che il mucchietto nel cestino diventasse sempre più alto. E i due dietro di te, i tuoi genitori, chissà se erano anche loro almeno un po’ contenti? La mia età di oggi è la stessa di loro di allora. Mi sembra una beffarda coincidenza perché tu sei sempre più lontana, ti sto perdendo, e loro, i loro errori da cui dovrei continuare a proteggerti, a difenderti, sono sempre più simili ai miei e me li rendono più vicini, più somiglianti e sono, così, maledettamente incapace, di non provare anche per quei due che, prudentemente ti camminano dietro, una infinita tenerezza. 

“Perchè i papà partono sempre e le mamme no?” era una delle tue rumorose domande che non osavi porre. Magari, Lilla, provo a risponderti ora, perché la vita, ad un certo punto, a tutti, distribuisce risposte come caramelle lanciate dalle maschere arrampicate su carri allegorici dei Carnevali della nostra infanzia, di te e me insieme. Perché io, accanto a te, sono sempre stata come te, una fanciulla, solo più cresciuta. “Il saggio non è che un fanciullo / che si duole di essere cresciuto”, così scriveva Cardarelli. Ma io saggia so di non essere e ora mi dolgo per averti perduta. Ti aspetto ancora trepidante e sudante come un’innamorata che ha appena lasciato la sua metà, libera di andarsene, ma sperando che ci sia ancora, dall’altra parte, la voglia di rimanere e ci si aspetta che, prima o poi, torni indietro. Ma, alle volte Lilla, ci si illude. Se osserviamo un cielo pieno di stelle, dobbiamo sapere che alcune sono già morte. Quel giorno che andasti con i tuoi genitori a raccoglier castagne, conoscevi già la fine di un corpo, il silenzio perpetuo di un’anima a te vicina, l’arresto di una vita che prima ti ruzzolava accanto. E quella fine ha cambiato, per sempre, i tuoi occhi e, prima che tornassero a ballare ritmicamente sopra ogni cosa, è passata una scia lunga di tempo, talmente lunga che, quasi quasi, me la vedo oggi sopra la testa, sigillata nel mio cielo come dopo il passaggio di un aereo. Quella sorta di malinconitudine – mi piace chiamarla così, una specie di attitudine alla malinconia – se ci penso proprio proprio, mi sembra che tu l’abbia sempre avuta, ancora prima che tristi accadimenti ti segnassero. Le tue antenne, Lilla, vibravano più su note “Laissé voir la mélancolie/d’un avenir désespérant (1), ma sentivano giusto. Forte sei, alla faccia di chi ti vuole fragile, la tua malinconia ha cucito per te un’armatura di ferro che all’occorrenza tiri fuori, come in quei film con i supereroi, pronta ad affrontare il “che più niente esiste” (2). La indossavi già alle recite di scuola quando, intrufolata fra il nugolo dei genitori non scorgevi nessuna testa di quel color corteccia uguale al tuo; la tenevi sottobraccio come una giacchetta nelle giornate calde di sole ma più prossime all’inverno, quando era festa e avresti voluto avere una famiglia di scorta. E che tu la portassi già dietro, da dove chi lo sa, quella difesa ad oltranza delle tue emozioni, prima tenere, ora lo ammetto dure più delle pietre, l’ho sempre saputo. Così come sapevi bene nasconderla e diventare pieghevole, plasmabile, per nulla intrisa di rabbia. Ma come possibile? Io oggi, oltre che di vergogna, sono rossa di ruggine, il ferro della corazza si è ossidato. Che io abbia respirato troppa vita? Oh, Lilla, nella furia delle domande, ho dimenticato che ti debbo ancora una risposta. Ti vedo camminare su e giù sotto il sole con la gonna rosa tirata un poco su per non infradiciarti gli orli impegnata a riempire di castagne il tuo cestino di vimini sopra un tappeto di foglie. Ma lo sai che penso sia una fortuna essere nata femmina? Ora posso dirlo senza troppi giri di parole, posso affermarlo con la pace nel cuore. Tu ancora non hai idea della forza che c’è dentro ognuna di noi. Chi ci ama ci vezzeggia col blandire “quelle ditucce candide e odorose” e “quel visetto d’oro, inzuccherato” (3), ma noi siamo altro, siamo carne tremula, siamo ossa rotte, siamo pensieri costanti per tutti coloro che abbiamo in cura, siamo dolcezza e durezza, siamo spregiudicate, siamo apparati incompleti in travagliata ricerca, siamo istinto e ragione, siamo intelletto e torpore, ci sembra normale lanciare petali e raccoglierli insudiciati e maleodoranti, siamo pervase da un’idea di perfezione, ma ci accontentiamo di frammenti di polvere di stelle, inseguiamo fiamme e luccichii e ci bruciamo la pelle, siamo ardite, ma sappiamo anche aspettare pazienti alla finestra l’alba di un nuovo giorno per rivivere senza sbagliare tanto e riperdere tutto; cadiamo per terra, e come a teatro ripetiamo e ripetiamo la scena, conserviamo piccoli cassetti di segreti da aprire quando ci va e fiumi di parole senza alcun ardore; attraversiamo gli Inverni reinventandoci di giorno in giorno, con le palpitazioni lasciamo i segni, avanziamo con l’urgenza anticonformista e sguarnita dei folli e con l’ordine lento e preciso dei felini prima dell’attacco. Siamo tutto questo, Lilla, “siamo una folla” come diceva Pessoa. Questa è la risposta. Se si è tutto questo, da tutto questo altro non si può scappare, si è presenti, nonostante tutto, non lo si lascia, non si può, non si parte, si rimane, incollati, attaccati alle attese, alle risposte, ai desideri, alle angosce, ai pianti, ai capricci, alle lamentele, alle mancanze, alla noncuranza, alle risate, ai fracassi, agli errori. I genitori fanno quello che possono, Lilla e, alle volte, anche quello che non vorrebbero. 

(Pensieri di Lilla trovati dentro una busta gialla a fiori rossi ben nascosta dentro uno scatolone, datati giugno 1989)

“Prego tutte le notti, non so nemmeno come si fa, ho imparato da sola, mica l’ho mai detto a nessuno e con mamma non l’ho mai fatto. Non è che voglio stare meglio, è che non voglio stare più così. Allora mi sfogo, parlo, penso che tu mi ascolti e così puoi aiutarmi perché io non so cosa fare. La scuola va anche bene, i compiti li faccio in un battere d’ali, i compagni sono abbastanza simpatici, a parte Caterina, detta Rina, che anche ieri mi ha preso la bicicletta di nascosto. Che se me l’avesse chiesta io gliel’avrei pure data, ci tengo a quella bici perché me l’hai regalata tu, ma mamma mi fa una testa tanta fin da quando sono piccola dicendomi che devo essere generosa e allora ci ho quasi preso gusto a prestare le mie cose perché mi piace vedere la faccia che fanno quando le ricevono. Io sono contenta quando gli altri intorno a me lo sono, figuriamoci se sono io a farli contenti! Quindi, a parte Rina che mi fa i dispetti, ma forse perché è più triste di me e allora mi passa subito. Dicevo che in realtà non c’è proprio una cosa per cui sentirmi così, ma così io mi sento e non ci posso fare niente. Mi sconcentrano (4) e stanotte ci sono tante cose che mi spaventano. Oggi mamma quando sono tornata a casa non c’era, anche se al mattino prima di andare a scuola mi aveva detto che mi avrebbe aspettata per mangiare insieme. Ho avuto paura perché se non torna più lei e papà non c’è quasi mai, io che faccio da sola? Perché mamma è pure esagerata perché ride e piange pure molto, e non si nasconde quasi mai da me, ma mi dice sempre tutto, stamattina però non mi ha detto che a casa oggi non l’avrei trovata. E mi è venuto un groppo in gola e tutto intorno mi si è fermato. Sono rimasta bloccata, ho chiuso tutte le finestre, fino a quando non ho sentito aprire la porta. Ma mamma mica me lo ha spiegato perché non c’era, mi ha solo abbracciato forte. Quell’abbraccio non mi ha mica convinto che non lo rifarà più. Tu che dici da lassù: è vero o non è vero che nessuno abbandona nessuno?”

Per anni ti ho pensata sempre un poco meno, impegnata, a vivere forse? Mangiare, dormire, vestirmi, parlare, passegggiare, leggere, innamorarmi, nulla di più. Ma oggi mi rendo conto di quanto tu mi sia mancata. Solo qualche fotografia saltata fuori nei vari traslochi mi ricongiungeva al tuo profilo minuto costellato di lentiggini. Se ti avessi tenuta con me, avrei fatto meno errori. Quali sono gli errori, Lilla, che non si perdonano? Quelli che non ti fanno guardare avanti, che inceppano la linea della vita, che ostacolano i pensieri belli. Perché se un senso c’è, è tutto dentro di noi, nel nostro modo di pensare. Se un numero di persone guarda dalla stessa finestra, c’è chi nella pioggia ci vede l’oscuro, chi la rinascita, chi provvidenza per la natura, chi solitudine e chi, come te, particelle di dialoghi sotterranei con un’altra te, solo per divertire la tua malinconia. E ci riuscivi. Staccavi la testa dalla finestra soddisfatta e scoppiettante come una padella di pop-corn. Non dovrei rimproverarmi nulla, perché la vita mi ha fatto scontare una ad una tutte le cose lasciate in sospeso. Non devo essere riconoscente a nessuno, a te solo Lilla sì, posso dirlo ora, nel bene e nel male. Ho chiuso porte a chiave metaforicamente e ho dato pugni così forte da fracassarle (e questo non metaforicamente), ho avuto freddo in solitudine, talmente freddo da essere oggi terrorizzata a dormire da sola, a non avere gambe calde sotto cui scaldare i miei piedi. Dal balconcino intravedo la cima di una montagna spruzzata di neve, mi fa tornare alla mente i nostri Natali, tu e mamma con la neve spray a imbiancare finestre, alla meno peggio, con l’albero di Natale ogni anno sempre un poco più spoglio. Ma che belli erano quegli addobbi, quanta cura nella scelta ci mettevate. Mamma ci aggiungeva creatività e buona manualità, tu delicatezza e pazienza. 

All’inizio di tutto.

Qui è da poco finita la cueillette, la raccolta dei funghi, e già tutto richiama Al Natale. Il pensiero di te, Lilla, intenta a mettere in scena i pupazzetti del presepe con il rigore di un regista, mi ricollega nuovamente al presente. Il mio paese ai piedi del Monte Rosa ha già le vie con i lumini accesi, le lanterne nelle vetrine, gnomi e folletti schiacciati sopra la neve finta, gli abeti illuminati ad intermittenza e ghirlande di agrifogli e pigne sui tavoli dei caffè. Nella pineta non distante dalla casetta in cui abito da qualche anno, da ieri è persino parcheggiata la slitta di Babbo Natale; vogliono far credere, gli abitanti del paese, che quel vecchietto lappone sia sceso dal cielo con quella, e poi l’abbia abbandonata, non essendoci neve, per proseguire a piedi. E tutti a scattar foto. A te i Babbo Natali che arrivavano troppo in anticipo ti puzzavano di falsità. A distanza di tutti questi anni, non sono ancora certa di aver compreso fino a che punto tu alle magie del Natale ci abbia mai creduto. Ma, insieme alle amiche, parlavi con foga di letterine sotto l’albero e di regali da desiderare. Qui, dove sono finita a vivere, se penso al tuo modo speciale di trasformare la quotidianità in qualcosa non di eccezionale, ma comunque di poco comune, mi rammarico di non averti accanto a me. Chissà cosa avremmo potuto sperimentare insieme in questo piccolo mondo di luci, suoni e profumi diversi? Un’altra vita, ad un certo punto mi son detta mi ci volesse, come se niente fosse rinascere. Stare sul mare, con la bicicletta sempre sotto il culo, aggrappata al profumo appiccicoso della salsedine, mi manca. Non mi fa sentire più forte sapere di avere attraversato l’Italia, averla percorsa fino alla cima, aver infilato gli scarponi alti perché quando si cammina in montagna è bene proteggere le caviglie, aver imparato che la terra è anche gobbe e avvallamenti, che devi allenarti per la salita; e poi incroci il cuore di chi odia chi sacrifica i valloni allo sci di discesa e non torni indietro, decidi di non voler sostenere più chi dice di amare la montagna mentre la violenta. Il mio vicino parla il tisch dei walser, Lilla, un popolo che emigrò qui che nel ‘300 e la casa in legno e in pietra della mia fidata amica ha la stessa eredità, in questo angolo di paradiso. Eppure non sono convinta di aver lasciato l’altra mia terra, a leccarsi le ferite, definitivamente. Ho nostalgia di quell’ampiezza – qui è tutto piccolo – nonostante la mia figura rimasta sottile parrebbe muoversi con più disinvoltura. Com’è che non riesco a dormire? Continuo a pensarti, a chiedermi in continuazione dove sei? E piango, per me, per quella che sono stata, per quella che avrei voluto essere, per i bambini e le bambine, gli uomini e le donne del mondo, perché devo farcela, non ho scelta questa volta. 

Letizia Stortini

(parte del racconto è stata pubblicata nel libro “Lettere dal futuro. Antologia di racconti”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2018)

(1) dalla canzone “Le Passanti” di Georges Brassens:Vedere il fondo della malinconia/di un avvenire disperato, con traduzione di Fabrizio De Andrè

(2)  “que plus rien exist” di Louis Ferdinand Celine

(3) estratto dal Don Giovanni, Opera di Mozart

(4) alcuni bambini sono soliti, per formare il contrario di una parola, anteporre la lettera “s”

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