All’auditorium San Rocco di Senigallia mercoledì 7 dicembre, è andato in scena “Come quando il gallo canta”, spettacolo teatrale per la regia di Gemma Scarponi, dedicato a un pezzo della storia di Senigallia, quello delle orfane del conservatorio di via Pisacane. Promosso dall’associazione culturale “I Trucioli”, la sceneggiatura è di Gemma Scarponi e Gianluca Barbieri;  lo spettacolo è stato patrocinato dal Comune di Senigallia.

 

"quando le donne impareranno a leggere cambieranno il mondo"
momento dello spettacolo “Come quando il gallo canta”

 

Nato dalla tesi di laurea dell’autrice e regista, lo spettacolo si riferisce al “Conservatorio delle Zitelle” di Senigallia, istituzione caritatevole (con tutte le umiliazioni e le privazioni che la”carità”, in luogo della giustizia sociale comporta, ovviamente) nata nel 1800 (anzi per l’esattezza prima, 1781, quando il Cardinale Bernardino Honorati, vescovo di Senigallia, promulga le “Costituzioni per il Venerabile Conservatorio delle zitelle orfane” e chiusa nel 1962, in seguito alle mutate condizioni socio-economiche.  Nulla, in questo spettacolo, è se non “drammatico”, date le condizioni di queste ragazze, sottoposte alla preghiera più che alla riflessione, al lavoro e a varie angherie più che allo studio, che rimaneva un orpello strumentale rispetto al lavoro domestico, ad maiorem gloriam Dei… ma i momenti”comici”, lungi dall’allentare la tensione drammatica (e drammaturgica) la compensano, facendo divertire, ma al tempo riflettere gli spettatori.  Vero grido di speranza (e anche di rivolta, quando un’intrepida orfana si avventura a dire: “Quando le donne impareranno a leggere, cambieranno il mondo”), “Come quando il gallo canta” è spettacolo di teatro di parola, ma soprattutto di mimica, gestualità, prossemica, latamente anche di danza (fortissimo l’elemento musicale, con canti tra loro diversi, tra cui l’ottima band femminile Scala y Kolazny Brothers-sarebbero Sisters, ma proprio la mutazione di genere nella ragione sociale è efficace-che culmina nella cover della mitica “Clandestino” di Manu Chao ma anche i “Metallica”), che contribuisce sempre molto efficacemente a potenziare la rappresentazione della condizione di queste orfane, che, sperando di non finire a lavorare sulla strada (credo sia inutile aggiungere in quale veste, ossia esercitando quale professione),  si augurano di incontrare il principe azzurro almeno un uomo che le sposi garantendo loro una condizione pari alla sopravvivenza e, se possibile, un po’superiore. Tematicamente femminile (femminista, potremmo dire nell’affermazione sopra citata, ma nell’Italia ottocentesca il termine suona impropria, dato che le suffragettes erano cosa inglese, francese, statunitense, non italiana, per i noti motivi religiosi-culturali), “Come quando il gallo canta” è una prova efficace di come la storia e la sociologia possano divenire teatro, per merito di una vera e propria trasformazione, dove l’aspetto scenotecnico è ovviamente fondamentale, come si è cercato di accennare già sopra, ma segnamente con l’uso delimitante delle quinte, che rende decisamente la costrizione-vessazione in cui erano relegate le orfane. Efficacissimi tutti gli interpreti: Alessia Cingolani, Carla Mancino, Gabriela Scarponi, Margherita Duca, Maria Mora, come anche l’unico maschietto, John Morelli, efficacissimo mimo formato alla scuola dei clown.

                      

                                                                                                                             di Eugen Galasso, Critico teatrale

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