IL VIAGGIATORE CON LA BICICLETTA SULLA STRADA ADRIATICA

Robert, il viandante d'altri tempi
Robert van de Herde

 

Il giorno in cui Robert si presentò al cancello per chiedere un bicchier d’acqua sarebbe stato da segnare nel calendario dei secoli: 9 febbraio 2016. Da quanto tempo un viaggiatore non si fermava alla porta di una casa, se non da cent’anni, quando ancora per strada erano rare le osterie e le locande più di quanto sono fitti bar e ristoranti al giorno d’oggi?

Catiuscia aprì, fece entrare il viaggiatore con la bicicletta e tutto, e gli diede il bicchier d’acqua che chiedeva; al che, dato che c’era, lui fece un passo avanti e chiese nel suo buffo italiano del sud appoggiato a un francese quotidiano il permesso di restare nel garage per passarci la notte. In quei giorni lei e Riccardo stavano cambiando i mobili e c’era giustappunto nel garage un divano dismesso.

Da dove veniva non fu facile farglielo dire; perché, sì, perché chi viaggia ha di solito un punto di partenza e una meta da raggiungere: lui invece aveva un luogo d’origine, non un punto di partenza, e una tappa intermedia da raggiungere, non una vera meta.

Noi siamo abituati a vedere gente che passa, perché il luogo in cui abitiamo, la strada Adriatica, è come un corridoio nella casa del mondo: per noi il viaggiatore è piuttosto un passante che non un soggiornante. In  altri tempi chi passava di qua andava a Loreto. Così fece Cartesio che venne a piedi in dodici giorni da Venezia dopo avere scritto il Discorso sul Metodo, per rendere grazie alla sua ispiratrice; e così fece Cristina di Svezia, però con la carrozza, allo scopo di conoscere una sua collega, la Madonna, e salutarla “da regina a regina”.

In tempi ancora precedenti non c’erano solo viaggiatori, ma anche tutta sorta di gente: nel basso medioevo un terzo degli europei era itinerante. Robert, appunto, è un ciclista del XIV secolo, uno che non ha una meta dell’andare, perché la sua meta è dove va.

E’ di nuovo passato giorni fa; ma stavolta gli hanno offerto un letto; e poi, la mattina seguente, un caffè prima della partenza. L’abbiamo preso insieme con moniti e scherzi ma senza un racconto vero e proprio. Perché l’itinerante non è uomo da racconti, ma da brevi sequenze nel presente. Viso chiaro, sorriso pronto in un bel viso di ottantotto anni, e quel filo di furbizia che addiziona di un po’ di CO2 il candore dell’intera persona. Era stato ciclista in gioventù – «Robert van den Herde, ma non scriverlo, tanto sbagliano tutti» -, non però di quei van fiamminghi che al tempo di Coppi e di Dédé Darrigade spesse volte sfrecciavano primi sul traguardo; poi funzionario della polizia informativa. Ma sul curriculum si ferma qui. Preferisce affidarsi ai suoi pensieri: «Non parlate al plurale, non dite “i tedeschi”, “i francesi”, gli “italiani”: esistono le singole persone e nessuno può portarsi addosso dicerie e responsabilità che non siano quelle personali».

Gli facciamo lo stesso le domande e le mie sembrano sempre inadeguate. Può darsi per il fatto che vedo in lui in trasparenza il viandante, il pellegrino, il ramingo, il girovago, il flâneur di altri tempi, quando chi viaggiava si fermava a dormire nei fienili e beveva acqua di fonte da una conchiglia; oppure l’autostoppista dei miei anni giovanili, quando spesso ci si trovava insieme la sera tra i tanti scapeccioni on-the-road per accendere un fuoco, fare una canna insieme e dormire nel sacco a pelo à la belle étoile. Può darsi che veda il quel suo pedalare l’orizzonte che da sedentario mi precludo. E allora gli spiego che oggi avrei paura di fare quella vita, che il mondo oggi non è più quello e che molto si è incattivito.

«Io però mai ho dormito all’aperto», precisa come punto sull’orgoglio.

«Ma per gli alberghi ci vogliono i soldi: viaggiare continuamente può essere costoso», e lui ancora ammicca senza farsi sfiorare. Sa bene che non c’è più tanta gente disposta a ospitare un viandante, magari per il fatto che non vede più in lui il bambino Gesù.

Sulle cose che potrebbe raccontare, Robert van si sofferma poco: chi non viaggia ha racconti di viaggio; chi invece vive stabilmente fuori non ha niente da dire e tanto invece da essere. Trapela che ha pedalato dalla Spagna all’Ukraina, e varie volte qua e tante volte là; e mentra parla lo immagino alle prese con la Tabula Peutingeriana, quella copia rinascimentale dei percorsi antichi che va dalle Colonne d’Ercole all’India segnando le città i fiumi e le vie come farebbe oggi un navigatore.

Gradisce il caffè e lo riprende. La tappa di oggi ha per noi un che di domestico: Robert ha una figlia che vive a Civitanova, e vuole andare a trovarla. Ci consultiamo su quale sia la via, mica facile svalcare Ancona, dovrà fare la salita del Pinocchio, che non è uno scherzo; e la sua bicicletta è piuttosto pesante con tutto quel bagaglio.

«Ah, ma non esistono ostacoli alla volontà: se uno davvero vuole andare, allora va». Più ancora fa gioco non avere scadenze. L’età anziana passata a pedalare è un buon modo di guardare le cose col distacco sorridente di chi sa, ma anche con la consapevolezza che il mondo, quanto più lo conosciamo, meraviglia.

«Buon viaggio, allora, Robert van. Al prossimo passaggio. Non facciamo scherzi. Noi qui ti aspettiamo».

Lui alza le mani a dire: “non dipende da me”, e se ne va.

 

Leonardo Badioli

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