PER RIDARE LUCE AL VERNACOLO

 

IL CRITICO JESINO, LORENZO SPURIO, EREDITA LO SCETTRO DI SCRITTORE DELLA MARCHIGIANITA’

CON UNO STUDIO ATTENTO E METICOLOSO E RIMANDI AL CONVIVIO DANTESCO

 

 

a cura di Stefano Bardi

Il 1971 fu un anno importante per la letteratura italiana e in particolare per quella marchigiana, poiché venne pubblicata l’opera Scrittori marchigiani del Novecento del critico letterario, critico d’arte ed editore Carlo Antognini (Ancona, 9 agosto 1937 – Ancona, 26 febbraio 1977), che divise il lavoro in due tomi: scrittori e poeti. Un’opera importante quella di Antognini, poiché fu una delle prime iniziative critico-editoriali che si occupavano della letteratura marchigiana. Una letteratura, quella marchigiana, da sempre dimenticata e oscurata a causa della grande “ombra” ottocentesca di Giacomo Leopardi, considerato come il massimo autore marchigiano tanto che, dopo il sommo recanatese, niente poteva assurgere a grande attenzione in ambito letterario da destare interesse e approfondimento.

Per non suscitare sterili polemiche fra cultori e critici letterari, ritengo necessario rilevare che i due volumi a cura di Antognini accesero finalmente i riflettori su un componente dell’animo marchigiano sino ad allora poco considerato e sviscerato che permise ai critici di sviluppare in seguito ciò che lui coniò, come definizione, attorno al termine di marchigianità. Concetto, questo, di vitale importanza per illustrare la sua opera e che sarà poi ripreso e teorizzato, con altro linguaggio ed altre forme, dallo scrittore, poeta ed entomologo Giorgio Umani (Cupramontana, 1892 – Ancona, 1965).

Marchigianità che il critico anconetano concepì come “aura di ideale conoscenza spirituale che tocca il singolo scrittore o l’artista, e investe anche una gente”. Definizione stringata e leggermente criptica contenuta nell’opera Poeti marchigiani del Novecento. In questa prima fase antogniniana, la marchigianità venne intesa come un’emarginazione sociale, a sua volta animata da un’inquietudine etica e da potente emotività. Nella seconda e ultima fase, ovvero incentrata attorno all’opera in due volumi del 1971, la marchigianità è intesa come un procedimento letterario di investigazione e salvaguardia. Processi, questi, che vogliono far risplendere una nuova luce sulla marchigianità fino ad allora non così ben delineata ed espressa.

La predisposizione e la cura verso l’approfondimento dell’animo topico del marchigiano si sono protratte e incentivate ancor più grazie all’opera antologica La poesia delle Marche. Il Novecento del poeta e critico Guido Garufi (Macerata, 1949) pubblicata nel 1998. Opera che, al pari del secondo volume di Antognini, tratta solo dei poeti ritenuti più significativi del panorama regionale e dunque degni di menzione. Entrambe le opere sono composte da una parte compilatoria e da una testuale. Garufi espone ancor meglio le sue opinioni attorno al concetto di marchigianità nella sezione Saggi in cui per l’appunto affronta il tema, da lui sentito come necessario, del “libero pensiero”, attraverso l’esposizione di trattati più o meno brevi appartenenti anche ad altri critici, che a loro volta espongono il loro pensiero critico-letterario sulle principali riviste e radio marchigiane del Novecento. Si sono avuti altri autori che, a loro modo dopo Antognini e Garufi, hanno composto opere sui poeti marchigiani, non riuscendo, però, ad esaltare la marchigianità poetica, riuscendo solo e unicamente a creare opere che si rifanno vistosamente alla canonica impostazione manualistica e antologica.

Recentemente, nel 2016, si è presentata una buona occasione per continuare il discorso inaugurato da Antognini che è proseguito con l’attività critica di Garufi, una sorta di svolta aperta dalla pubblicazione del volume in due tomi Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana del poeta e critico letterario Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) che ha diviso in due volumi i poeti marchigiani in lingua e i poeti vernacolari. Opera significativa dai chiari rimandi al celebre Convivio dantesco poiché, come nell’opera di Alighieri, anche in quella spuriana la strutturazione dell’opera è intesa come volutamente aperta nei confronti del passato, attenta al presente nonché sensibile verso le nuove generazioni. I tre tempi, infatti, dialogano ininterrottamente tra loro riflettendo vivo interesse nei lettori; poesie che – come abbondantemente e in maniera assai chiarificatrice si dice nella prefazione a cura dello stesso Spurio –  non sono volutamente e arbitrariamente commentate per ragioni che reputiamo valide e concrete. Si tratta di un procedimento di vitale importanza a cui va riscontrato il giusto merito, poiché il poeta e critico jesino non è mosso dall’intenzione né dalla volontà di regalare emozioni, gioie e dolori già preconfezionate, ma lascia all’attento e sagace lettore il compito di emozionarsi nel leggere le liriche dei poeti del passato e del presente da lui scelti.

Senza ombra di dubbio, va rivelato che quest’opera profuma di marchigianità già dalla divisione in due volumi, in particolar modo nel tomo che rende merito e omaggia la poesia vernacolare, nel quale Spurio compie due procedimenti filologico-letterari ben precisi. Il primo di essi è il recupero di una lingua ormai soppiantata e oscurata dalla lingua italiana che relega sempre di più il vernacolo ad un uso volgare, basso e non di rado inadatto ai contesti sociali della quotidianità. Il secondo procedimento non è altro che una conseguenza del primo poiché, dopo il recupero linguistico e glottologico di questa lingua, il critico jesino ridà luminosità e dignità al vernacolo, mettendo in risalto che questa lingua non è solo un linguaggio popolare o un codice linguistico di serie B, ma una lingua con una sua grammatica, con delle sue melodie, dolcezze, forze e intenti comunicativi precisi.

L’operazione condotta da Spurio con questa pubblicazione non concerne un solo dialetto ma tanti, poiché i poeti riportati da lui sono stati personalmente ricercati e scovati in tutte le Province marchigiane. Scrittori dei quali il meticoloso curatore ha riportato almeno un paio di componimenti in vernacolo, affiancando, a forma di prosa, la loro traduzione in italiano. Operazione questa dal forte significato, poiché attraverso la versione vernacolare ritorniamo al passato e, come per magia, riviviamo tempi, gioie, avventure di un tempo ormai per noi in bianco e nero.

La marchigianità spuriana è stata, ancor più recentemente, approfondita col volume Scritti marchigiani. Istantanee e diapositive letterarie (2017) nel quale ha raccolto materiali saggistici su vari poeti marchigiani (e anche alcuni scrittori) del passato e del presente andando nel profondo della loro poetica, donandoci, sotto una nuova luce, le nostre origini etiche, sociali e ancestrali. Tali saggi, come lo stesso Spurio ha più volte confessato, sono stati scritti da lui negli ultimi anni a mo’ di prefazioni, recensioni e note di lettura ad altrettanti testi poetici e autori in regione, in parte già pubblicati in rete e qui riproposti in un volume unico che si chiude con un dotto intervento critico dal titolo “L’onda marchigiana” a firma, non a caso, del poeta testé citato Guido Garufi.

Tra i vari autori analizzati e antologizzati da Spurio, uno in particolare attira la mia attenzione, ovvero il poeta vernacolare jesino Marco Bordini (Jesi, 1939). Come dimostra lo stesso Spurio, il poeta Bordini con la sua ultima opera, Jesi ieri (2016) si mostra come un ottimo esempio vivente di marchigianità, da Bordini espressa attraverso l’uso popolaristico del dialetto jesino e, in particolare, del vernacolo sampiedrino.  Vernacolo da lui impiegato quale saggio difensore di un tempo andato, quale nostalgica rimembranza, nonché imbevuto di tracce di profonda riflessione attorno all’esistenzialismo etnico. Un dialetto che riporta indietro con la mente, consentendo di rivivere epoche ed arie passate; Bordini e, di riflesso, il critico Spurio – che l’ha approfondito scrivendo una puntigliosa ed enfatica prefazione alla sua opera omnia precedentemente citata -, si mostrano con il loro dire a completa difesa della cultura, quali rispettosi guardiani delle nostre origini ancestrali. Tali considerazioni, che potrebbero aprirsi a maggiori approfondimenti e letture su quanto nel tempo è stato prodotto sulla poesia marchigiana, mi consentono di ravvisare che il critico jesino Lorenzo Spurio si è certamente distinto nella nostra contemporaneità per lo studio attento ed esaustivo, per la precisione della ricerca e la congruità dei risultati ottenuti, nonché per l’esposizione organica di contenuti validi e interessanti che, a mio parere, potrebbero garantirgli di diritto l’importante e al contempo gravosa eredità culturale dello stesso Carlo Antognini, da lui stesso definito ‘pioniere’ nonché ‘volano’ degli studi sulla poesia regionale in un suo recente saggio proprio a lui dedicato e presentato al pubblico a Fabriano nel maggio scorso.

 

scrittori e poeti della marchigianità
Copertina del volume “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana” del poeta e critico letterario Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) che ha diviso in due volumi i poeti marchigiani in lingua e i poeti vernacolari.

 

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