Dal 16 al 23 Ottobre è “La settimana del Pianeta Terra”

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 Cop/21 – Dopo la conferenza dell’anno scorso sui cambiamenti climatici

“Le voci che celebravano l’accordo di Parigi ieri ispirano oggi una minore fiducia”, scrive Simon Fischer, advisor per le Politiche del Clima e dell’Uso dei Suoli della Global Forest Coalition.

Solo un anno e mezzo dopo l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici negoziato tra i governi nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climat Change) e presentato come fortemente innovativo, la politica sul clima è tornata coi piedi per terra. Nel maggio 2016 i già collaudati organi sussidiari dell’UNFCCC, insieme con l’ideona dell’anno, il neonato Gruppo di Lavoro Specifico sull’Accordo di Parigi (APA, Ad Hoc Working Group on the Paris Agreement), si sono riuniti a Bonn, in Germania, allo scopo di valutare i modi più opportuni per l’attuazione dell’accordo. Innegabile però è l’impressione che le parti che hanno siglato l’accordo di Parigi non riescano a trovare un accordo su come andare avanti. È il caso, per esempio, dell’articolo 6 dell’accordo, che parla di approcci collaborativi e meccanismi di mercato.
Le voci che celebravano l’accordo di Parigi suonano oggi un po’ meno fiduciose, “un fallimento planetario” secondo Danny Chivers e Jess Worth. Gli obiettivi ambiziosi annunciati si stanno rivelando difficili da realizzare nella pratica. Nessuna sorpresa, dal momento che questi obiettivi non vanno alla radice della crisi climatica, che sta tutta nel consumo eccessivo di combustibili fossili. Sembra incredibile, ma i combustibili fossili non sono menzionati nemmeno una volta nell’accordo. Inoltre, i modelli utilizzati per determinare i futuri livelli di emissione di gas a effetto serra sono basati su ipotesi fortemente discutibili, e in una fede cieca sul fatto che gli sviluppi tecnologici (quali bioenergia e cattura – stoccaggio del carbonio, o BECCS) possano portare a scenari di emissione negative, e che un ampio cambiamento di uso del suolo (ad esempio attraverso la diffusione di monocolture) possa aprire una qualche prospettiva. A Bonn, l’obiettivo che intendeva limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5°C è parso improbabile da raggiungere nel quadro delle iniziative delineate dalla Conferenza di Parigi.
La cosa è francamente preoccupante, soprattutto se si considerano le ultime tendenze segnalate dalla NASA e da altri: nell’anno in corso temperature record e altri indicatori del cambiamento climatico, come il cambiamento dei modelli di precipitazioni e di siccità, marcano valori estremi. E nonostante questo, se guardiamo agli impegni assunti nell’ambito dell’INDC (Intended Nationally Determined Contribution, ossia il dichiarato contributo volontario di 148 paesi all’azione di mitigazione e adattamento post-2020), che costituiscono il fondamento della Convenzione di Parigi, si vede benissimo come le azioni di mitigazione siano per molta parte slittate a oltre il 2030. Sappiamo tuttavia che per prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico si richiede invece un’azione immediata, dotata di soluzioni concrete e praticabili. Non possiamo certo affidarci a scenari improbabili ispirati dal cosiddetto mercato. Quello che conosciamo come business, insieme con la dipendenza da scenari dubitabili e rischiosi non sono certamente la risposta.

 

Il coinvolgimento del settore privato nel programma di mitigazione e adattamento dà luogo a una specie di frenesia attuativa del dopo-Parigi; ma in molti casi gli investimenti privati per loro natura non sono trasparenti, prescindono dalle comunità coinvolte, sono macchinosi e mal indirizzati, rispondono solo a logiche di profitto e risultano in definitiva addirittura controproducenti.

Il tema della Conferenza di metà anno a Bonn era “Accelerare l’attuazione della convenzione di Parigi”. Il focus sull’attuazione era evidente. Durante la sua ultima riunione intersessionale, Christiana Figueres, ex segretario esecutivo dell’UNFCCC, aveva annunciato che “oggi, la sfida è tradurre l’intenzione in azione”, specificando che “solo questo può giustificare la straordinaria ambizione contenuta nell’accordo di Parigi”. Tuttavia, l’accento sulla realizzazione è sembrato lasciare poco spazio al dibattito su questioni cruciali come la trasparenza e l’equità. È anzi sembrato procedere verso un maggiore coinvolgimento del settore privato nelle azioni di mitigazione e adattamento.
In termini di attuazione, il finanziamento sembra essere cruciale. I paesi sviluppati hanno la responsabilità storica di pareggiare i loro debiti climatici. Nell’accordo di Parigi, perdite e danni richiesti dai paesi in via di sviluppo sono stati annacquati così tanto che l’Annex 1 (l’Allegato 1 riguardante i paesi industrializzati) riesce a sfuggire a questa responsabilità quasi completamente.
Purtroppo, efficaci iniziative spesa per la conservazione delle comunità sono ampiamente ignorate, anche se esse appaiono senza dubbio altamente redditizie. Per converso, un attivismo frenetico è indirizzato verso processi che avvantaggiano il settore privato. Il finanziamento pubblico è scarso, ma ci sono ampie possibilità di investire in progetti di mitigazione e di adattamento. Ad esempio, diversi fondi per il clima intendono fornire la possibilità di compensare le emissioni da possibili investimenti in programmi di mitigazione, come la riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale (REDD +) e altri; tuttavia, questi progetti spesso portano a una perdita della biodiversità e a violazioni dei diritti umani.

Anche la trasparenza sarebbe un un requisito indispensabile nel finanziaamento delle azioni di mitigazione – da una parte previene i conflitti d’interesse e dall’altra garantisce una sostenibilità reale – dove invece la riservatezza commerciale prevale sulla trasparenza quando si tratta di impegni nel settore privato.

Inoltre, è pericoloso basarsi su investimenti privati che inevitabilmente sono finalizzati a realizzare profitti a breve termine che minacciano seriamente l’integrità ambientale e sociale. Questo si scontra con il concetto di sostenibilità ed entra spesso in conflitto con le questioni dei diritti umani e dell’integrità ambientale. Non solo: gli investimenti privati avvengono principalmente sotto forma di prestiti e non di sovvenzioni, quando sappiamo che i prestiti portano dipendenza e aumentano le disuguaglianze tra Nord e Sud.

 

Gli impegni politici toccano il massimo dell’incoerenza: a ogni tornata si ricomincia da capo. Questo rende le politiche sul clima uno strumento inaffidabile agli scopi che si vogliono raggiungere.

Oltre alle questioni di trasparenza e di equità, un altro punto in cui si può osservare un deficit è la coerenza politica. Se guardiamo agli sviluppi più recenti, registriamo una tendenza crescente al fatto che gli accordi decisi oggi vengono dimenticati domani, e questo è certamente da imputare alla corrente politica sul clima.
Nel caso degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs, Substainable Development Goals), solo due mesi dopo che era stato reso pubblico un accordo per fermare la deforestazione nel 2020 (SDG 15.2), l’accordo di Parigi lo ignora e in questo modo elude l’obiettivo, malgrado sia così importante per il cambiamento del clima.
Un altro esempio riguarda gli obiettivi dell’ Aichi Biodiversity Targets concordati nella Convenzione della Biodiversità (CBD), sistematicamente ignorati dalla UNFCCC.

Su questo punto il ruolo del settore privato è fondamentale. I partenariati pubblico-privati (PPP), come quello sulle foreste per esempio (CPF), fanno conto, come spiega il nome, su attori pubblici e privati. Tuttavia, alcune ricerche nel merito hanno messo in luce che i partenariati pubblico-privato hanno finora fallito nel colmare il gap legislativo, realizzativo o partecipativo esistente nelle politiche globali di sviluppo sostenibile (Biermann et al, 2007; Bäckstrand e Kylsäter, 2014). Si potrebbe sostenere che tali lacune vengano lasciate aperte intenzionalmente per aumentare lo spazio per la flessibilità e l’interpretazione delle regole. Se la politica sul clima non è in grado di garantire la coerenza, rende l’implementazione di nuovi accordi per la maggior parte inefficaci e diventa inaffidabile come strumento per superare i pericolosi effetti dei cambiamenti climatici.

 

Guardando al futuro: una questione di credibilità e legittimità. Se vogliamo veramente affrontare la crisi climatica, non possiamo certo fare affidamento su accordi non vincolanti costruiti su false soluzioni e su modelli fantasiosi.
Soluzioni reali basate sulla risoluzione di lasciare i combustibili fossili nel terreno e proteggere le foreste: queste sono le soluzioni che, attuate in modo trasparente ed equo, debbono diventare una priorità assoluta.

Nella fase di preparazione del COP 22, che si terrà alla fine del 2016 a Marrakech, i negoziati di politica climatica sembrano destinati a sparire di nuovo nella stratosfera, con questa smania di fare insediata al posto d’onore, mentre questioni cruciali continuano ad essere ignorate. Questo non si può permettere che succeda. Quando si tratta di misure di mitigazione e di adattamento, l’attenzione dovrebbe essere messa sulla conservazione delle comunità e non su progetti di mitigazione su larga scala finanziati da prestiti. Iniziative come quelle che indichiamo sono molto più efficaci e in grado di garantire l’integrità ambientale e sociale. Le persone che vivono in e con le foreste hanno dimostrato la sostenibilità di questo approccio per secoli. Il loro autentico interesse a preservare l’habitat non può essere scavalcato da attori esterni, che tengono come priorità assoluta quella di fare soldi sempre e comunque. Coinvolgendo il settore privato, la politica sul clima rischia di trasformarsi nell’avvocato del diavolo.

Se vogliamo veramente affrontare la crisi climatica, non possiamo certo fare affidamento su accordi non vincolanti costruiti su false soluzioni e su modelli fantasiosi. Un insieme di soluzioni reali basate sul principio di lasciare i combustibili fossili nel terreno e proteggere le foreste, attuate in modo trasparente ed equo, deve essere una priorità assoluta. Di più: l’attuazione e la coerenza con gli altri accordi intergovernativi esistenti che affrontano questioni connesse dovrebbero essere pre-condizione per ogni possibile attuazione. In caso contrario, si potrebbe scoprire che sia proprio l’accordo di Parigi il principale ostacolo alla lotta contro gli impatti di cambiamenti climatici devastanti. Se l’UNFCCC non riuscirà a trovare la volontà politica per garantire l’equità, la trasparenza e la coerenza, finirà per perdere la sua credibilità e, man mano, anche la sua legittimità complessiva come corpo che si incarica di proteggerci dai pericolo dei cambiamenti climatici.

 

[dal New Inernationalist dell’8 maggio 2016, traduzione e adattamento di Leonardo Badioli]

 

Se il sogno di Parigi svanisce a Bonn
nella foto: D12 action, Parigi, 11 dicembre 2015 © Kristian Buus

 

 A Senigallia c’è  Sibilla

 

Guardando al futuro: una questione di credibilità e legittimità. Se vogliamo veramente affrontare la crisi climatica, non possiamo certo fare affidamento su accordi non vincolanti costruiti su false soluzioni e su modelli fantasiosi.

Il progetto è a metà del suo percorso di approvazione. Insieme a Brindisi e a Porto Tolle Senigallia è il luogo marino prescelto per lo stoccaggio geologico di biossido di carbonio. L’area, 14 miglia al largo di Senigallia, si trova in corrispondenza di una falda sismogenica. Il pozzo, già esistente, è profondo 4 chilometri, tanto quanto la profondità del terremoto senigalliese del ’30 e quello odierno. Studi recenti affermano che l’iniezione di fluidi ad alta pressione può provocare scivolamenti della falda e una instabilità sismica sotterranea pressoché permanente. Gli scenari di catastrofe per crisi sismica e perdite di CO2 sono tutti autorizzati.

 

 

 

Se il sogno di Parigi finisce a Bonn

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