“Il centro storico della città di Senigallia, dopo il terremoto del 1930, ha perso il carattere monumentale e la vitalità di quella che era stata una delle città mercantili più vivaci dell’Adriatico: una città murata con un porto canale brulicante di navi, con un lungo fiume sontuoso, teatro di una importantissima fiera franca; un centro storico monumentale, ricco di edifici di rilievo, in un equilibrio di architetture civili e religiose […]” (da “Senigallia relazione breve,  www.comune.senigallia.an.it”).

Tra le architetture religiose colpite figura anche il Monastero di Santa Cristina delle Suore Benedettine. Nell’archivio di queste Religiose, la cui vita è tutta improntata alla regola dettata da san Benedetto e compendiata nel motto Ora et Labora, abbiamo reperito due scritti, che ci fanno  partecipi della sciagura e che riportiamo in forma ridotta per esigenze di spazio editoriale. Il primo sembra essere stato stilato dalla Reverenda Madre Abbadessa Gertrude Taroni, che così documenta il tragico evento:

“Memoranda del  disastroso Terremoto avvenuto a Senigallia la mattina del 30 Ottobre del 1930!

A Senigallia la mattina del 30 Ottobre 1930 circa le 8¼ un disastroso terremoto riduceva in un immenso cumulo di macerie questo nostro Monastero di Benedettine, che fu poi completamente atterrato dagli Agenti del Genio e dai pompieri.

Le Religiose Coriste mentre stavano in Coro recitando le Ore Canoniche, dinanzi al SS. Sacramento solennemente esposto per le Quarant’ore, quattro di esse rimasero completamente sepolte sotto le macerie nel mentre che una quinta, quasi inconscia di quel che faceva, ruppe la grata del Coro, e con un salto si trovò dalla parte esterna completamente illesa. Fortunatamente il nostro Rev.mo Padre Confessore, Signore Don Giulio Canonico Conigli corse tosto al Monastero e, veduto lo sfacelo, quasi fuori di sé si diè tosto a chiamare aiuto!

Non è a dire in quale stato furono dissepolte le quattro Consorelle, tre delle quali, prive di sensi e gravemente ferite, furono tosto dal pronto soccorso trasportate al Civico Ospedale di Jesi. La quarta Consorella ferita, essendo meno grave, fu trasportata col rimanente della Comunità, allo Stabilimento Pio IX della Città di Senigallia ed ivi rimase fino al giorno 21 Novembre. I medici, però, vedendo che la ferita non era in buone condizioni, pensarono e decisero di farla anch’essa ricoverare al Civico Ospedale di Jesi e vi rimase fino al giorno 29 Novembre.

Intanto il Rev.mo nostro Padre Confessore si occupava  di trovare un sito ove ricoverare la descritta Comunità […]. Finalmente il Signore permise che le benemerite Madri Clarisse di Jesi aprissero all’intera Comunità le loro porte e con la bontà veramente Francescana sottoponessero se stesse ad incomodi volontari, pur di accogliere le povere  superstiti […]. Dopo 16 lunghi mesi di alternativa, il giorno 14 Aprile 1932 con automobili chiuse la Comunità tutta fece ritorno a Senigallia, per abitare provvisoriamente nella piccola casetta restaurata di proprietà del Monastero in via dell’Angelo, in attesa che la munificenza del Santo Padre facesse erigere di nuovo il Monastero, ove nella preghiera, nel lavoro e nell’osservanza della nostra Santa Regola passiamo i giorni ultimi di nostra vita.”.

Con lo scritto sopra riportato figurano anche le  vibranti “Impressioni della Corista Donna Maria Fortunata Bastianoni per il Terremoto. […] Tutta la Comunità era in Coro […]. Raccolte e fervorose più del solito perché Gesù in Sacramento era solennemente esposto per le SS.me Quarantore, dopo aver ascoltato la S. Messa e ricevuta la S. Comunione rinnovammo coralmente l’atto di offerta di Vittime e che recitiamo ogni giorno. Pochi istanti dopo un pauroso boato, seguito da fortissima scossa, ci fece capire che trattavasi di terremoto.

Confusa, atterrita, oltremodo spaventata uscii dal mio posto ma caddi in ginocchio in mezzo al Coro, tanta era la violenza della scossa. Da quella posizione miravo il SS.mo Ostensorio che ondeggiava e sembrava che Gesù ci guardasse con occhi di compassione, quasi rassicurandoci della Sua protezione, nonostante che Lui pure subisse la stessa sorte, essendo stato lanciato sulle macerie che avevano sepolto quattro sorelle […]. In un attimo tutto crollò, seppellendoci sotto le rovine. In quel terribile frangente, avvolta in una profonda oscurità, stavo lottando con la morte. Ad un tratto, come spinta da forza Divina, riuscii ad alzare un braccio ed afferrare dei mattoni e potei così scoprire il capo e strapparmi il Sacro velo che si era internato nella ferita al capo e infatti era tutto intriso di sangue. Da quel pertugio, dove finalmente potevo respirare, vidi con grande  spavento che tutto era crollato e distrutto e sopra le macerie avevamo solo il cielo.

Il nostro Reverendo Padre Confessore, Don Giulio Canonico Conigli, con le lacrime agli occhi mirava quell’immane sfacelo e sopra a tutto il cumulo di detriti, sfavillante, la Sacra Raggiera staccatasi dall’Ostensorio e contenente il Santissimo. Con profonda commozione raccolse il Sacro Pegno e benedì le macerie, esclamando fra le lacrime: “Il Signore vi benedica figlie mie. Coraggio!” Ripose la Sacra Raggiera e corse per le vie della città a invocare aiuto.

Tornò quasi subito con molti volenterosi che con immensa fatica riuscirono a toglierci da quel cumulo di macerie.

[…]. Non so descrivere qui l’impressione che ricevette l’animo mio nello scendere per l’ultima volta i gradini del Sacro e cadente Monastero. Dopo 18 anni di vita […] lasciare il Sacro Asilo in frangenti così dolorosi, vederlo ridotto un ammasso di rottami. Solo chi l’ha provato sa comprendere ed apprezzare il sacrificio grande che ci è costato […]”.

Questi due racconti, oltre all’impatto legato ai dati dei crolli e dei feriti, offrono annotazioni che ci rivelano lo smarrimento psicologico di queste Religiose, che si erano ritirate dal “mondo” per vivere la regola benedettina al riparo del convento, in una clausura totale, simile a quella delle loro consorelle che alla fine del ’500 erano per prime entrate nel monastero senigalliese. È molto evocativa l’immagine delle Suore riportate da Jesi a Senigallia “con automobili chiuse”, perché la loro inviolabilità non fosse profanata dagli sguardi del “mondo”.

Su tutte le immagini campeggia la “Sacra Raggiera staccatasi dall’Ostensorio e contenente il Santissimo”; Egli è lì vittima tra le vittime e al tempo stesso “Sacro Pegno”.

Il convento è risorto dalle rovine; la sua chiesa è divenuta il luogo di preghiera nel quale il Santissimo è ora esposto giorno e notte per la consolazione dei fedeli.

                                                                                                       di Flavio e Gabriela Solazzi

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